Camera dei Deputati

VIII Commissione – Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici

Presidenza dell’On. Pietro ARMANI

Indagine conoscitiva sulla programmazione delle opere idrauliche

relative ai corsi d'acqua presenti sul territorio nazionale.

 Seduta del 22 febbraio 2005

 

Presidenza del Presidente Pietro ARMANI

Audizione di rappresentanti dell'Associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari (ANBI).

Durata 45 minuti

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla programmazione delle opere idrauliche relative ai corsi d'acqua presenti sul territorio nazionale, l'audizione di rappresentanti dell'Associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari (ANBI).
Avverto che i rappresentanti dell'ANBI hanno consegnato una documentazione, di cui autorizzo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna (vedi allegato 3).
Do la parola al presidente dell'ANBI.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. La ringrazio per questo invito, anche a nome dell'associazione che rappresento. L'Associazione nazionale bonifiche, irrigazioni e miglioramenti fondiari, che rappresenta sul piano nazionale tutti i consorzi di bonifica che operano sul territorio del nostro paese, fin dagli anni '60 ha dedicato un'attenzione particolare al problema della difesa del suolo, dovuto anche alla diffusa e convulsa urbanizzazione, alla conseguente impermeabilizzazione dei suoli, all'impetuoso sviluppo della crescita, molto spesso realizzata senza tener conto dell'impatto sul regime idraulico, cui si sono aggiunti l'abusivismo nelle estrazioni del suolo e del sottosuolo, il prelievo dei materiali inerti, nonché l'esodo dalle campagne e l'abbandono delle montagne. Sono tutti fenomeni che hanno fortemente inciso sul sistema di difesa idraulica. Sappiamo che la difesa del territorio è condizione essenziale per lo sviluppo economico; infatti, se non ci fossero state le idrovore ferraresi non si sarebbe verificato lo sviluppo né industriale né agricolo. Questa politica del territorio va quindi affrontata.
L'ANBI ha dedicato a tali temi numerosi studi, convegni e congressi (si ricordano, tra gli altri, i seguenti congressi nazionali: «La protezione del suolo e la regolazione delle acque», tenuto a Firenze il 20 maggio 1967, dopo l'alluvione; « Per una politica del territorio» sempre a Firenze nell'ottobre 1970; «La bonifica idraulica in Italia» svolto a Rovigo nel 1980; «Sistemare la collina per difendere il suolo e tutelare l'ambiente» tenuto a Firenze nel maggio 1988).
L'ANBI nelle diverse sedi ha costantemente sottolineato l'esigenza di una forte azione di prevenzione e di manutenzione straordinaria finalizzata a ridurre il rischio idraulico, anche tenuto conto che l'Italia è un paese con un territorio prevalentemente collinare e montano, con una particolare orografia caratterizzata da una fittissima rete di corsi d'acqua naturali e di canali artificiali, nonché con un regime delle piogge estremamente variabile nel tempo e nello spazio.
Sono degni di attenzione i dati risultanti dai piani straordinari per le aree a rischio idrogeologico approvati dalle Autorità di bacino in conformità a quanto previsto dal decreto-legge n. 180 del 1998. Le aree a rischio idrogeologico molto elevato sono 11.468, interessanti 2.875 comuni, cioè il 35 per cento del totale. Se si aggiungono i comuni a rischio elevato, la percentuale si eleva al 43 per cento del totale. La percentuale sale ancora fino 65 per cento se si comprendono anche le aree a rischio medio.
Si pone, quindi, un duplice problema: evitare che la grave situazione di degrado territoriale peggiori ulteriormente e ridurre comunque il grado di rischio idrogeologico esistente. Per questo motivo sosteniamo che occorrono un idoneo governo degli usi del suolo ed una saggia politica di gestione del territorio fondata sulla prevenzione e sulla manutenzione.
I consorzi affrontano con i contributi dei propri associati la manutenzione ordinaria, ma quella necessaria è la manutenzione straordinaria, che non può essere a carico dei consorziati perché richiederebbe enormi risorse ed investimenti; però, senza questo tipo di manutenzione ci sono grossi rischi. In tale settore possono svolgere un ruolo fondamentale ed offrire un valido ed efficace contributo i consorzi di bonifica a condizione che non vengano poste in discussione le relative competenze (come è avvenuto recentemente in Toscana e nelle Marche), che le proposte di intervento da essi formulate siano accolte dalle istituzioni preposte al governo del territorio e soprattutto che ci siano le necessarie risorse finanziarie.
Per una corretta ed organica impostazione dei problemi relativi alle opere idrauliche si ritiene che l'esame debba iniziare dalle disposizioni a carattere generale, che disciplinano il settore della difesa del suolo. Oggi abbiamo un quadro legislativo abbastanza interessante, che è costituito dalla legge n. 183 del 1989 sulla difesa del suolo, dalla legge n. 36 del 1994 riguardante le acque e dal decreto legislativo n. 152 del 1999 sull'ambiente; quindi, l'intelaiatura legislativa è abbastanza forte, ma il problema è che funzioni.
Il provvedimento organico di riferimento per un'idonea impostazione dei problemi è costituito dalla legge n. 183 del 1989, che ha introdotto nel nostro ordinamento un'epocale riforma del settore caratterizzata dal riconoscimento del bacino idrografico quale ambito territoriale di riferimento, ma soprattutto dall'introduzione di una nuova nozione di difesa del suolo che ha portato ad un'attività intersettoriale che si realizza attraverso una serie di azioni ed interventi mirati verso quattro obiettivi: sistemazione, regolazione idraulica e prevenzione; razionale utilizzazione delle risorse idriche; risanamento delle acque superficiali e sotterranee; manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere.
Tali principi assumono particolare rilievo anche per i problemi dei territori collinari del nostro paese e realizzano uno degli obiettivi unanimemente auspicati nei nostri congressi, cioè che l'azione a tutela della collina italiana curi la sistemazione e la manutenzione del territorio nel rispetto della sostanziale unità idrografica dello stesso, attraverso la considerazione unitaria del bacino idrografico.
Noi siamo abituati a pensare il territorio come schematicamente articolato in montagna, collina e pianura, suddivisione giustificata da considerazioni di ordine geografico, geologico, socio-economico ed amministrativo, ma che, come i più attenti studiosi precisano, non può considerarsi in modo rigido con riferimento al ciclo idrologico. Va sottolineata la stretta interconnessione fra le varie fasi di tale ciclo; infatti, qualunque modificazione che interessa un punto o un tronco di un complesso circuito idrico produce effetti sia diretti sia indiretti anche su altre parti del ciclo. Questa realtà induce a riflettere sulla sostanziale unità idrogeologica del territorio e, quindi, sulla forte interconnessione tra montagna, collina e pianura.
Il problema si inquadra nell'ambito della politica per il territorio, che deve assumere come valore di principio fondamentale il riferimento al bacino idrografico. Quest'ultimo, quale ambito territoriale di riferimento, costituisce un principio fortemente innovatore, auspicato dai più qualificati studiosi, che ha determinante rilevanza ai fini della pianificazione.
Non vi è stato né un convegno né un dibattito che non abbia messo in evidenza la necessità di un superamento dei confini amministrativi, su cui era basata la passata legislazione, perché i fiumi e i torrenti non possono avere confini amministrativi; infatti, i corsi d'acqua, per loro natura, non conoscono confini amministrativi, ma solo idrografici. Nel contempo, la valutazione del rischio idraulico presuppone un ambito territoriale delimitato idrograficamente; quindi, il bacino idrografico costituisce un ambito territoriale altamente significativo, non sostituibile.
Il riparto di competenze, vigente nel nostro ordinamento, tra Stato e regioni ha indotto a trovare soluzioni non sempre soddisfacenti, giacché la classificazione dei bacini in nazionali, interregionali e regionali, operata nella legge n. 183 del 1989, ha determinato una situazione denunciata più volte.
L'Associazione nazionale delle bonifiche ritiene che occorra affrontare e risolvere il problema dei bacini interregionali per i quali le intese sono difficili da raggiungere, ma ancora più difficili da mantenere e gestire. Si potrebbe esaminare anzitutto un percorso per un raggruppamento di alcuni bacini interregionali con l'istituzione di un'unica Autorità di bacino, così come previsto ...

PRESIDENTE. Come il bacino del Po.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Quello è un bacino nazionale che, come tutti i bacini di quel tipo, funziona bene perché c'è un certo indirizzo, mentre il problema riguarda quelli interregionali che sono difficili da gestire a causa delle intese che devono essere siglate dalle regioni.....

PRESIDENTE. Tanto per fare un esempio, il Tevere nasce in Toscana e, poi, arriva nel Lazio.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Anche il Tevere dipende da una autorità nazionale.
Per i bacini interregionali non sempre si raggiungono le intese; quindi, riteniamo che sarebbe necessario creare anche per questi un'unica autorità, come si è fatto per quelli nazionali.

PRESIDENTE. Quale potrebbe essere un esempio di bacino interregionale?

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Puglia e Basilicata.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Per il Mezzogiorno è ancor più auspicabile creare un'unica autorità, perché esistono vari bacini interregionali e già sono sorti contenziosi tra la Puglia e la Campania.

PRESIDENTE. Certamente nella piana di Sibari, che è irrigata da fiumi o torrenti che nascono in Puglia o che vanno verso la Puglia....

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Il processo di riforma introdotto dalla legge n. 183 del 1989 è stato avviato, sia pure con ritardo, per i bacini nazionali e, quindi, ha già trovato alcuni momenti di attuazione a livello di acquisizione di dati conoscitivi. Oggi i bacini nazionali sono in grado di fornire dati e di formulare programmi; per questo dicevo che, mentre a livello nazionale esiste questa possibilità, i bacini interregionali non danno lo stesso risultato.
A questo riguardo, vorrei ricordare quello che è avvenuto lo scorso anno sulla questione del Po. In quel caso è stata istituita dalla Presidenza del Consiglio dei ministri una cabina di regia presso l'Autorità di bacino del Po ed abbiamo tutti collaborato con ottimi risultati, anche per quelli che gestivano alcuni bacini privati come l'ENEL: quindi, si è potuto risparmiare l'acqua e fornirla per i vari usi. Questa importante intesa ha costituito un precedente al quale ci riferiamo.

PRESIDENTE. Quando c'è stata la secca del Po sono state aperte le dighe.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. La cabina di regia è stata gestita ottimamente ed ha dato eccellenti risultati. Riteniamo che i principi fondamentali della legge n. 183 del 1989 vadano salvaguardati e che occorra operare sul piano amministrativo ed organizzativo per creare i presupposti di un valido funzionamento degli organi previsti. Quindi, la legge è valida ma si tratta di dettare regole per la concertazione, che l'anno scorso per il bacino del Po è stata positiva.

PRESIDENTE. Però la concertazione deve essere un fatto ordinario e non attuarsi in occasioni straordinarie ed urgenti come nel caso del Po.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. In Italia siamo abituati a vivere di emergenza, mentre questa non dovrebbe essere la norma. Per tali motivi, noi siamo per la prevenzione e, soprattutto, per la manutenzione, perché i soldi spesi per l'emergenza influiscono sui finanziamenti previsti per la manutenzione ordinaria.
Andrebbero riviste anche le procedure perché, come hanno detto i diversi segretari delle autorità di bacino nazionali, alcune relative all'approvazione dei piani e dei programmi sono molto farraginose. Inoltre, il riparto delle risorse fra i diversi bacini, l'individuazione degli interventi e l'assegnazione delle risorse ai diversi soggetti sono regolati da norme che contemplano procedimenti molto lunghi e procedure complesse: di conseguenza, la legge esiste ma vanno riviste e semplificate le procedure di attuazione.
Infine, occorrerebbero norme che diventino regole fondate sul principio della cooperazione tra i soggetti istituzionalmente preposti a tutto ciò. La stessa Corte costituzionale, riferendosi alla legge n. 183 del 1989, ha sottolineato che il governo del territorio può essere perseguito soltanto attraverso la via della cooperazione fra i soggetti istituzionalmente competenti. Infatti, nel nuovo ambito territoriale del bacino sono chiamati a collaborare lo Stato, le regioni, gli enti locali e i consorzi di bonifica, ma non ci sono ancora delle norme di comportamento per questa cooperazione. Occorre superare questa difficoltà, rivedere - come abbiamo visto anche leggendo gli atti relativi ad altri enti intervenuti - la composizione dei comitati tecnici delle autorità di bacino e prevedere la partecipazione di soggetti che sono richiamati dalla legge n. 183 del 1989 all'attuazione delle azioni di difesa del suolo. Ad esempio, in alcune realtà regionali è stata garantita la partecipazione dei consorzi di bonifica nei comitati tecnici ed in altre no: questa dovrebbe diventare una regola.
Parlando sempre della cabina di regia del Po, lo scorso anno sono stati i consorzi di bonifica a fornire i dati sulla situazione delle acque e dei laghi che hanno permesso di predisporre una pianificazione del prelievo e dell'erogazione delle acque.
La stessa Corte costituzionale, nel definire i principi vigenti nell'ordinamento del nostro paese sulla bonifica, ha evidenziato tali questioni. D'altra parte, anche le leggi regionali finora emanate in materia indicano la difesa del suolo fra le finalità della bonifica, procedendo in alcuni casi all'individuazione delle specifiche opere destinate a tale scopo. A questo punto pregherei la dottoressa Martuccelli di esporre alcune riflessioni sui consorzi di bonifica.

PRESIDENTE. Credo che i consorzi operino su circa la metà del territorio nazionale, cioè su 15 milioni di ettari rispetto a 30 milioni 900 mila ettari.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Sono 187 in tutto.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. I consorzi operano su 15 milioni di ettari, ma su tutta la pianura (6 milioni di ettari) e su gran parte della collina, che corrisponde a 13 milioni di ettari del nostro paese. La presenza diffusa sul territorio dei consorzi di bonifica, unitamente alle funzioni che svolgono, fanno considerare queste istituzioni come dei veri presidi territoriali. In primo luogo, ciascun consorzio di bonifica opera su ambiti territoriali definiti idraulicamente, cioè non ha confini amministrativi ma, secondo le leggi, il suo ambito territoriale di operatività è definito sulla base di unità idrografiche omogenee. Chiaramente, su un bacino grande come il Po non c'è solo un consorzio ma vengono individuati i sottobacini, che costituiscono gli ambiti territoriali dei consorzi, definiti dalla legge «comprensori»: questo è un dato molto importante agli effetti della difesa idraulica.
Una seconda caratteristica molto importante a livello istituzionale è che le leggi - sia quella nazionale, il regio decreto n. 215 del 1933, sia il codice civile, ma anche tutte le leggi regionali sino ad oggi emanate -, attribuiscono e riconoscono ai consorzi di bonifica la natura di enti pubblici a struttura associativa e di autogoverno, cioè enti pubblici amministrati dagli stessi interessati. Quindi, tali soggetti sono espressione di una forte connessione tra il momento pubblico e quello privato, che la Corte costituzionale ha posto in particolare rilievo. Questa connotazione di enti di autogoverno presenti sul territorio in ambiti territoriali definiti idraulicamente ha fatto sì che in una recente considerazione della loro natura giuridica alla luce delle modifiche intervenute nella costituzione e nell'ordinamento, la dottrina costituzionalista più recente che si è occupata del tema abbia espressamente sottolineato come i consorzi di bonifica siano soggetti istituzionali forte espressione di sussidiarietà.
Di conseguenza, i consorzi di bonifica operano sul territorio del nostro paese in regime di sussidiarietà, in quanto sono molto vicini agli utenti, rappresentano direttamente gli interessi dei soggetti per i quali si svolge la loro attività sul territorio e, quindi, adattano le loro azioni ai diversi contesti territoriali.

PRESIDENTE. Esiste una sussidiarietà sia verticale sia orizzontale perché, di fatto, c'è una delega degli enti territoriali ai consorzi di bonifica e, siccome questi ultimi sono costituiti dai consorziati - cioè gli agricoltori e tutti quelli che sono sul territorio -, esiste anche una sussidiarietà orizzontale pubblico/privato, cioè una funzione privata di un interesse pubblico.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Direi che le leggi nazionali e regionali, non gli enti territoriali, attribuiscono direttamente ai consorzi specifiche funzioni pubbliche. Poi, la circostanza che sono amministrati dai soggetti interessati, cioè i proprietari di immobili agricoli ed extra agricoli che traggono beneficio dalla loro attività, conferisce loro proprio la sussidiarietà orizzontale, la vicinanza e la rappresentanza del territorio.

PRESIDENTE. Quindi, per fare una ipotesi specifica, se occorre dragare un canale la competenza è del consorzio di bonifica, ma devono essere poi i diretti interessati, cioè i privati, possessori delle terre lungo quel canale, a preoccuparsi di dragarlo?

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. No, provvede il consorzio con proprie strutture; però i proprietari pagano, perché ovviamente, quando c'è una manutenzione ordinaria...

PRESIDENTE. Capisco. Sono comunque i proprietari che si devono preoccupare di sostenere, diciamo, l'azione del consorzio.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. La pulizia dei canali, certo. L'attribuzione di funzioni pubbliche ai consorzi in regime di autogoverno ha fatto sì che, proprio alla luce della recente riforma della Carta costituzionale, e soprattutto della cosiddetta legge La Loggia (applicativa della riforma), i consorzi siano stati considerati e qualificati quali soggetti di autonomia funzionale, enti ad autonomia funzionale che oggi hanno nell'ordinamento una particolare considerazione.

PRESIDENTE. Mi pare che la legge La Loggia non sia molto applicata. Io non sono un giurista, ma ritengo che l'applicazione con legge ordinaria del nuovo titolo V della Costituzione, approvato nella precedente legislatura, abbia sollevato diversi problemi. Noi, dal punto di vista delle opere e dei lavori pubblici, abbiamo incontrato qualche problema. Come lei sa, ci sono state diverse sentenze della Corte costituzionale; ne voglio citare una fra le più importanti: la n. 303 del 2003. La legge La Loggia quindi, avrebbe dovuto placare certe tensioni che si erano determinate fra i diversi livelli di governo in conseguenza dell'introduzione del nuovo titolo V.
Tuttavia, una legge ordinaria che cerca di «assestare» una riforma costituzionale, può creare a sua volta dei problemi, tanto è vero che attualmente, come lei sa, è all'esame del Parlamento una ulteriore modifica del titolo V della Costituzione, nell'ambito di una più vasta riforma di tutta la parte seconda della Costituzione medesima. Le modifiche in essa previste all'articolo 117 della Costituzione dovrebbero superare la legge La Loggia, nel senso che finalmente si configurerebbe una riforma costituzionale molto più completa, comprendente tra l'altro, come lei sa, l'abolizione del bicameralismo perfetto, l'attribuzione di poteri diversi al primo ministro, la ridefinizione dei poteri del Presidente della Repubblica. Nel quadro dell'articolo 117, è previsto il ritorno allo Stato di alcune funzioni importanti su cui si erano registrati problemi, per quanto riguarda le opere strategiche della «legge obiettivo», in quanto alcune regioni si erano opposte, avevano contestato la legge.
La sentenza della Corte costituzionale che ho poc'anzi citato cercava di mettere ordine nella materia. La legge La Loggia dal vostro punto di vista è stata forse utile, ma adesso è in un certo senso «dormiente», in attesa di una riforma costituzionale più completa che riordini alcune funzioni.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Il problema, signor presidente, era che esistevano alcune interpretazioni sulla natura dei consorzi. Con l'attuale riforma costituzionale e la legge La Loggia, è stato confermato che essi sono enti in autonomia funzionale, quindi non sono enti strumentali, ma hanno una loro connotazione. Inoltre, vi è tutta una giurisprudenza su questo punto.

PRESIDENTE. Fra l'altro, nel progetto di riforma che stiamo discutendo, e che dovrà tornare all'esame della Camera in seconda lettura, il principio di sussidiarietà orizzontale è stato ulteriormente confermato e rafforzato. Quindi, dal vostro punto di vista, in un certo senso l'approvazione di questa riforma dovrebbe rappresentare una ulteriore conferma delle funzioni dei consorzi di bonifica.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Per quanto riguarda la legge La Loggia, signor presidente, intendevo riferirmi soltanto a quella parte di essa da cui la dottrina ha tratto alcune indicazioni classificatorie. In modo particolare per quanto riguarda i consorzi, penso che dalla lettura del testo di riforma attualmente in discussione al Senato la caratteristica di autonomia funzionale venga riconfermata come principio di carattere generale. Ciò ai fini della realizzazione delle azioni sul territorio, perché questo è l'elemento importante, con riferimento alla politica territoriale: potersi avvalere di istituzioni che sono sul territorio, che conoscono il territorio e che quindi sanno individuare le azioni necessarie.
Ritornando quindi ai consorzi di bonifica, dicevo che essi svolgono funzioni pubbliche attribuite dalle leggi statali e regionali, in regime di autogoverno privatistico. Questi soggetti, presenti su tutto il territorio, gestiscono (noi abbiamo portato un prospetto) centinaia di migliaia di canali di scolo, nonché 628 impianti idrovori. Questo significa che, agli effetti della difesa idraulica del territorio, le azioni e le opere che i consorzi gestiscono sono fondamentali.
Qual è il problema? Le trasformazioni profonde del territorio, cui ha fatto cenno prima il presidente Lobianco, richiedono oggi che questo importante patrimonio di opere venga ammodernato, perché quando i tempi di corrivazione aumentano così tanto, e l'acqua arriva con una velocità enorme, quando si procede ad impermeabilizzare il terreno, succede che le portate di canali, realizzati anche da cento anni, molte volte non sono più efficienti, non sono più idonee allo scopo. Da qui l'esigenza dell'ammodernamento e dell'adeguamento dei canali e degli impianti.

PRESIDENTE. Quindi le bonifiche realizzate una volta devono essere rifatte periodicamente?

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Diciamo aggiornate.

PRESIDENTE. Di conseguenza, le stesse paludi pontine, se non interverrà questo aggiornamento, ad un certo punto avranno problemi.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Se non ci fossero le idrovore, Fiumicino andrebbe sott'acqua.

PRESIDENTE. Certo, lo sappiamo. Ricordo i dibattiti e le discussioni quando venne inaugurato il famoso aeroporto.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Possiamo anche fare l'esempio dell'aeroporto di Lamezia, oppure del Veneto, dove succede la stessa cosa. Le fornisco poi, presidente, una ulteriore indicazione che ritengo molto significativa: il Polesine. Abbiamo in tutta Italia oltre un milione di ettari situati sotto il livello del mare; se non funzionassero gli impianti idrovori dei consorzi, questi terreni verrebbero allagati. Non ci sarebbero più non solo le coltivazioni, ma neanche alcune città.

PRESIDENTE. Un poco come i polder in Olanda, con la differenza che naturalmente in Olanda il Mare del Nord è un po' più pericoloso dell'Adriatico.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. La situazione di questi territori situati al di sotto del livello del mare forse non è ben conosciuta in Italia. Non è altrettanto ben conosciuta l'azione dei consorzi e delle opere di bonifica che essi gestiscono. Molte volte sono realtà poco conosciute, ma molto rilevanti.
Cosa sarebbe necessario per la programmazione di opere idrauliche, cui appunto è dedicata questa indagine? A nostro giudizio, un programma di manutenzione straordinaria idraulica.

PRESIDENTE. Di tutte queste reti, di queste bonifiche?

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Di tutte queste reti diffuse su tutto il territorio nazionale. Poiché ritengo che ancora oggi, sulla base del decreto legislativo n. 112 del 1998, la programmazione, quanto meno, sia di competenza dello Stato (così come è rimasta di competenza statale la difesa del suolo e il relativo finanziamento), si può ipotizzare un'iniziativa assunta a livello nazionale, in cui le proposte dei singoli progetti, per le singole opere, devono arrivare dal territorio (quindi, attraverso le regioni, dai consorzi di bonifica e di irrigazione). Occorre però, a mio giudizio, una iniziativa importante a carattere nazionale, la quale preveda un programma straordinario di manutenzione idraulica, da realizzarsi poi secondo le regole previste dal decentramento, e quindi attraverso le proposte fatte dai consorzi.
Esistono tuttavia anche altri problemi. Le opere idrauliche erano distinte in cinque categorie, con competenze diverse. Nel momento in cui nel nostro paese furono abolite le cinque categorie delle opere idrauliche, in una prima fase si procedette ad un riparto di competenze fra Stato e regioni attraverso il decreto legislativo n. 616 del 1977, mentre in una seconda fase, con il decreto legislativo n. 112 del 1998 già citato, le competenze relative alle opere idrauliche di qualunque grandezza (quindi, qualunque categoria) furono trasferite alle regioni. È intervenuto successivamente il decentramento dalle regioni agli enti locali.
Con riferimento specifico alle opere idrauliche di terza categoria, che erano già di competenza dello Stato, è intervenuta nel 1993 una legge statale che ha soppresso i consorzi di terza categoria ed ha ripartito le competenze tra Stato e regioni, affidando a queste ultime la decisione sui soggetti a cui affidare le relative competenze. Molte regioni le hanno attribuite ai consorzi di bonifica, altre agli enti locali.
Questo è un problema, a cui se ne aggiunge un altro, che riguarda tutta l'Italia, relativo al reticolo idrografico minore. Nel nostro paese, il reticolo idrografico minore è diffusissimo, perché i cosiddetti corsi d'acqua naturali, che spesso sono anche abbandonati, sono numerosissimi. Il senatore Medici, con il quale ho lavorato per moltissimi anni, diceva sempre che i corsi d'acqua naturali hanno un'importanza fondamentale per l'equilibrio idraulico del territorio. Il reticolo idrografico minore dà spesso origine alle frane, dovute a piogge non abbondanti, ed è costituito dai corsi d'acqua fortemente interconnessi con i canali di cui i consorzi si occupano.
Abbiamo quindi proposto che questo reticolo venga affidato ai consorzi, in maniera tale che possano gestire unitariamente il sistema. Alcune regioni hanno già provveduto in tal senso: il Veneto l'anno scorso decise di affidare questa competenza ai consorzi e anche altre regioni, tra cui la Lombardia, stanno seguendo questa strada.
Ci auguriamo che questo processo di unitarietà di gestione, nell'ambito delle unità idrografiche omogenee, che costituiscono i comprensori di bonifica, possa essere realizzato ovunque, perché soltanto attraverso la gestione unitaria del reticolo

idrografico minore, unito ai corsi d'acqua e ai canali, si può garantire un maggiore equilibrio idraulico.
L'orografia del nostro paese e il clima non ci permettono di eliminare il rischio idraulico, ma dobbiamo far di tutto per ridurlo e ciò è possibile attraverso una corretta gestione in questo settore, che forse è rimasto l'unico in cui esiste una partecipazione finanziaria da parte dei privati, attraverso i contributi di bonifica che i consorzi ricevono dai consorziati agricoli ed extragricoli per la gestione ordinaria, di cui i privati spesso si lamentano. La contribuzione imposta ai consorziati è proporzionata al beneficio del singolo immobile e in alcune realtà il beneficio degli immobili urbani è superiore rispetto ai terreni agricoli, che assorbono l'acqua in eccesso senza riportare rilevanti danni, a differenza di ciò che accade per gli edifici nel caso di allagamento di cantine o locali.

PRESIDENTE. Io sono eletto a Milano, dove fino a poco tempo fa la falda acquifera era abbassata, mentre ora si sta alzando, con gravi danni per alcune zone, nelle quali sono stati costruiti dei box.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Molto spesso gli stessi comuni non tengono conto nei piani regolatori della situazione idraulica del territorio.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Abbiamo allegato alla relazione alcuni dati specifici che riguardano in modo particolare l'Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto. Negli allegati si nota ancora meglio l'incidenza dell'azione dello scolo realizzata attraverso gli impianti dei consorzi. L'opera dei consorzi è rilevante per la riduzione di questo rischio sul nostro territorio. Occorre altresì aggiungere che certamente, sulla base della legge n. 186 del 1989, relativa alla difesa del suolo, i consorzi sono chiamati anche in quell'ambito alla realizzazione e alla gestione di azioni per la difesa del suolo, ma dobbiamo sottolineare che le risorse finanziarie destinate alle azioni ordinarie purtroppo sono state molto carenti.

PRESIDENTE. Quali sono le regioni che hanno trasferito queste competenze agli enti locali ?

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Sicuramente le Marche.

PRESIDENTE. Sarebbe per noi utile avere una mappa di questi trasferimenti, alla luce anche dell'attuazione del titolo V della Costituzione. Vorrei inoltre avere una seconda copia delle mappe allegate alla vostra relazione.

ANNA MARIA MARTUCCELLI, Direttore generale dell'ANBI. Intanto le consegno la mia copia, poi provvederemo ad inviarne altre alla Commissione.

PRESIDENTE. La ringrazio, direttore, perché potranno essere utili per gli altri colleghi.

ARCANGELO LOBIANCO, Presidente dell'ANBI. Nelle pagine 28 e 29 del nostro documento abbiamo cercato di formulare delle proposte concrete che riassumono quello che già abbiamo detto nella nostra esposizione.

PRESIDENTE. Ringrazio i nostri ospiti per il loro contributo significativo.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 12,30.

 

                                                                      (INDICE AUDIZIONI)