Camera dei Deputati

VIII Commissione – Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici

Presidenza dell’On. Pietro ARMANI

Indagine conoscitiva sulla programmazione delle opere idrauliche

relative ai corsi d'acqua presenti sul territorio nazionale.

 

Seduta del 22 febbraio 2005

 

Presidenza del Presidente Pietro ARMANI

Audizione di rappresentanti dell'Associazione nazionale dei

costruttori edili (ANCE).

Durata 30 minuti

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla programmazione delle opere idrauliche relative ai corsi d'acqua presenti sul territorio nazionale, l'audizione di rappresentanti dell'Associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE).
Avverto che i rappresentanti dell'ANCE hanno consegnato una documentazione, di cui autorizzo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna (vedi allegato 2).
Ricordo che l'indagine riguarda il problema della regimazione delle opere idrauliche, della programmazione delle opere idrauliche relative ai corsi d'acqua presenti sul territorio nazionale, con particolare riferimento ai dragaggi dei fiumi, al mantenimento degli argini, alla regimentazione delle golene, e così via; tutto questo in funzione anche del riutilizzo del materiale inerte risultante, che viene impiegato fra l'altro dalle imprese edilizie.
Do la parola al dottor Marcello Cruciani.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. La ringrazio, presidente, per questa occasione di intervento dell'ANCE sui temi della manutenzione idraulica, della manutenzione fluviale e, come lei giustamente evidenziava, del riutilizzo dei materiali che derivano da questa tipologia di attività.
Oggi troppo spesso si parla di manutenzione idraulica solo quando si verificano precipitazioni atmosferiche abnormi, solo quando ci troviamo di fronte ad eventi calamitosi. Ciò succede peraltro anche in tanti altri settori, in cui manca la cultura della manutenzione ordinaria. A volte si è parlato, ad esempio, anche in questa sede, del fascicolo del fabbricato, proprio come frutto della cultura della manutenzione di un edificio; invece poi di fatto si aspettano gli eventi calamitosi.
Come imprese edili, siamo ovviamente interessati alla questione, e non perché interveniamo dopo le calamità (siamo i primi a intervenire, insieme con
la Protezione civile, in pratica, per rimettere in sesto le cose), ma proprio per affermare una cultura della manutenzione programmata ed evitare che la collettività si trovi poi a dover affrontare costi non solo economici, ma anche in termini di perdita di risorse umane.
Per ciò che riguarda la manutenzione idraulica, è vero che se ne è parlato sin dal tempo della approvazione della legge n. 183 del 1989 e successivamente con l'atto di indirizzo e coordinamento del 1993, rivolto alle regioni per individuare criteri e modalità per la redazione dei programmi di manutenzione idraulica. Siamo poi arrivati al 1996, con la tragica serie di alluvioni in Toscana e in Piemonte che hanno dato luogo alla emanazione del decreto-legge n. 576 con il quale, all'articolo 4, comma 10-bis (che è stato più volte citato nelle precedenti audizioni) viene introdotto il concetto del recupero, della manutenzione: recuperare i materiali litoidi trascinati dalle piene dei fiumi e torrenti. Il comma 10-bis nasce sostanzialmente come norma straordinaria, e quindi con una durata temporale limitata, mentre invece manca assolutamente nella programmazione ordinaria il concetto di riutilizzo e soprattutto di dragaggio (come lei, signor presidente, giustamente sottolineava) dei corsi d'acqua, relativamente a quei tratti nei quali vi è accumulo di materiali, che possono consistere in ghiaia, sabbie e così via.
Proprio esaminando i dati conseguenti alla emanazione del decreto-legge n. 576, considerando l'operato dell'Agenzia interregionale per il Po, insieme con la regione Piemonte, si nota che in pratica è stato avviato un piano di bonifica degli alvei che sostanzialmente si è autofinanziato, perché con due delibere noi abbiamo ricavato 3 milioni e 550 mila metri cubi di materiali...

PRESIDENTE. Se non erro, parte di questi materiali sono stati utilizzati anche per i cantieri dell'alta velocità ferroviaria.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Esatto. Sono materiali che sono stati recuperati sia per la messa in sicurezza degli argini, degli alvei, di corsi d'acqua in genere, sia per essere in parte riutilizzati in altri settori.
Nelle audizioni che ci hanno preceduto, per esempio quella dei rappresentanti dell'APAT, veniva sottolineata l'esigenza di questi dragaggi, però se ne evidenziavano anche i pericoli, perché in certi casi essi possono essere realizzati in modo non corretto, o comunque portare a prelievi non confacenti. In alcuni casi, nell'estate scorsa, alcuni articoli di stampa hanno evidenziato, nella zona del Po, fenomeni di questo genere. Il problema però che fondamentalmente emerge è il seguente: questi materiali derivanti dal dragaggio, per poter essere recuperati, devono innanzi tutto avere e conservare un valore economico. Il loro recupero comporta un minore impatto ambientale dovuto all'apertura di nuove cave, o comunque allo sfruttamento meno intensivo delle cave esistenti.
Esiste un problema di gestione di questi materiali perché, proprio per citare il caso più importante, mentre la regione Piemonte li considera come materiali di tipo estrattivo (per cui in pratica le opere di dragaggio sostanzialmente si autofinanziano, in quanto il valore dei materiali recuperati consente all'imprenditore di abbattere i costi della lavorazione), vi sono altre regioni, come ad esempio il Veneto, in cui, non più tardi del 21 gennaio scorso, è stata emanata una delibera in materia di rocce e terre da scavo, che considera il materiale di dragaggio sostanzialmente assoggettato alla normativa per i rifiuti, quindi al decreto legislativo n. 22 del 1997, il cosiddetto decreto Ronchi.
Questo è un problema che va indubbiamente chiarito, perché se il materiale che deriva dai lavori di dragaggio e di messa in sicurezza degli alvei deve essere considerato come rientrante, salvo caso contrario, nella disciplina legislativa prevista dal «decreto Ronchi», automaticamente il valore economico di questi materiali decade, perché il trattamento come rifiuto fa salire i costi, e soprattutto sussiste l'incertezza se i materiali ottenuti possano essere considerati a priori come privi di inquinamento o meno, per cui bisogna sottoporli al test di cessione, come previsto dal decreto ministeriale n. 471.
È evidente quindi che le attività di questo genere (nell'audizione dell'APAT questo fatto in parte è emerso), dovrebbero essere considerate non solo come lavori di manutenzione idraulica, ma anche come lavori che rientrano nel piano delle attività estrattive. Laddove, infatti, esse fossero considerate attività estrattive, non avremmo nessun problema a ritenere questi materiali come esonerati dalla disciplina dei rifiuti, in quanto materiali derivanti da attività mineraria.

PRESIDENTE. Capisco però la preoccupazione della regione Veneto, che ha il problema della laguna. La definizione come rifiuto disincentiva escavazioni che potrebbero, diciamo così, modificare l'equilibrio fragile della laguna veneta. Comprendo i due aspetti della questione. Il Piemonte non ha di questi problemi, forse il Veneto ha qualche problema in più. Si tratta di un aspetto da approfondire.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Diciamo che il Veneto (con una delibera dell'ARPA) tratta l'aspetto del dragaggio nell'ambito della normativa che afferisce alla più ampia problematica della attuazione della esenzione rispetto all'articolo 8, lettera f-bis, del «decreto Ronchi», riguardante la disciplina delle terre e rocce da scavo, per le quali, con la legge comunitaria del 2003 (quindi con la legge n. 306 del 2003), è stato previsto che non siano più considerate rifiuti, laddove sussista il preventivo parere dell'ARPA. Quindi, nel contesto della regolamentazione di tutta la disciplina delle rocce e terre da scavo derivanti da attività edili, l'ARPA Veneto fa discendere un ultimo capitolo, relativo al dragaggio dei fiumi. Essa non fa tanto un discorso di laguna, quanto proprio un discorso di canali, prevedendo addirittura che in certi casi i prelievi per il campionamento vengano operati ogni 100 metri di cantiere, il che, in termini economici, comporta un costo onerosissimo.
Indubbiamente, per quanto riguarda i fiumi ci possono essere dei problemi di inquinamento, però è anche vero che, proprio per citare il fiume nazionale per eccellenza, cioè il Po, abbiamo nel suo alveo delle cave di sabbia regolarmente autorizzate (che quindi servono per alimentare fabbriche di materiali da costruzione, impianti per la produzione del calcestruzzo, o direttamente le attività delle imprese); la stessa sabbia, se viene estratta a seguito di rimozione di materiali e depositi fluviali alluvionali (e se non viene considerata alla stessa stregua della attività estrattiva), deve essere considerata rifiuto!

PRESIDENTE. Mi consenta una battuta: quando entreranno in attività i cantieri del passante di Mestre il problema sarà superato, così come con la realizzazione del tratto dell'alta velocità tra Milano e Trieste. Forse il Veneto capirà come risolvere i propri problemi. Occorre distinguere la laguna rispetto ad altre zone. In alcuni casi l'intervento può determinare una alterazione degli equilibri esistenti: lei sa che esiste un modello dell'andamento della laguna veneta rispetto ad altre zone, come le valli di Chioggia.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Se pensiamo ai canali di bonifica che abbiamo avuto fino alla metà degli anni '50 in Italia, essi non hanno pendenze, per cui se non vengono periodicamente mantenuti e dragati si rischia di ricreare la palude.

PRESIDENTE. All'epoca del Papa nella pianura pontina passavano i bufali per dragare i canali.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Abbiamo la possibilità di utilizzare il materiale estratto e quindi di avviare un discorso di finanziamento in proprio per l'avvio di opere che altrimenti non sarebbero mai effettuate, vista la scarsità delle risorse di regioni e province.

PRESIDENTE. La ringraziamo per la sua relazione molto dettagliata. È molto interessante l'esperienza del Piemonte, come lei ha ricordato, che è riuscito a conciliare queste problematiche con la difesa dell'ambiente, attraverso le casse di laminazione, che venivano utilizzate per difendersi dalle alluvioni e contemporaneamente per provvedere alle esigenze delle grandi opere che dovevano essere effettuate in quell'area.
Credo che il Veneto potrà seguire la stessa strada. Il problema della tracimazione dei fiumi è un problema tipico di sviluppo sostenibile, di correlazione tra l'esigenza dello sviluppo industriale e la difesa dell'ambiente. Dobbiamo lavorare di più in questo senso.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Ricordo che le piccole e medie imprese che sono presenti sul territorio capillarmente possono svolgere un ruolo importante anche per controllare queste situazioni.

PRESIDENTE. Lei sa che esiste un precedente: nel XIX secolo, l'industria del cemento in Italia si è sviluppata da un lato in conseguenza della crisi dell'industria del baco da seta, dall'altro perché l'Austria cominciò a costruire la ferrovia Milano-Venezia nell'ultimo periodo della dominazione asburgica.

MARCELLO CRUCIANI, Dirigente della direzione legislazione mercato privato dell'ANCE. Il problema generale dei rifiuti è serio e mi auguro che il Ministero dell'ambiente ne tenga conto. Con le grandi opere pubbliche, si può recuperare del materiale che è molto simile a quello che si trae dalle cave.

PRESIDENTE. La ringrazio nuovamente e dichiaro conclusa l'audizione.

 

                                                                      (INDICE AUDIZIONI)