La logica dell’emergenza

 

Lo scopo, non dichiarato, dell’attuale politica sul governo dei fiumi è quello di sopprimere ogni forma di manutenzione preventiva, per poter intervenire a posteriori ed operare nell’ottica dell’emergenza: finalizzata all’allegra gestione delle pubbliche risorse. Si vuole abolire la bonifica dei corsi d’acqua – cui si è provveduto per secoli mediante l’istituto delle concessioni estrattive in alveo – per subentrarvi con il sistema degli appalti pubblici e con interventi di somma urgenza. Si ricorre ad espedienti di vario genere, dal demenziale al delinquenziale, per soffocare una secolare attività produttiva, e per criminalizzare una categoria di imprenditori.

Gli espedienti usati per lo scopo: - 1) manipolazione dell’opinione pubblica con una campagna mistificatoria su falsi danni ambientali; - 2) travisamento della realtà con “Studi” fasulli, che ignorano gli enormi quantitativi di materiale esistente negli alvei; - 3) si scoraggiano le richieste di concessione, triplicando il prezzo del canone, in totale disarmonia con il mercato degli inerti (salvo a farsi un socio tra i funzionari pubblici, nel qual caso si ottiene lo sconto dell’80%); - 4) nel rispondere alle istanze, si applica la prassi dilatoria del rinvio all’infinito. Si persegue soprattutto l’occultamento del materiale, negando l’evidenza della realtà. A chi presenta richieste, con quantitativi reali da centinaia di migliaia di mc, si nega l’esame dei progetti, in totale spregio delle leggi, nazionali e regionali, ricorrendo ad Abusi, Omissioni e Falsi in atto d’ufficio.

Con questo sistema si costringono gli operatori del settore ad accettare autorizzazioni per quantitativi irrisori: concessioni del tipo fraudolento, con il sistema: “ti autorizzo un mc. ma ne puoi prelevare dieci”, in una specie di gioco del “Gatto con il topo”, verso un processo di criminalizzazione coatta della categoria.

E’ un disegno immorale e folle – giunto già a compimento in gran parte d’Italia, con la chiusura di centinaia di Aziende che scavavano in alveo, ad esclusivo vantaggio delle Cave fuori alveo – che ora vive la sua fase conclusiva anche in Basilicata. Il Danno economico che ne deriva è enorme, se si pensa ai miliardi di mc. di materiale esistente nei fiumi italiani. Materiale che potrebbe rappresentare una grande risorsa ed una grossa Entrata erariale, e che invece svanisce nel nulla, grazie al gioco delle “Tre carte” con cui si dilettano gli uffici preposti. Se poi si pensa al fatto che, una volta soppressa l’attività estrattiva, sarà necessario ricorrere al sistema degli appalti, con miliardi di Spesa (per rimuovere quello stesso materiale), allora il danno erariale si triplica. Il danno civile, non meno grave, è commisurato alla perdita delle risorse imprenditoriali sane, divorate dall’incalzante malcostume.

Il tipo di appalti cui mi riferisco – cioè quelli preferiti dalla lobby Tangenti & Appalti – sono gli interventi che seguono un disastro alluvionale. Solo allora infatti, sull’onda dell’emozione collettiva, generata da lutti e disastri, scatta l’emergenza. Si aprono le paratoie dei “finanziamenti straordinari”. Si dà il via ad “interventi urgenti e indifferibili”. Che si appaltano senza progetti e con le procedure della “somma urgenza”. Che si affidano “a trattativa privata”, si collaudano in “corso d'opera” e si pagano “a forfait”. Quegli appalti, insomma, molto simili ai “Lavori del dopo alluvione-2000”, in Piemonte (con diversi tangentisti finiti in galera).

Per questi signori, la difesa del suolo non è un obiettivo ma solo il pretesto per attivare finanziamenti. Il fiume non è più fiume, ma campo per scorrerie. Il disastro ambientale è una “provvidenza”. Abolendo la manutenzione, si vuol dare solo una mano a questa provvidenza. Gli interventi prediletti sono le “Sistemazioni fluviali” perché il fiume “si presta” per sua natura allo scopo, perchè cancella alla prima piena ogni traccia delle opere malriuscite… o di quelle non eseguite ma contabilizzate e retribuite. Ed è subito pronto per nuove “operazioni”.

Partendo da quel ch’è accaduto e tuttora accade in Basilicata, descrivo i connotati e gli strumenti di questo disegno, nonché le varie sedi dove si decidono strategie e tattiche, Piani e Programmi, e si stanziano i Fondi. Il tutto, nella “collaudata” logica dell’emergenza, che, quando non arriva naturalmente, la si crea con artifizi e stratagemmi, tali da innescare comunque le procedure della somma urgenza e da vanificare ogni controllo previsto dalla gestione ordinaria.

La cabina di regia di questa folle politica è facilmente individuabile nel C.I.P.E. (Comitato Interministeriale della Programmazione Economica), una specie di Governo Parallelo inventato dalla prima repubblica: versione legalizzata del vituperato Sottogoverno (occulto) di una volta, attraverso il quale – si ricorderà – avveniva allora la spartizione della torta.

Un esempio di allegra gestione delle pubbliche risorse è senz’altro la Delibera CIPE del 12.5.1988 (8.000 miliardi di vecchie lire - gazzetta ufficiale n. 144 del 21.6.1988), scorrendo la quale si ha la chiara dimostrazione di come si inventa l’emergenza: - approvare interventi multimiliardari senza uno straccio di progetto; - stabilire l’avvio dei lavori entro 120 giorni, pena la revoca del finanziamento; - imporre la procedura dell’appalto concorso. Ed il gioco è fatto. Diventa una via obbligata affidare i lavori a chi ha già pronto il progetto. A completare l’opera ci pensa l’art. 24 - primo comma - lettera b), della legge 584/77, che consente di gonfiare il costo dell’opera e di eludere la contabilità dei lavori. A restringere poi il numero degli “invitati” ci pensa la legge 80/87. 

Con questo sistema furono realizzate dalla Regione Basilicata diverse “sistemazioni fluviali”, per l’ammontare complessivo di 528 miliardi di vecchie lire, di cui 264 prestati dalla B.E.I. (Banca Europea per gli Investimenti). Ho potuto esaminare le varie fasi (appalto, esecuzione e collaudo) di quegli interventi. Non esistevano progetti; il valore delle “opere” era meno di un quarto della spesa sostenuta; ed alcune di esse, pur collaudate e retribuite, non furono mai eseguite. Ora, a distanza di 15 anni, quel debito non è ancora estinto, ma di quelle opere c’è ben poca traccia.

Non credo che nelle altre regioni sia andata diversamente. Comunque, volendo, ognuno può verificarlo, consultando le Delibere CIPE. Chiunque può quantificare la misura dello spreco, prodotto allora nella propria regione. Può valutare il grado di attendibilità dei vari Organi “partecipanti”. E può godersi la barzelletta di quel Forfait da 57 miliardi, assegnato al Presidente del Consiglio dei Ministri: per “sistemare l’alveo di San Rocco” (?) (v. Opere e Metodi di Tangentopoli).

Lo strumento che permise simili “Operazioni”, ripeto, è la citata procedura di gara prevista dall’art. 24 - primo comma - lettera b) della legge 584/77. Procedura imposta dalle stesse direttive del CIPE in quanto “norma di adeguamento alle direttive della Comunità economica europea”. E’ una norma che prevede l’aggiudicazione della gara, non in base al minor prezzo, ma in base ad una ”serie di elementi di valutazione”. E’ una specie di imbroglio legislativo, chiamato “il metodo dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, che, grazie a quegli elementi – discrezionali, nebulosi e fantasiosi – fa lievitare a dismisura l’importo dell’appalto. Funziona in modo analogo, per le forniture, grazie all’articolo 15 - primo comma - lettera b) della legge 113/81.

Si tratta, insomma, di un diabolico marchingegno normativo, inventato da Tangentopoli, che trasforma la gara d’appalto in una partita al “mercante in fiera”, in cui l’opera (o fornitura) è solo una “base” per costruirci l’Operazione spartitoria. L’importo dell’appalto è commisurato non più al costo dell’opera (o fornitura) ma al numero e all’appetito dei Commensali. Non so se veramente ci stiamo “adeguando” all’Europa, ma una cosa è certa, queste leggi disonorano il nostro Parlamento e sconcertano chi ancora crede nello Stato di diritto.     

Così funzionava durante la prima repubblica: …si alimentava la Corruttela, …si finanziavano i Partiti …e si realizzava quel Macigno da due milioni e passa di miliardi, di Debito Pubblico, che grava sulla testa degli Italiani. Con l’avvento della seconda repubblica non è cambiato niente: il governo “parallelo” (centrale) è sempre operante,  e sorgono numerose altre sovrastrutture (centrali e regionali).

Quanto alla famigerata procedura d’appalto (art. 24 - primo comma - lettera b), ha cambiato “vestito” (Decreti Legislativi n. 406/91, 358/92, 157/95, 158/95 ecc…), ma è ancora vigente e foriera di Operazioni spartitorie. Non cambia assolutamente niente. Negli ultimi quindici anni, è cambiato il Governo centrale e molti di quelli regionali, ma la politica sulla difesa del suolo è rimasta la stessa, …e con gli stessi risultati: alluvioni, detriti e tangenti. (v. Rassegna stampa – 4° articolo)

Non cambia niente, e nel cittadino si fa sempre più vivo il sospetto che Destra e Sinistra siano soltanto le diverse sembianze di un Partito Unico Trasversale: - che manovra le leve del potere; - che, attraverso Comitati e Commissioni vari,  realizza il consociativismo e spartisce le risorse; - che stravolge le competenze sul territorio; - che privilegia i canali più disinvolti, penalizzando il rigore; - che prostituisce la Tecnica e mortifica la Cultura.

Non cambia, ed è sempre più difficile che possa cambiare. La “cultura” (e coltura) delle mazzette è ormai radicata nelle leggi, ancor prima che nelle intenzioni. Per coerenza andrebbe cambiato solo l’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è una repubblica fondata sulla Tangente, e non più sul Lavoro.

 

                                                                                             (Fontamara)