Sventurati fiumi d’Italia:

tra Inetti, Ignoranti, Matti e Imbroglioni

 

      Lettera aperta a Sindaci e Prefetti, a Deputati e Senatori, a Ministri e Governatori…

 

Aggiornamento: l’Indagine conoscitiva parlamentare, di cui parlo nella presente lettera (inviata nel maggio 2005), si è conclusa nel settembre 2005, con l’approvazione, in VIII Commissione, di un “Documento conclusivo”. (Conclusioni indagine Camera Deputati)

In calce alla presente ne riporto un sintetico commento. (Anno 2005: sventu-rati fiumi)

 

L’attuale politica sulla Difesa del suolo e sul governo idraulico dei fiumi –  politica fondata su incuria ed abbandono; contraria ad ogni forma di manutenzione preventiva; ispirata e sostenuta da un “ambientalismo” strumentale; perseguita nell’ottica dell’emergenza dalla lobby tangenti & appalti; – sta oscurando l’Italia e ne sta sfasciando il territorio. Le pianure fluviali sono ad alto rischio idraulico; ad altissimo rischio è la Pianura Padana.

(Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 1)

Da 15 anni vado denunciando queste cose, a cominciare dalla “lettera a Deputati e Senatori” del giugno 1991. L’On. Alfredo Biondi ne prendeva atto e, nella sua cortese risposta, si augurava che gli artefici di quello “stato di confusione e di scollamento” si ravvedessero in tempo.

(Anno 1991: malcapitati fiumi)

Ma così non è stato: la situazione è peggiorata oltre ogni limite allora prevedibile e, come paventava lo stesso Biondi, i fiumi d’Italia sono diventati “una Caporetto, per tutti coloro che credevano di poter coniugare economia, benessere e ambiente”. Questo è quanto si deduce dalla “Indagine conoscitiva” in corso presso la VIII Commissione della Camera dei Deputati; indagine sulle opere idrauliche e sulla manutenzione dei corsi d’acqua, deliberata nel dicembre 2004; di cui si sono già  svolte le audizioni previste in programma; il cui termine di ultimazione (prorogato) è previsto per il 15 luglio 2005. E’ possibile acquisirne gli atti dal sito della Camera, oppure da:

(Indagine conoscitiva Camera Deputati).

Il problema posto in Commissione dall’On. Pietro Armani – in primo luogo ed in ogni seduta è la manutenzione ed il disalveo dei corsi d’acqua, in funzione della sicurezza del territorio. Alcuni degli Auditi descrivono con lucido realismo l’oscuro scenario dell’attuale situazione: la Difesa del suolo è finita invischiata in un ginepraio di leggi e di sovrastrutture da cui è difficile districarsi; che porta alla totale immobilità dell’azione amministrativa.

Alcuni Altri invece – rappresentanti degli Organi preposti sul territorio – sembrano venire da un altro mondo: rivelano un approccio inadeguato e stravagante verso la stessa questione, e preannunciano strategie che sono un presagio di sventura. E mentre il Presidente Armani cerca di capire cosa fare per trattenere l'acqua all'interno dei fiumi, ognuno di loro vorrebbe portare un po’ d'acqua al proprio mulino. L’annunciata programmazione di opere fa pensare loro più alle nuove risorse da gestire che al problema da risolvere. E si assiste al solito ritornello: "Le cose non funzionano perchè non abbiamo risorse sufficienti; dateci altri soldi e tutto andrà meglio".

Questa “indagine” potrebbe essere l’occasione perchè ogni persona responsabile – verso famiglia, città, regione e Paese – si renda conto dello scenario sconcertante che offre attualmente questo settore della pubblica amministrazione. Ed è perciò un male che si stia svolgendo in sordina. Nessun giornale ne parla, e forse gran parte dei Comuni interessati ne sono all’oscuro.

Risulta infatti strana la totale assenza dei Comuni padani, dall’audizione ANCI, durata peraltro 15 minuti

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 10);

centinaia dei quali, tra cui importanti città e capoluoghi, sono reduci da luttuosi disastri e vivono tuttora il problema delle ricorrenti alluvioni; e quindi potrebbero testimoniare, più degli “addetti ai lavori”, sulle condizioni oggettive dei corsi d’acqua, e sulle carenze soggettive riguardo la loro manutenzione.

Insomma, voglio dire: Signori Sindaci, battete un colpo! Fatevi avanti! La questione in ballo è di vitale importanza: per la sicurezza del territorio e per la vita di intere popolazioni. Voi siete il primo presidio istituzionale sul territorio. Perciò è una questione che vi riguarda da vicino: specie ai sindaci della pianura padana. La vostra totale assenza in questa circostanza è semplicemente inammissibile. Con il vostro silenzio, vi rendete corresponsabili del rischio che incombe sulle vostre comunità.

E’ auspicabile comunque che la Commissione prosegua fino in fondo il suo lavoro: effettuando sopralluoghi; ascoltando “altre campane”; confrontando la verità degli enti preposti (e spesso responsabili dei disastri) con quella di chi quei disastri li ha subiti; smascherando manfrine e mistificazioni pseudo-ambientaliste.

(Manfrine "ambientaliste" - 1).

Solo perseguendo una conoscenza chiara e veritiera di situazioni e problemi, la Commissione avrà veramente assolto al suo compito. E’ altresì auspicabile che nasca spontaneo un ampio dibattito ed un contributo di conoscenze e di idee.

Da parte mia, sto seguendo i lavori della Commissione, cui peraltro ho inviato una motivata richiesta di audizione. Riporto qui di seguito alcuni stralci delle audizioni – evidenziandone falsità, mistificazioni e stravaganze – ed un’analisi della situazione. Cerco di diffondere con ogni mezzo la presente. Spero di richiamare l’attenzione… di indurre a riflettere... di stimolare qualche iniziativa…

 

Le AUDIZIONI:

l’APAT – Agenzia per la Protezione dell’Ambiente

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 2)

Il Presidente della Commissione On. Pietro Armani esordisce dicendo: “Abbiamo deliberato questa indagine conoscitiva con una specifica attenzione ai problemi relativi alle opere idrauliche sul territorio nazionale, ma in particolare al problema del dragaggio dei torrenti, dei fiumi…”

Risponde il rappresentante dell'APAT, Stefano Corsini: “Il trasferimento alle regioni degli uffici periferici che gestivano l'informazione idrografica, fornendo un'informazione a livello nazionale che rivestiva una discreta utilità per la programmazione, è avvenuto in maniera assolutamente disomogenea… Questo sicuramente ha determinato una serie di problemi che poi si riflettono nella difficoltà di programmare la manutenzione dei corsi d'acqua e di valutare l'opportunità di mantenere gli alvei nelle condizioni che devono consentire il transito di certi eventi.” Ed ancora: “Molto spesso la programmazione regionale si traduce nella nomina di enti attuatori… che non possiedono la necessaria capacità progettuale e la professionalità per affrontare certi tipi di problemi e chiamano in causa consulenti che possono indirizzare le politiche locali verso determinate scelte non sempre condivisibili”. Ed io aggiungerei: verso interventi assurdi; verso opere costose, superflue e spesso controproducenti; verso interessi di parte, a discapito dell’Interesse Generale.

(Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 5).

 

La Conferenza delle Regioni

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 7)

Ai rappresentanti delle Regioni il Presidente Armani rivolge la stessa domanda: “Noi ci poniamo soprattutto un problema: per quale motivo non si dragano più torrenti e fiumi… come si è sempre fatto nel passato… sin dal tempo dei Medici e del Gran Ducato di Toscana ?”.

Risponde il Direttore della Difesa del suolo del Piemonte, Nella Bianco: “Sui corsi d’acqua della regione Piemonte sia l’autorità di bacino sia l’AIPO vi avranno già evidenziato che, mediamente, gli alvei si sono abbassati.” (???). L’Assessore regionale aggiunge: “dopo l’alluvione del 1994… è emerso che una delle cause dell’alluvione erano state le eccessive asportazioni di materiale dai corsi d’acqua”. (???) (*)

Dalla cronaca del tempo risulta l’esatto contrario. In un’intervista del 5.11.1995, il presidente del Magistrato del Po Emilio Baroncini dichiarava: “Tutti i detriti… che esistevano in alveo, sono stati più o meno tolti: si tratta di 15 milioni di metri cubi… Quelle catastrofi non ci saranno più…”.(Rassegna stampa: alluvioni e tangenti)

Bastava toglierli qualche anno prima e si sarebbe evitato anche il disastro del ‘94.

 

L’Autorità di bacino del Po

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 5)

Il Presidente Armani ripropone lo stesso quesito sul disalveo dei fiumi al segretario generale dell’Autorità di bacino del Po, Michele Presbitero. Ma anche questi rimanda la risposta a quel che dicono gli altri: “Il 2 marzo scorso la provincia di Mantova ci ha inviato un documento nel quale si afferma che nel corso di un dibattito svoltosi di recente… è emerso che nell'ultimo mezzo secolo… si sono registrati abbassamenti del fondo dell'alveo di magra del Po, dell'ordine di 4 metri.” (???)

E’ inaudito: il rappresentante di un ente, istituito per svolgere “l’attività conoscitiva” sul territorio (art. 2 della legge 183/89), risponde non per cognizione diretta ma per sentito dire. Sembra di assistere al gioco della Torre dei mille gatti.

 

L’AIPO – Agenzia interregionale per il Po

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 5)

L’On. Armani non molla e torna sull’argomento con il presidente dell’AIPO, Marioluigi Bruschini, dicendo: “…il dragaggio è un fatto importante perché se ogni anno dalle Alpi e dall'Appennino si scaricano continuamente inerti, attraverso il dragaggio si può evitare che gli argini diventino sempre più alti…”.

La risposta: “Per quanto riguarda l'escavazione, ci troviamo di fronte ad una situazione idraulica particolare, perché il canale di magra del Po, cioè il settore dell'alveo centrale, per una larghezza varia di 30-40-50 metri, si sta incidendo ed  approfondendo sempre di più…” (???).

Parole che suscitano qualche dubbio nell’On. Armani; il quale non vedendo il nesso logico tra le Alpi che scaricano di continuo nei fiumi e gli alvei che si abbassano, chiede: “Ma non esiste un rapporto di causa-effetto ?”. Al che il Bruschini, mettendo in dubbio l’esattezza scientifica dell’Idraulica, enuncia: “In idraulica è un po’ complicato il rapporto tra causa ed effetto… È difficile affermare che A sia la causa di B e B quella di C: è molto azzardato”. (???)

 

Il Dipartimento della Protezione Civile

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 3)

Il presidente Armani esprime la sua preoccupazione circa la “prevenzione di certi fenomeni alluvionali, che, talvolta, nascono dalla cattiva manutenzione dei corsi d'acqua…" e ribadisce: “Abbiamo sollevato il problema in quanto ci sembrava che i mancati interventi sistematici sul dragaggio dei fiumi…  fossero uno degli elementi che, in caso di alluvione, determinano la tracimazione e l'esondazione delle acque…”.

Il Direttore Bernardo De Bernardinis ammette: “E’ evidente: se la manutenzione ordinaria del territorio non viene perseguita con continuità, il rischio aumenta”; precisando che peraltro questo principio è stato affermato, con “una circolare del Capo Dipartimento, molto precisa, dell’agosto 2003”.

In effetti già nel luglio dello stesso 2003, in un’intervista a “La Stampa” il Dr. Guido Bertolaso aveva lanciato l’allarme alluvioni, ed aveva “chiesto alle Regioni di approfittare dei fiumi in secca per pulire gli alvei”.

Confrontando però la circolare con l’intervista, ci si rende conto che è tutta una presa per i fondelli. (Rassegna stampa: alluvioni e tangenti - 6)

Dice inoltre De Bernardinis: “il nostro compito è quello di coordinare: questo vale anche per la gestione del rischio idraulico”

Il Presidente Armani : “Quindi in quel caso di magra bisognava dragare il Po ?”.

De Bernardinis: “No, in quel caso abbiamo rilasciato acqua dai bacini montani…” (???)

Scorrendo le altre risposte del De Bernardinis, si leggono delle vere amenità, del tipo: “la messa in sicurezza non esiste, perché ci sarà sempre un’attività di Protezione civile”, oppure: “non è sempre vero che il sovralluvionamento è negativo”, o delle assurdità del tipo: “Basti pensare a fiumi come il Brenta, che oggi sono sopraelevati perché sottoposti a troppi prelievi”, (???) o delle allucinazioni, del tipo: “…si tende a parlare sempre del Po, ma oggi questo fiume fa pochissima paura. Dalla popolazione di Casale si accetta, quasi normalmente, l'idea di avere 10 centimetri di acqua nel proprio giardino…: si tratta di un rischio ordinario, accettato ed accettabile…”.(???)

Non solo con le chiacchiere, ma anche con i fatti, il Prof. Ing. Bernardo De Bernardinis ha dimostrato scarsa preoccupazione verso il rischio idraulico. Negli anni scorsi ha “curato”, insieme alla SUDGEST, diversi Piani di bacino, compreso quello della Basilicata. Nonostante i fiumi lucani siano tra i più sovralluvionati d’Italia, neanche in quel piano vi è alcuna ottemperanza dell’articolo 17, comma 3, lettera l della legge 183/89: norma che include, tra le finalità dei piani di bacino, la disciplina dell’attività estrattiva in alveo, in funzione del regime idraulico. A quanto pare, non è tanto la riduzione quanto la gestione del rischio che interessa: se il rischio viene ridotto o eliminato, rimane poco o niente “da gestire” con l’emergenza.

 

Le Associazioni ambientaliste.

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 16)

Il Responsabile programma acque del WWF, Andrea Agapito Ludovici, interviene dicendo: “…leggendo il resoconto dei primi incontri dell’indagine conoscitiva in corso, hanno attirato la nostra attenzione, alcuni problemi, tra cui in particolare il dragaggio e la possibilità di utilizzare materiali inerti... e su tali temi vorremmo esprimere le nostre considerazioni.” Poi afferma: “…qualsiasi intervento di asportazione di materiale sugli alvei deve essere assolutamente ponderato… Se il fiume deposita in un punto, significa che in altro ha eroso: esiste pertanto un equilibrio che siamo chiamati a tutelare, per garantire, a nostra volta, la sicurezza dei cittadini”. (???). Ma gli sfugge di spiegarci dove vanno a sistemarsi, in questo esistente equilibrio da tutelare, i tanti milioni di metri cubi di materiale… che ogni anno e ad ogni pioggia… si staccano da rilievi e da versanti… e che inevitabilmente finiscono negli alvei fluviali.

Continuando nella sua dotta discettazione, il rappresentante del WWF, tra le tante stravaganze, ne dice una che merita d’essere citata: “Da uno studio condotto sul fiume Tirino in Abruzzo è emerso che circa 700 metri di fiume hanno una capacità depurativa pari ad un depuratore di 1.500 abitanti. Per quale motivo allora bisogna costruire un depuratore, che costa, che richiede una manutenzione e che ha un grosso impatto ambientale, quando in maniera naturale è possibile ottenere lo stesso risultato gestendo decentemente alcuni corsi d'acqua ?”. Vuol forse proporre di trasformare i fiumi in tanti depuratori fognari (???)

 

OSSERVAZIONI:

Le “incisioni” e gli “approfondimenti” del fondo alveo – descritti dal Bruschini come fenomeni misteriosi, e chiamati a pretesto per frenare il dragaggio – sono situazioni che si verificano proprio laddove occorre un maggior dragaggio. Si formano infatti affianco agli accumuli più grossi; cioè quelli che, occupando gran parte dell’alveo, costringono la corrente in uno spazio ristretto. Ne deriva un incremento locale della velocità che innesca il fenomeno erosivo: con effetti sul fondo alveo a ridosso della sponda opposta all’accumulo stesso.

Inoltre, se in corrispondenza di un ponte (fatto ad esempio di quattro campate) si formano accumuli tali da ostruirne tre, e quindi il filone della corrente è costretto a scorrere in un sola campata, anche in questo caso si ha un aumento locale della velocità e di capacità di trasporto della corrente. Ne consegue l’abbassamento, ma solo di quella porzione di alveo, e lo scalzamento delle due pile interessate di quel ponte. Se insomma quegli accumuli venissero rimossi per tempo, ripristinando laddove occorre la larghezza originaria dell’alveo, si eviterebbero sia le incisioni sia gli abbassamenti sia il conseguente crollo di ponti e difese spondali.

(Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 3)

 Infine, può verificarsi l’abbassamento di un tratto di alveo a valle di una briglia. Se questa non è munita di vasca di dissipazione e controbriglia – opere che frenano l’acqua e ne azzerano l’energia acquisita durante il salto – per gli stessi motivi sopra descritti, si ha un aumento locale di velocità e di capacità di trasporto, e quindi erosione ed approfondimento, ma solo per un breve tratto a valle della briglia. Di opere simili ne ho viste parecchie in pianura padana.

Quanto alla fantomatica “erosione della costa”, chiamata anch’essa in causa per frenare il dragaggio dei fiumi, è solo un falso problema.

(Manfrine "ambientaliste" - 2)

I veri problemi sono ben altri, tutti di segno contrario e conseguenti all’accentuata erosione del suolo. Dal tempo dei Romani, quando Adria era il loro porto, la linea di costa è avanzata di 40 km.;  negli ultimi 50 anni la foce del Po (Busa Dritta) si è protesa di oltre mille metri; le regioni Emilia Romagna e Veneto spendono decine di milioni di euro in dragaggio ogni anno, per pulire i fondali e mantenere un residuo di navigabilità lungo il Po; i fondali dell’alto Adriatico si sono innalzati di alcuni metri, ed è a rischio anche la navigabilità in laguna.

(http://www.comune.venezia.it/motondoso/ordinanza31_2002_areeblu.asp)

In modo analogo accade sul versante tirreno, dove l’apporto solido dell’Arno e degli altri fiumi sta innalzando i fondali costieri; creando problemi nel porto di Livorno, per esempio; dove, nonostante i 2.500.000 di metri cubi di materiale dragati alcuni anni fa,

(http://www.lom.camcom.it/trasporti/trail/inter/ie000400.htm)

già vi si incagliano i traghetti a causa dei fondali troppo bassi (22 aprile 2005).

(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/04_Aprile/20/   traghetto.shtml)

All’interno del territorio poi, l’accumularsi dell’apporto solido ostruisce e rende pensile il reticolo idrografico, mettendo a rischio le pianure.

Questi ed altri sono i veri problemi. Altro che erosione della costa, ripascimento delle spiagge e tutte le altre balle: inventate, su commissione, dalla Subcultura italiana.

Il fatto curioso della faccenda è che, mentre l’AIPO e l’AdB teorizzano l’abbassamento dell’alveo del Po (per cui ne sconsigliano il dragaggio), nella pratica invece accade che l’ARNI (Agenzia Regionale per la Navigazione Interna, dell’Emilia Romagna), sta asportando, già da alcuni anni, milioni di metri cubi di materiale inerte, dragando proprio in quel “settore dell’alveo centrale” che secondo Bruschini “si sta erodendo e approfondendo”.

Scorrendo l’omonimo sito (http://www.arni.it/), scopre infatti che nel solo 2003 l’ARNI ha dragato e movimentato oltre due milioni di tonnellate di inerti; che è in corso l’acquisto di una seconda e più potente draga, per una spesa di 3 milioni di euro; che è quindi previsto il raddoppio della produzione.

Va comunque precisato che il dragaggio fatto dall’ARNI – per quella parte di materiale asportato dall’alveo di magra e depositato in quello di massima – non riduce il rischio idraulico ma lo incrementa. Del materiale che invece l’ARNI porta fuori dal fiume, ne beneficia sia il fiume Po che la sicurezza del territorio, …e potrebbero beneficiarne anche le casse della Regione Emilia Romagna.

 

L’abusivismo autorizzato. Il dragaggio dei fiumi, quindi, si fa eccome, ma non si dice. Gli inerti fluviali sono un’immensa risorsa mineraria; intorno e contro la quale girano notevoli interessi: c’è chi vorrebbe accaparrarsela, e chi invece (la lobby delle cave private) ne teme la concorrenza e fa di tutto per escluderla dal mercato. Perciò si assiste ai tanti giochetti che mirano a nasconderla ai più per riservarla ai pochi; ad occultare i quantitativi reali per trattare la differenza sotto banco… E da qui nasce il sistema delle concessioni “virtuali”: ti autorizzo per un metro cubo ma ne puoi prelevare 10 - 100.

Certo, è illegale ma in Basilicata si può operare solo con questo sistema;

(Spreco infinito e legalità perduta) sistema che a quanto pare vige anche altrove: le concessioni di cui riferisce l’Assessore del Piemonte, “di un limite massimo di diecimila metri cubi”, altro non sono che concessioni virtuali, dietro cui si nascondono quantitativi reali ben più consistenti.

Poi c’è la lobby Tangenti & Appalti, che predilige i fiumi per le sue scorrerie; che cerca di abolire il sistema preventivo di manutenzione fatta mediante le concessioni estrattive, per poter intervenire, dopo il disastro alluvionale, col sistema degli appalti e nell’ottica dell’emergenza… ed organizzarvi le sue operazioni spartitorie.

(Opere e metodi di tangentopoli)

Ed anche qui si occultano i quantitativi reali, allo scopo di scambiarli con fondi neri e tangenti. Insomma, c’è un vasto panorama di “abusivismo” diffuso in tutta Italia, che viene prima imposto, poi tacitamente consentito, ed infine criminalizzato. Del resto, lo stesso Segretario Generale dell’Autorità di Bacino del Po, Michele Presbitero, denuncia il fenomeno

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 12)

dichiarando: “Vi è una difficoltà nella sorveglianza: sul Trebbia, in un solo giorno, ho personalmente contato 400 camion che portavano via il materiale rimosso dagli alvei; tale lavoro è proseguito per mesi”. Notizia sbalorditiva che merita un piccolo commento.

Facendo un po’ di conti ed ipotizzando la durata di tre mesi (del descritto traffico di 400 camion al giorno) viene fuori un totale di 500 mila metri cubi di materiale asportato. Quantitativo che, se non fosse compatibile con le esigenze di regimazione, farebbe pensare ad una vera voragine prodotta nel povero fiume Trebbia.

Viene quindi da chiedersi: come mai nessuno si è opposto ad uno scempio simile, fatto alla luce del sole e durato alcuni mesi ? Era poi tanto difficile sorvegliare affinché non accadesse ? Come mai il bravo Presbitero – che peraltro non è un comune cittadino ma il rappresentante di un’autorità con competenza specifica in fatto di polizia idraulica – denuncia questo fatto solo adesso in Commissione, e non ha pensato in tutti quei mesi di chiamare i carabinieri o la forestale ? Ed ancora: ma siamo poi sicuri che i 500 mila metri cubi tolti non fossero compatibili con le esigenze del fiume ? O invece, pur essendo pienamente compatibili, erano però nascosti nel computo dei volumi, previo accordo tra “contraenti”, consulenti, tutori, vigilanti, ecc. ecc. ?

 

Per completezza va precisato che l’esondazione fluviale non è causata solo dall’ostruzione degli alvei, per mancato dragaggio, ma anche da altre cause.

(Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 2)

Vi sono ad esempio degli sbarramenti di ritenuta (traverse e briglie) lungo i tratti fluviali di pianura, che, riducendo la pendenza naturale e quindi la velocità della corrente, producono rigurgito idraulico ed innalzamento del livello idrico. Le alluvioni di Alessandria ’94, Casale Monferrato-2000 e Lodi-2002, per esempio, furono per gran parte causate dalla presenza di briglie nei rispettivi tratti urbani. Per cui, prima di “programmare altre opere”, andrebbero demolite alcune di quelle esistenti.

Vi sono inoltre delle derivazioni d’acqua dissennate: fatte per captare fino all’ultima goccia in periodo di magra, ma senza il controllo di portata massima; opere realizzate per lo più dai consorzi di bonifica a scopi irrigui, che in caso di piena fanno da deviazione al corso d’acqua. A vederle sembrano opere d’esondazione programmata. Sarebbe proprio il colmo affidare ai Consorzi di bonifica il governo dei fiumi, come gli stessi hanno proposto in commissione.

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 10)

E poi c’è la vegetazione sviluppatasi negli alvei: in tanti anni di incuria e di sistematica inadempienza agli obblighi di cui al D.P.R. del 14 aprile 1993, molti tratti fluviali sono diventati dei veri e propri boschi d’alto fusto; vegetazione che frena la corrente e provoca innalzamento del livello idrico e quindi esondazione.

Va inoltre evidenziato che l’innalzamento degli alvei, causato dall’accumularsi del sedimento alluvionale, non provoca solo l’esondazione (d’inverno), ma anche l’accentuarsi della secca dei fiumi (in estate): la portata di magra si sommerge nel materasso alluvionale e da qui confluisce nel subalveo, provocando la risalita della falda acquifera della pianura circostante. Con tutte le conseguenze che ne derivano per insediamenti ed infrastrutture.

(Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 4)

Quanto a quell’abbassamento generalizzato e misterioso degli alvei, di cui parlano alcuni illustri Auditi, è solamente una madornale falsità. Che andrebbe verificata sul luogo, magari con l’aiuto dei carabinieri.

 

Di contro, le Casse d’espansione (o di laminazione), tanto volute e propagandate dalle Autorità di bacino, non serviranno affatto ad evitare l’esondazione fluviale, specie se gli alvei continuano ad ostruirsi. Né quelle previste intorno all’Arno potranno salvare Firenze dalla prossima alluvione. (Rischio idraulico: cause e mistificazioni - 5).

 La verità è che queste “casse” sono nient’altro che delle cave di inerti fuori alveo; cave singolari, che producono un immenso volume d’affare per chi ne estrae gli inerti, ed anche un apprezzabile vitalizio per chi potrà gestirle dopo: come aree protette, parchi fluviali ecc...   

Del resto, lo stesso Dirigente della Regione Piemonte, Nella Bianco, ammette in commissione che sono delle cave di inerti, quando afferma che si è pensato di ricorrere alle casse di espansione a causa della “contingenza” dei grandi lavori: “dovendo procurare una quantità di inerti incompatibile con il ripristino della officiosità dei fiumi...”.

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 7)

Va detto intanto che la dichiarata incompatibilità – tra fabbisogno di inerti e quantità disponibile nei fiumi – è tutta ancora da accertare. Si potranno infatti conoscere i quantitativi di materiale asportabile da un alveo fluviale solo quando sarà definita la corrispondente sezione di deflusso: idonea a contenere la portata massima prevedibile.

E’ evidente: solo conoscendo questo parametro idraulico degli alvei, si potrà calcolare il quantitativo di materiale che vi è in eccesso, e che va rimosso. Per quanto mi risulta, la suddetta verifica non è stata effettuata, da nessuno, in tutta Italia. Parlare pertanto di “incompatibilità” è da sprovveduti. Ed anche da irresponsabili. Pensando ai fiumi padani, ostruiti e pensili, ridotti a tante fiumare, si sarebbe dovuto già da tempo effettuare la suddetta verifica. E invece niente. E quando i tecnici preposti si pronunciano sui loro fiumi, sembra che parlino dei fiumi lunari.

(Fotografie)

A sostegno delle “casse d’espansione”, il Dirigente piemontese tra l’altro dice: “…si avrebbe il vantaggio di trattenere l’acqua a monte del corso del Po, accontentando, di fatto, le regioni a valle… che da sempre ci chiedono di trattenere il più possibile l’acqua sul territorio regionale piemontese”.(???) Ci crede e vorrebbe farne tante; ma si cruccia di non poterle fare per l’alto costo delle aree da espropriare. E dice: “bisognerebbe approfittare del ciclo economico negativo”.(???) Sembra quasi auspicabile una crisi economica: il tutto perde valore e diventa più facile espropriare le aree industriali. Se poi quelle stesse aree sono soggette ad allagarsi, il valore si riduce ancora. Se infine l’Autorità di bacino approva un Piano di delocalizzazione, quelle aree valgono zero. Basta aspettare la prossima esondazione… e tutto sarà più facile.

Sacrificare il proprio territorio per salvare quello altrui è senz’altro un nobile sentimento. Ma facciamo un po’ di conti e vediamo quanta acqua bisogna trattenere in Piemonte, per evitare ad esempio un’esondazione simile a quella del 2000 a Casale Monferrato, estrema punta piemontese del Po.

Ebbene, nelle attuali condizioni di deflusso, in quella sezione può transitare una portata di 3.000 mc/sec.; la portata di piena, prevedibile nella stessa sezione, è di 8.000 mc/sec.; la differenza, di 5000 mc./sec., è quindi l’acqua che bisognerebbe “trattenere a monte” per tutta la durata della piena. Ipotizzando una durata di 15 ore, si avrebbe un accumulo di 300 milioni di metri cubi d’acqua. Per contenere la quale ci vorrebbe una “cassa” di pari capacità; che occuperebbe non meno di 10 mila ettari di terreno.

Praticamente, per salvaguardare le regioni di valle non bastano le casse e cassette pensate da quel Dirigente, ma bisogna allagare gran parte della pianura piemontese. E se poi capita che le regioni di valle vengano allagate non dalle acque del Po, ma da quelle del Ticino… dell’Adda… del Lambro… del Seveso… ecc. ecc.  ?

La verità è che nei vari studi, piani e piani-stralcio – sinora sfornati dall’Autorità di bacino del Po, come pure da tutte le altre – non esiste un solo accenno a fattori importanti come “erosione del suolo” o “portata solida”; né si parla dei 12-15 milioni di metri cubi di sedimento alluvionale che ogni anno si accumula nel Po e nei suoi affluenti. E soprattutto, ripeto, viene disattesa la citata norma (art. 17, comma 3, lettera l della legge 183/89) che, tra le finalità dei piani di bacino, prevede: la normativa e gli interventi rivolti a regolare l’estrazione dei materiali litoidi dal demanio fluviale… in funzione del buon regime delle acque e della tutela dell’equilibrio geostatico e geomorfologico del territorio…”. Di conseguenza, in mancanza di dati certi, si improvvisa ogni cosa, e si assiste a decisioni demenziali, come le casse di espansione avviate in Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna, come quelle contestate in Friuli Venezia Giulia;

(http://www.acquaint.it)

o come pure i recenti piani cave approvati in Lombardia.

(I piani cave della Regione Lombardia-1)

 

Si deve intanto sapere che il quantitativo di materiale esistente nel Po ed affluenti  ammonta – per difetto e non per eccesso – a 300 milioni di metri cubi; quantitativo che basta ed avanza per soddisfare sia l’attuale che il futuro fabbisogno di inerti per l’intero bacino idrografico. Lo stesso dicasi, con le dovute proporzioni, per il Brenta e per il Piave… con i loro bacini. Il Tagliamento invece, il fiume più sovralluvionato d’Italia, potrebbe fornire inerti anche alle regioni limitrofe. Si tratta peraltro di un’immensa risorsa mineraria, che potrebbe produrre notevoli entrate al Padrone-Stato: entrate vanificate dalla negligenza e infedeltà dei suoi Servitori.

Da notare inoltre che, rimuovendo quei 300 milioni di metri cubi, oltre a ripristinare un’idonea capacità di deflusso del reticolo idrografico, si ottiene anche un incremento, di pari misura, di capienza per l’acqua: proprio ciò che si persegue con le casse d’espansione. Con la differenza che non si occupa un solo metro quadro di terreno al di fuori degli alvei.

 

L’Acqua disfa li monti e riempie le valli…(Leonardo da Vinci); ed ostruisce e innalza gli alvei fluviali: in modo inesorabile e irreversibile. E’ una legge di natura chiamata erosione del suolo, che gli “organi preposti” si ostinano ad ignorare o a nascondere: con ogni mistificato mezzo, contravvenendo a precisi obblighi di legge.

L’unica amministrazione che opera in questa ottica, è la Provincia di Sondrio, “il cui vigente Piano cave… non prevede cave di inerti, in quanto tal tipo di materiale viene reperito dalla pulizia degli alvei”, come ci fa sapere la Direzione Qualità dell’Ambiente della Regione Lombardia, nella sua risposta del 25.02.2005.

(I piani cave della Regione Lombardia - 2)

L’altro obiettivo perseguito dalla Commissione, oltre la sicurezza del territorio, è la navigabilità del Po, inteso come “infrastruttura strategica est-ovest”; idonea quindi non solo per il turismo ma anche per il trasporto merci; in evidente alternativa a quello autostradale; da inserire nel famoso Corridoio 5° d’importanza europea.

Su questo punto inviterei a riflettere. Il Po è un fiume a corrente libera, cioè senza un bacino centrale di ritenuta: che trattenga a monte il sedimento alluvionale e che controlli a valle la portata idrica. Per cui è soggetto ad un’escursione, per diversi metri, del livello idrico; passa dal fiume in secca ai 6-8 metri di altezza, e dopo ogni piena, a causa dell’apporto solido, bisogna fermare la navigazione e riprendere a dragare per ripristinare la navigabilità. Se a questo si aggiunge che esistono un’infinità di ponti di attraversamento, stradali e ferroviari, il cui franco d’aria consente a malapena il passaggio della piena, mi sembra azzardato pensare al Po come “Grande opera strategica”. Va detto, infine, che non sempre la navigabilità si concilia con la sicurezza.

Il previsto programma delle audizioni è terminato. Ma non credo che la Commissione ne abbia tratto grande conoscenza del problema. Anzi, temo che le tante mistificazioni possano inficiarne i lavori e deviarne le conclusioni. Specie se il problema della sicurezza viene sottovalutato, come dal vice Presidente On. Franco Stradella che considera le lamentele degli alluvionati: “argomenti che, travalicando il dato scientifico, sono il più delle volte determinati solo dalla paura”.

(Indagine conoscitiva Camera Deputati - 12)

Non si capisce, tra l’altro, a quali dati scientifici egli si riferisca, viste le tante approssimazioni ed improvvisazioni ascoltate; che offendono l’intelligenza di chi sa, e confondono le idee di chi non sa e vorrebbe sapere.

 

Le anomalie del sistema. Stabilito che l’obiettivo primario di questa indagine conoscitiva è la sicurezza del territorio, andrebbe soprattutto recuperata la cultura dell’idraulica fluviale. La funzione primaria di un fiume è quella di drenare l’acqua del proprio bacino. Da qui il concetto di “buon governo idraulico”: basilare per la “salvaguardia del territorio”: a sua volta basilare per la “tutela dell’ambiente”: in questo stesso ordine, e non viceversa.

Andrebbe poi ripristinato il concetto stesso di manutenzione, che, come per tutto il resto, anche per i corsi d’acqua è fatta di interventi di ripristino: conseguenti all’usura, all’azione dell’acqua, alla morfodinamica fluviale, ad eventi imprevedibili; ed è fatta di interventi conservativi e non innovativi; che non modificano l’assetto dell’opera o del fiume, e che perciò non richiedono valutazioni d’impatto o pareri e nulla-osta; interventi, insomma, che non vanno pianificati ma decisi di volta in volta ed avviati quanto prima ad esecuzione.   

Invece no: si pianifica… e si  continua a… pianificare. Poi si deve… programmare. Se poi arriva qualche evento che scompagina il primo piano, si ricomincia daccapo. E comunque non si muove nulla se non prima del… coordinamento. A meno che non arrivi prima il disastro alluvionale. Nel qual caso arriva Santo Bertolaso che dichiara l’emergenza, ed arrivano soldi in abbondanza, che per molti sono forse il vero obiettivo.

Certo, questo “stato di confusione e di scollamento” è da addebitarsi soprattutto a chi opera sul territorio, quindi alle Regioni. Ma il tutto nasce, a mio avviso, da alcune decisioni sbagliate prese al centro: da Governo e Parlamento. Per “Difesa del suolo” s’intende la salvaguardia del territorio, che fa tutt’uno con quella degli insediamenti e delle infrastrutture. Le tre cose dovrebbero far capo ad un’unica competenza e responsabilità. Averle divise fra due ministeri, in una mera logica di spartizione, ha dato origine a tutto questo bailamme di strutture e sovrastrutture regionali e provinciali: una miriade di uffici, che si sovrappongono; confliggono tra loro; si accusano e/o si  coprono a vicenda; ma non fanno assolutamente niente di operativo.

Emblematico è il caso di Lodi. Dove, accertata tra le cause dell’alluvione del 2002 la presenza di una briglia a valle del ponte urbano sull’Adda, il Comitato Alluvionati ne chiede la demolizione da oltre un anno. L’Autorità di bacino del Po risponde dopo otto mesi e si dichiara d’accordo a demolirla; l’AIPO, invece, di quella stessa briglia, ne ha programmato il consolidamento per una spesa di 170.000 euro, ed è in attesa di fondi. Il tempo passa ma nessuno decide. Né si sa chi deve decidere.

I Lodigiani intanto rimangono in perenne attesa… della prossima alluvione.    

 

Le Autorità di Bacino sono di per sé un’anomalia del nostro sistema perché operano al di fuori dell’ordinamento amministrativo: quelle regionali fuori da ogni dipartimento; quelle nazionali, fuori da ogni ministero. Quindi non rendono conto del loro operato ad alcun organo collegiale di governo e di controllo, rispettivamente: Giunta e Consiglio regionale; Ministero e Consiglio dei Ministri.

L’altra anomalia sta nel fatto che le AdB hanno solo il compito di pianificare e non pure quello della gestione sul territorio. Hanno però la facoltà d’imporre il loro parere (o nulla-osta) sulle decisioni degli enti gestori; per cui si sovrappongono ad essi, frenando e bloccando la loro azione amministrativa.

A rigore, la funzione delle AdB dovrebbe esaurirsi con l’approvazione dei Piani di bacino, così come avviene con qualsiasi professionista: consegnato il lavoro; liquidato il compenso; concluso il rapporto. Ma così non è con le AdB. Che quindi si inventano come giustificare la permanenza e meritarsi il vitalizio. Per questo procedono per Piani stralcio e non per piani completi e definitivi. Sono ormai dei pianifici: sfornano montagne di carta e cartografia, che appaiono e scompaiono dai loro siti, per poi ricomparire, rivedute e corrette, a seguito di nuove “esigenze” speculative sul territorio. E così via, in una specie di perenne pianificazione fine a sé stessa, molto simile a quella che mandò in frantumi l’Unione Sovietica.

Quanto ai contenuti – dei loro cosiddetti Piani d’assetto idrogeologico (PAI) – altro non sono che piani di evacuazione progressiva del territorio. Nel senso che invece di ridurre il rischio idraulico, mirano ad allontanare la gente da tale rischio: creando delle fasce di rispetto intorno ai fiumi con divieto di residenza e di attività. Ad ogni alluvione, e con l’aumento del rischio, non fanno altro che allargare tali fasce di rispetto. E già propongono i cosiddetti Piani di delocalizzazione, cioè la sottrazione di prezioso territorio di pianura all’agricoltura e ad insediamenti residenziali e produttivi.

Nella stessa logica rientrano le tanto declamate casse d’espansione, che non a caso in futuro si chiameranno opere di rinaturazione.(???)  Come dire: cacciare l’Uomo e le sue cose per restituire le pianure fluviali alla natura. Se non sapessimo degli interessi “terreni”, esistenti dietro queste balzane idee, dovremmo pensare a dei marziani. Proseguendo comunque in questa logica, è facile prevedere la totale evacuazione del territorio di pianura: Pianura Padana in testa.

Le AdB sono insomma delle sovrastrutture, politiche più che amministrative, facilmente manovrabili perché non soggette ad alcun controllo democratico. Sono nient’altro che un abnorme strumento di potere, al servizio del governante di turno.

A mio avviso sono un serio pericolo istituzionale. Andrebbero abolite.

 

L’involuzione del sistema. In conclusione, man mano che la competenza sui corsi d’acqua passa dall’uno all'altro ente, si va perdendo la cultura stessa del governo delle acque e, quel ch'è peggio, si vanno distruggendo i supporti informativi  – dati storici centennali delle portate fluviali, raccolti dal defunto Istituto Idrografico Nazionale – che una volta consentivano una corretta gestione. Mi riferisco a quando la competenza era del Ministero dei LL. PP.; che la esercitava sul territorio nazionale tramite i defunti Uffici del Genio Civile, sotto la responsabilità dell'Ingegnere Capo, importante figura istituzionale, con competenza professio-nale, ancor prima che amministrativa. E così era stato a partire dal 1921: anno in cui, con R.D. n. 1688, le attribuzioni, per polizia idraulica ed opere idrauliche nei corsi d’acqua, furono demandate agli ingegneri capi degli uffici del genio civile. Prima di allora, a partire dal 1865 (legge organica 20 marzo 1865, n. 2248) tali attribuzioni erano invece affidate ai prefetti.

Evidentemente, nel 1921 ci si rese conto che l’aspetto tecnico della materia rivestiva particolare importanza, per cui si decise di affidarne la gestione ad un Organo tecnico, il Genio civile, sotto la guida e la responsabilità di persona con specifica capacità professionale: l’Ingegnere capo, appunto.

Con il passaggio alle Regioni, come abbiamo sentito dai rappresentanti dell’APAT, la manutenzione dei corsi d’acqua è finita nelle mani di coloro che “non possiedono la necessaria capacità progettuale e professionale per affrontare certi tipi di problemi”. Da qui si deve dedurre il descritto stato di scollamento e confusione ed il totale immobilismo che ne deriva.

Ma già si intravede l’inizio di una nuova fase. Di fronte all’immobilismo delle Regioni, interviene sempre più spesso il Governo centrale: in stato d’emergenza, con la Protezione civile e con le Prefetture. Emblematico è il recente intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri, cui l’Ordinanza n. 3401 del 18 febbraio 2005; emessa a seguito dell’alluvione, del novembre 2004, in provincia di Matera.

(http://www.ambiente.it/impresa/legislazione/leggi/2005/ordinanza34001-2005.htm)

 Con questa ordinanza il Prefetto di Matera viene nominato commissario delegato, e gli viene affidato il compito “di provvedere al ripristino delle infrastrutture pubbliche danneggiate, alla pulizia ed alla manutenzione straordinaria degli alvei dei corsi d'acqua…, nonché alla realizzazione di adeguati interventi… di prevenzione dei rischi idrogeologici ed idraulici”.

Staremo a vedere con quali capacità progettuali e professionali, le prefetture affronteranno certi tipi di problemi. Intanto prendiamo atto: la materia in questione è tornata in mano ai prefetti, proprio com’era nel 1865.

(*) (???) = ma che c…o dice?

 

Maggio 2005 

 

AGGIORNAMENTO del Gennaio 2006

La “Indagine conoscitiva” sopra descritta è terminata. Il Presidente Armani ha elaborato un “Documento conclusivo” e in data 14.09.2005 l’ha sottoposto al vaglio della Commissione; la quale in data 28.09.2005 l’ha approvato.

E’ stata la classica montagna che, dopo aver tremato e sussultato, alla fine del travaglio ha partorito un topo. Un topo per giunta impazzito, che gira su sé stesso ed insegue la sua coda. Eppure, come abbiamo visto dalle sue insistenti domande, il Presidente On. Pietro Armani ci ha messo il massimo impegno: per capire come mai non funziona la manutenzione dei corsi d’acqua in Italia.

Ma, purtroppo per noi, si è limitato ad ascoltare solo i rappresentanti degli organi preposti. Ha condotto i lavori “sui binari istituzionali”, come sostiene il Vicepresidente On. Franco Stradella. E perciò non ha concesso audizioni fuori da quei binari, anche se richieste da più parti sul territorio nazionale: da persone qualificate, da testimoni oculari e vittime del malfunzionamento istituzionale. Si è limitato ad ascoltare i responsabili della Difesa del Suolo, tra cui quegli stessi Inetti, Matti, Ignoranti e Imbroglioni che ne stanno provocando lo sfascio.

Da una cosiffatta indagine (internos) non poteva venire niente di meglio: niente di più di un “Documento” omnicomprensivo di tesi e di richieste, espresse dai vari illustri Auditi: soprattutto di più fondi e di maggiori competenze. E niente di nuovo per scongiurare lo Sfascio.     

 

Da Lettere da Fontamara: http://www.fontamara.org

Nicola Bonelli nicolabonelli@fontamara.org; tel. 348.2601976.

                                                                                                   (Fontamara)