Inadempienze e beffe ufficiali

 

1. Le inadempienze degli Organi preposti

  Tra le finalità perseguite dal piano di bacino (ex art. 17 della legge 183/89 sulla Difesa del suolo, legge istitutiva delle Autorità di Bacino) è prevista “la normativa e gli interventi rivolti a regolare l’estrazione dei materiali litoidi … in funzione del buon regime delle acque”.

Il D.P.R. del 14.4.93 impone il ripristino della sezione di deflusso e l’eliminazione dei materiali pregiudizievoli al regolare deflusso delle acque. L’art. 5 della legge 37/94 ribadisce lo stesso concetto e contempla l’intervento estrattivo, nel rispetto preminente del buon regime idraulico.

L’articolo 2 della legge n. 365/2000 stabilisce che l’Autorità di bacino provveda ad effettuare un’attività straordinaria di sorveglianza e ricognizione lungo i corsi d’acqua, a rilevare le situazioni di pericolo ed a identificare gli interventi di manutenzione più urgenti. Manutenzione, quindi, più che pianificazione. Ma tutto questo viene disatteso, in totale spregio delle leggi, e con grave danno per il Paese.

Con l’avvento della 183/89 era nata la speranza di una svolta nella Difesa del Suolo. Ma così non è stato. L’attività conoscitiva delle mille problematiche inerenti la conservazione, difesa e destinazione del suolo – prevista dalla legge – è rimasta sulla carta. Le Autorità di bacino sono delle ingombranti sovrastrutture, che, tra l’altro, funzionano in modo antidemocratico. Con i loro “Piani” arbitrari e campati in aria, possono stravolgere, senza dar conto a nessuno, i Piani regolatori comunali, costati anni di studi e confronto democratico. Condizionano le decisioni degli altri uffici, ma senza assumerne la responsabilità. Non si poteva fare di meglio, per alimentare il conflitto di competenze ed il conseguente immobilismo. Avrebbero invece ottemperato al dettato della 183/89, e conseguito il buon regime idraulico indicato dalla 37/94, se avessero semplicemente definito la sezione di deflusso dei corsi d’acqua.

Si è persa la cultura, sia del “buon governo idraulico” che della “buona economia”. Si è perso il contatto con il territorio, la capacità di capirne le problematiche e di progettarne le soluzioni. Si è perso il concetto di “manutenzione preventiva”; si aspetta il disastro per intervenire. E quando questo arriva, si scopre tutta l’inettitudine degli Uffici pubblici, ridotti ormai al ruolo di retrobottega di Studi ed Imprese private.

Per contro, assistiamo al moltiplicarsi di pani… poltrone… e sovrastrutture burocratiche: adb, aato, arpa, aipo; al loro vaniloquio, per convegni, seminari… e per consulti infiniti intorno al capezzale del fiume Po; al proliferare di nuovi Uffici (anzi Pianifici), dove si pianifica e ripianifica, riciclando carta e contenuto. Tutti a pianificare, studiare, monitorare, per miliardi di euro, ma nessuno che provveda alla messa in sicurezza del territorio, neanche se attuabile a costo zero; e nessuno che ne abbia la responsabilità.

Per spartirsi il potere s’inventano mille competenze artificiose, ma sfuggono ad ogni responsabilità. Sono in apparente conflitto tra loro, ma concordi e consociativi verso un unico obiettivo: l’allegra gestione del Denaro Pubblico che, dopo un disastro alluvionale, arriva copioso e da spendere: con somma urgenza e… senza controllo.

Siamo nelle mani di una massa di Irresponsabili, che, ripeto, trattano la Difesa del suolo non come un obbiettivo da perseguire, ma solo come un pretesto per attivare finanziamenti da gestire. Ed al momento delle decisioni si prediligono gli interventi che “pagano di più”: ad esempio la ricostruzione di un ponte (costosissima ma superflua), anziché la pulizia di un alveo fluviale o la demolizione di una briglia (interventi economici ma indispensabili).

Per colmo, costoro non rispondono mai delle loro azioni. Quando succede un disastro alluvionale assistiamo ad un fuggi-fuggi delle cosiddette “Autorità idrauliche competenti”: uniche responsabili del disastro stesso; ed ogni volta vediamo che il fatidico “cerino” si spegne in mano a sindaci e prefetti (per mancato allarme); oppure in mano alla protezione civile (per mancato soccorso).

Non si fa niente per ridurre il rischio idraulico, ma ad ogni alluvione le Autorità di Bacino aggiornano i cosiddetti PAI - piani d’assetto idrogeologico, che altro non sono che piani di evacuazione progressiva del territorio. Nel senso che, invece di (ri)mettere in sicurezza le zone alluvionate, si pensa di allontanarvi la gente, allargando le fasce di rispetto intorno ai fiumi, ed imponendo divieti di edificabilità.

Sono attualmente allo studio delle Autorità di Bacino i Piani di delocalizzazione di vaste aree della Pianura Padana. Con evidente crollo del valore di terreni ed insediamenti. Ma con somma gioia di certi Lestofanti, camuffati da Ambientalisti, che mirano ad appropriarsi di quei terreni, sottraendoli, di fatto, alla sovranità dei Comuni e ponendoli sotto l’autorità degli Enti Parco (altre sovrastrutture): “per crearvi l’habitat ideale per fauna e flora, e per la ricreazione dell’uomo”. Ma soprattutto per avere il controllo sull’economia di quel territorio. Ed anche per aprirvi tante Cave fuori alveo, con giro d’affari da milioni di euro: cave, spesso presenti, guarda caso, nei parchi fluviali della Pianura Padana.

(Home)

 

2. La beffa della Protezione Civile

La Protezione Civile, per parte sua, aggiunge la beffa al danno. Su “la Stampa” del 23.7.2003 (v. rassegna stampa), in piena emergenza siccità, il Dr Guido Bertolaso, Capo della Protezione civile lancia l’allarme su un’altra emergenza, ancora più grave ed imminente, cioè le alluvioni che si preannunciano per l’autunno-inverno successivo; e dichiara: “Il rischio è che arrivi una stagione di alluvioni. Adesso che i fiumi sono in secca abbiamo chiesto alle Regioni di approfittare della situazione per pulire gli alvei. Non si tratta di fare allarmismi, ma il rischio è reale”.

Date le diffuse aspettative su questo fronte, sembrava fosse giunta finalmente una parola chiara da parte delle Autorità; che si volesse affrontare con decisione il problema; e che, dopo questa autorevole “intimazione”, sarebbe tempestivamente partita, su larga scala, la pulizia e regimazione degli alvei fluviali. Ma niente di tutto questo: dopo l’esultanza arriva la delusione… e si capisce ch’è tutta una presa per i fondelli. Leggendo infatti la Circolare n. dpc/dip/0034681 del 07.08.2003 (v. rassegna stampa), inviata a ministeri, prefetture, regioni e province, dallo stesso Capo della Protezione Civile, si scopre che con quel “pulire gli alvei”, egli non si riferiva ai tanti milioni di mc di ghiaia e sabbia – che ostruiscono gli alvei e rappresentano la vera causa di alluvioni e disastri – ma solo alla mondezza che li sporca: stracci, lattine vuote, buste di plastica, rami secchi ecc…

E così, da una parte si illude (e si inganna) la gente preoccupata del pericolo incombente, dall’altra si dà la possibilità, a chi ci specula sopra, di organizzare sceneggiate televisive, con squadre di volontari, di ignari adulti e bambini innocenti; e di farsi un po’ di pubblicità sulla equivocata “pulizia degli alvei”, raccogliendo quattro sacchi di mondezza. Quanto al vero rischio idraulico, al “rischio reale”, non si è fatto molto per ridurlo, niente di veramente valido per (ri)mettere in sicurezza il territorio, ma si è pensato soltanto a come allertare e far scappare la gente da quel territorio. Assistiamo infatti al proliferare di costosi piani comunali d’emergenza, concepiti nell’ottica del “si salvi chi può”. Piani che alla prima prova si rivelano a volte inadeguati e persino grotteschi; e che servono solo ad alimentare la psicosi del pericolo, la paura nella gente: a rendere più precario il rapporto con il territorio d’appartenenza.

A distanza di un anno (dalla sopra citata intervista) il Capo della Protezione civile è passato da quel grido d’allarme a delle rassicuranti dichiarazioni. In diretta dallo storico ponte Cittadella di Alessandria – durante la trasmissione di “Tgr-ambiente Italia” del 6 novembre 2004 – egli ci fa sapere che il pericolo non c’è più, o che comunque si è ridotto di molto; tanto è vero che il numero dei morti è andato riducendosi, di alluvione in alluvione, fino ad azzerarsi nel 2002.

Paragonando la Pianura Padana ad una nave – che al primo naufragio è affondata con tutti i passeggeri – Bertolaso tiene ad evidenziare che, grazie appunto al tempestivo allarme ed al potenziamento della “sua” flotta di salvataggio, al terzo o quarto naufragio, pure i topi si sono salvati. Trascura però un piccolo dettaglio: quella nave comunque è affondata di nuovo (e più volte), e con miliardi di danni ogni volta; e le condizioni di “galleggiamento” sono sempre più precarie. Alludo al rischio esondazione, ch’è sempre più alto essendo gli alvei fluviali sempre più ostruiti. Alludo a quel “rischio reale”, insomma, che tanto lo preoccupava un anno fa, e che ora, improvvisamente, gli è passato di mente.

Sarebbe tutta da ridere questa “Opera buffa” istituzionale, se non fosse per il prevedibile finale in tragedia, per tante vite umane.

     (Home)

 

3. La “complicità” della stampa

Giornali e televisioni hanno la grande colpa di aver consentito a tanti lestofanti, camuffati da ambientalisti, di perpetrare, attraverso le loro pagine e ribalte televisive, la manipolazione dell’opinione pubblica, con stupidaggini varie, del tipo: i fiumi devono evolvere secondo natura; oppure: il materiale serve al ripascimento della costa”.

Decenni di siffatta campagna di stampa, contro l’escavazione in alveo, hanno prodotto e radicato nell’immaginario collettivo non pochi pregiudizi, contro questa attività e contro chi la pratica. Pregiudizi che producono effetti fuorvianti, non solo durante le “chiacchiere al bar” ma anche nelle Sedi ufficiali, giurisdizionali ed istituzionali, dove si decide e si giudica sull’argomento. Pregiudizi, che influenzano tutti e che evidentemente bloccano ogni seria indagine giornalistica.

Sono dieci anni che tento di richiamare l’attenzione della stampa su questo scellerato disegno. Ma niente da fare. Tutti zitti su questi problemi. Salvo poi a ritrovarli tutti mobilitati in occasione degli eventi calamitosi: dai più bravi fondisti e conduttori, agli opinionisti, “guardiani del potere” e velinari della follia “ambientalista”. Solo allora fioriscono i “forum” e le “tavole rotonde”; si riempiono prime, seconde pagine e giornali interi, di cronaca sugli avvenimenti. Tutti a rappresentare la scenografia del disastro; a riferire le versioni “ad hoc” dei responsabili; ad elencare le spiegazioni “ambientaliste”; a scavare nel dolore e nella disperazione della gente… ed a fare la conta dei morti.

(Home)

 

 

                                                                                                    (Fontamara)