Lettere da Fontamara                  di Nicola Bonelli

 

-          28.03.2007 - Il pizzo nazionale;

-          26.01.2007 - L’ultima Bestialità del Dottor Giliberti;

-          17.01.2007 - Lettera (seconda) agli Estrattori fluviali;

-          15.01.2007 - Lettera agli Estrattori fluviali;

-          01.01.2007 - Lettera aperta al Dottor Giuseppe Giliberti.

 

- 28 marzo 2007

  - il Pizzo Nazionale: la prima causa d’impoverimento del Paese.

 

In omaggio al coraggio dei tanti Giovani calabresi e siciliani, che si vanno mobilitando per contrastare le mafie locali, e per opporsi al pagamento del pizzo, vorrei spiegare come e dove nasce il padre di tutti i Pizzi: quello imposto dal Comitato del Malaffare Nazionale attraverso l’allegra gestione della Spesa Pubblica; il pizzo prelevato dagli Appalti Pubblici: di opere, forniture e prestazioni varie; preteso da una Politica malata e sprecona; gestito da una Burocrazia corrotta e famelica; tollerato da una Giustizia inconsistente ed a volte collusa. Il Pizzo che cresce a dismisura per soddisfare le “crescenti esigenze”; che sottrae risorse a beni comuni e servizi, basilari e indispensabili; che soffoca con nuove tasse l’attuale popolazione; che grava sulle generazioni future con un Debito pubblico in aumento; che impoverisce il Paese, ad eccezione dei Malfattori.

Il tutto avviene – secondo un Oscuro Disegno – nella logica dell’emergenza. Che, quando non arriva naturalmente, la si crea con artifizi e stratagemmi. Tali da innescare le procedure della somma urgenza, o della gestione commissariale; tali da vanificare ogni controllo previsto dalla gestione ordinaria.

 

Partendo da quel ch’è accaduto e tuttora accade in Basilicata, descrivo gli strumenti legislativi di questo Disegno, nonché le sedi istituzionali dove si decidono strategie e tattiche, “Accordi di programma” e diavolerie simili: tutti rivolti alla spartizione delle pubbliche risorse. La cabina di regia è nel C.I.P.E. (Comitato Interministeriale della Programmazione Economica): una specie di Governo Parallelo, inventato dalla prima repubblica in sostituzione del vituperato Sottogoverno di una volta, attraverso il quale – si ricorderà – avveniva allora la spartizione della torta.

 

Due clamorosi esempi di allegra gestione effettuate dal CIPE negli anni ottanta sono senz’altro le due Delibere: del 6 febbraio 1986 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.1986) e del 12 maggio 1988 (Gazzetta Ufficiale n. 144 del 21.06.1988). Con le quali furono stanziati dei fondi destinati allo sviluppo: Fondi F.I.O. (Fondi Investimento Occupazione), per circa 11.000 miliardi di lire (di cui 500 miliardi per la Regione Basilicata) che non produssero un solo posto duraturo di lavoro.

Esaminando le suddette delibere, si ha la dimostrazione di come si inventa l’emergenza: si approvano interventi multimiliardari senza uno straccio di progetto, e si stabilisce l’avvio dei lavori entro 120 giorni, pena la revoca del finanziamento. In tal modo scatta l’urgenza, e la “necessità” di ricorrere alla “procedura dell’Appalto concorso”, disciplinata dall’art. 24 - primo comma - lettera b), della legge 584/77; con il metodo dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”.

 

E’ una norma che prevede l’aggiudicazione della gara sulla base di una ”serie di elementi di valutazione”, tra cui il minor prezzo, unico elemento oggettivo, che però conta poco (o niente) a confronto degli altri elementi: tutti fantasiosi, pretestuosi e soprattutto discrezionali. E’una norma che permette di affidare i Lavori a chi chiede il prezzo più alto. Quindi è “vantaggiosa”, ma non per l’Ente pubblico, bensì per l’Impresa aggiudicataria, che in tal modo riesce a realizzare utili fino all’80%. Per colmo, non si usa più la contabilità dei Lavori; che vengono liquidati “a corpo” e non “a misura”. Così si evita ogni effettiva verifica sulle opere realmente eseguite.

 

Si tratta insomma di un diabolico marchingegno inventato da Tangentopoli che - grazie alla discrezionalità consentita - sottrae di fatto la gara alla libera concorrenza; fa lievitare a dismisura il costo delle opere; consente di pilotare la gara a proprio piacimento; e regolamenta il patto non scritto tra le parti contraenti; patto che suona all’incirca così: “Ti affido l’appalto per una spesa di 100 (anche se l’opera ne vale 20) a condizione che di quei 100 me ne ritorni almeno 40”.

E’ una specie di gioco di prestigio che trasforma la gara d’appalto in una partita al “mercante in fiera”, in cui l’opera è solo un pretesto: una “base” per costruirci l’Operazione spartitoria.

 

In questo modo, il “Grande Appalto” di opere pubbliche diventa una grande tavola imbandita: c’è posto per tutti, e l’importo dell’appalto viene commisurato non più al costo dell’opera ma al numero e all’appetito dei commensali. L’alto margine di guadagno prodotto, oltre che garantire il “ritorno per il committente”, consente di “soddisfare” ogni acquiescenza e di “tacitare” ogni resistenza. Il banchetto di solito è organizzato dalle Grandi Imprese: per carità, tutte aziende al di sopra di ogni sospetto. Ma tra i commensali ci deve essere necessariamente (tra cottimisti, fornitori, progettisti, consulenti, subappaltatori etc…) anche chi è disposto ad emettere fatture false. Senza le quali non è possibile costituire fondi neri… e distribuire mazzette. La stessa norma, si badi bene (sotto altro nome ma con identico marchingegno), muove i pianeti di Forniture, Prestazioni, Pulizie, etc…

 

Grazie a questa famigerata norma, i suddetti 500 miliardi di lire – Fondi FIO spesi in Basilicata negli anni 80 per “Sistemazioni idrauliche” lungo i fiumi lucani – produssero opere semi-fantasma di cui è difficile trovarne traccia; opere liquidate “a forfait”; realizzate a metà ma pagate per intero; o pagate due volte. Furono insomma delle truffe miliardarie: organizzate, avallate e “collaudate” dalla Burocrazia regionale; ed impunemente consumate nella consapevole indifferenza dell’Autorità Giudiziaria e della Corte dei Conti.

Sulla stessa falsariga si continua tuttora: vedi Accordo di programma del 28.07.2003, tra CIPE e Regione (DGR 1383/2003), con il quale sono stati stanziati e dilapidati altri 25 milioni di euro lungo i fiumi lucani, con vere e proprie “rapine” come quella commessa per la “Sistemazione del torrente S. Nicola di Nova Siri”.

 

Riferendosi alla serie di appalti degli anni 80 in Basilicata, l’allora deputato On. Nicola Savino di Potenza, in una interrogazione parlamentare (n. 5-01750 del 13.10.1989), esprimeva tra l’altro la seguente inquietante preoccupazione: “l’adozione del metodo della contabilizzazione “a corpo” e non “a misura”, per quanto legale, rende tanto superficiali i controlli da consentire guadagni illeciti, i quali possono innescare processi di degrado sociale… e fenomeni di criminalità diffusa”. E difatti, dopo qualche anno (1992) esplose lo scandalo di Tangentopoli. Dove fu proprio questa norma a “regolare” gli accordi intercorsi tra tanti “Mariuoli” che produssero la diffusa “Dazione ambientale” scoperta dal pool “Mani Pulite” e dal Magistrato Antonio Di Pietro, a cominciare dalle Pulizie del Pio Albergo Trivulzio.

 

Dopo quel terremoto questa norma era andata in disuso, ma poi ricomparve con la legge 109/1994 (art. 21). Tornata di nuovo in ombra per qualche incidente tangentizio, è stata di recente dissotterrata col Decreto legislativo n. 163 del 12.04.2006 (art. 83), perchè “imposto” da una Direttiva CE. A quanto pare, sfruttando la “copertura” europea, si riesce a camuffare le “porcate” legislative nazionali in “Leggi ispirate dall’Alto”. Non so dove ci porta l’Europa, ma una cosa è certa: la norma in questione disonora il Parlamento italiano. E’ destabilizzante più di cento Brigate rosse.

Consentire l’uso di questa norma ai tanti Gaglioffi annidati nella struttura pubblica, è come fornire un grimaldello ad uno scassinatore. Anzi, è come consegnare le chiavi di un condominio a dei ladri d’appartamento.

 

Per ironia della sorte ora tocca proprio al Ministro Di Pietro (II°) applicare questa assurda norma nella gestione dei Lavori Pubblici. E mentre continua ad agitare, a chiacchiere, la spada degli improbabili “Valori” d’Italia, non si accorge che, nella pratica corrente del suo dicastero, fornisce l’alimento alle Grandi Malefatte: applicando appunto questa norma nei Grandi Appalti Nazionali. E’ auspicabile che se ne renda conto e si adoperi per abrogarla. Che non si limiti ad usare il naso del Poliziotto (come fece il Di Pietro I°) alla ricerca perpetua di malfattori. Che usi piuttosto la testa del Politico. E che riesca a individuare e neutralizzare gli oggettivi strumenti usati dal Malaffare: le Leggi, appunto.

 

E’ altresì auspicabile (la speranza è sempre l’ultima a morire) che il Parlamento provveda a ripristinare, e con più rigore, il reato di “Abuso d’Ufficio”, da cui si genera l’Arroganza-menefreghismo-strapotere della Burocrazia, nonché il vergognoso lassismo della Magistratura ed il conseguente Sfascio del Paese.  E provveda a smantellare la miriade di Strutture parallele, a cominciare dal CIPE, nate nella logica della spartizione del potere gestionale, e scevre da ogni responsabilità.

 

Per un futuro migliore, per il loro futuro, è sperabile infine che i Giovani prendano coscienza anche di questi problemi, e che si mobilitino per debellare questi due Mostri: lo Spreco e l’Illegalità. Due mostri che si inseguono e si alimentano a vicenda, e distruggono la Democrazia. Il Potere li usa per rafforzarsi, creando sudditanza, servo-assistenza e voto di scambio. La Società civile li subisce perdendo cittadinanza e possibilità di sviluppo. Nel contesto che ne segue prevale il Malcostume; si mortifica la Dignità; non c’è spazio per la Legalità. E così via, verso la morte dello stato di Diritto. Dopo di che arriva la giungla …ed alla fine rimaniamo fregati TUTTI.

 

P.S. Leonardo Sciascia amava ripetere che l'arma, più efficace per combattere e vincere la mafia, è la Legge. A quanto pare, chi ha veramente capito il concetto è la Controparte, che si è fatto le leggi su misura per imporre il suo Sistema. Nel mondo dei Grandi Appalti, la norma in questione ha il valore di un vero e proprio Comandamento: “VIETATO NON RUBARE”. E solo chi rispetta tale regola può entrare nel giro.

Sono le leggi il vero piccone usato dall'Antistato per demolire, mattone dopo mattone, lo Stato democratico. Sono le leggi a consentire la massima discrezionalità e lo strapotere a Coloro che gestiscono la cosa pubblica, ed a trasformarla in Cosa loro. Sono le leggi a permettere una sempre più Allegra gestione delle risorse, a fornire gli strumenti per truffe e rapine, ed a garantirne l’impunità.

La cronaca giudiziaria ci informa ormai ogni giorno di appalti truccati e pilotati, di arresti di politici amministratori ed impresari, sorpresi “con le mani nel sacco”. E’ un fenomeno che si espande a vista d’occhio sul territorio nazionale.

Inseguire i Malfattori senza neutralizzare le norme truffaldine che consentono di gestire le risorse a loro piacimento: senza controllo (senza contabilità) e senza dover rispondere dei risultati – serve solo a produrre “alternanza e rotazione” tra i Soggetti. Ma il Malaffare non si ferma. Anzi, si ramifica e si moltiplica.

Ed il Pizzo ci costa ancora di più.

 

Nicola Bonelli - Tricarico (Mt) - (348.2601976)

 

Nota bene: la presente è stata inviata per fax:

al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (n. 0646993125);

al Presidente del Senato Franco Marini (n. 0667062022)

al Presidente della Camera Fausto Bertinotti (0667603522)

al Capo del Governo Romano Prodi (n. 066794569);

al Ministro Antonio Di Pietro (n. 0644267283).

 

Se condividi… Passaparola… Manda un fax…

 

 

 

- 26 Gennaio 2007-

L’ultima Bestialità del Dottor Giuseppe Giliberti,

Funzionario Dirigente della Regione Basilicata

 

Resoconto dell’incontro svoltosi martedì 23 gennaio scorso, presso il Dipartimento Ambiente: l’ultimo di una serie, voluti dall’Assessore Rondinone per discutere del Piano di Tutela Ambientale. Si tratta di un piano territoriale, approntato dagli Uffici e di prossima approvazione in Giunta e Consiglio, che guarda alla manutenzione dei corsi d’acqua ed alla messa in sicurezza dal rischio idrogeologico.

Siamo presenti: il dirigente Giliberti, i funzionari Nella e Maffei, e, in rappresentanza della categoria, Berardo di Gallicchio, Bulfaro di Castronuovo, Fagnano di Tursi, Pinto di Stigliano, Manenti di Salandra, Martoccia di Laurenzana, Stigliano di Nova Siri ed il sottoscritto (per la Inerco di Tricarico). Si sperava nella presenza dell’Assessore Rondinone. Ma anche stavolta l’incontro si svolge senza di lui.

E così ci ritroviamo ancora una volta come pinocchio nel paese dei balocchi, alle prese con mangiafuoco e tra gli intrighi del gatto e la volpe. Il Giliberti dirige i lavori, compare Nella scrive il verbale, Maffei fa il convincitore. Il tutto come la volta scorsa. 

Il documento da discutere (il Piano) aleggia ancora come un fantasma: non ce ne danno copia, né ce lo fanno vedere. Continuano a parlarne come di un oggetto misterioso. Ad un certo punto il Giliberti introduce la discussione sulla Sezione di deflusso: non perché la ritenga un elemento determinante ma solo perchè insistiamo tanto su questo punto. Insomma lo fa giusto per tenerci buoni e contenti.

Dà la parola al dotto Maffei. Il quale si avventura in una teorica dissertazione sulle portate massime dei corsi d’acqua: “Non abbiamo dati certi… le portate sono variabili nel tempo… ci sono quelle di ritorno di 10 anni, di 30…  100… 500 anni…  Mi dite voi come si fa, ad esempio, a definire una sezione di deflusso per una portata che ci sarà fra un milione di anni?”  E così via divagando…

Lo interrompo e cerco di riportarlo con i piedi per terra. Gli ricordo che le portate da tener presenti, per legge, sono per lo più quelle di ritorno trentennale; - che la maggior parte di questi dati sono noti e registrati negli annali dell’Istituto Idrografico; - che laddove le portate non siano note, sono determinabili con un semplice calcolo idrologico dei bacini idrografici; - che è ridicolo perdersi in previsioni di milioni di anni, quando i nostri fiumi straripano con ricorrenza annuale… Ed infine pongo una domanda:  come mai qui vi inventate tante difficoltà a parlare di sezione di deflusso, mentre l’Ufficio Infrastrutture e Difesa del Suolo di Matera (facente parte anch’esso del Gruppo di lavoro che ha redatto questo piano) ha determinato in-quattro-e-quattro-otto la sezione di deflusso del torrente S. Nicola di Nova Siri, ed appaltato l’intervento di “ripristino dell’officiosità”, asportando 310.000 metri cubi di materiale, da un tratto di tre chilometri di un torrentello da niente???

Ed ancora: come mai nel Piano sono previste, per l’Attività Estrattiva, sporadiche asportazioni da 15-20.000 metri cubi… lungo centinaia di chilometri di fiumi… con bacini estesi per 20-30 volte quello del torrente suddetto?... Ed infine, facendo le proporzioni con tale torrente, i sei milioni di metri cubi di materiale esistente nei fiumi lucani, ma non consentiti all’attività estrattiva, sono forse riservati alla Lobby Appalti, magari per organizzare “rapine in banca” del tipo “S. Nicola”?

A questo punto succede il patatrach. Interviene il Capo Giliberti, che blocca ogni discussione e, rivolgendosi al sottoscritto, dice grossomodo quanto segue:

 “Adesso basta con questa stronzata della sezione di deflusso… Nel Piano (PAI) dell’Autorità di bacino non è prevista nessuna sezione di deflusso…  Sono invece indicate le aree (a rischio) d’esondazione… In quelle aree il fiume deve poter esondare naturalmente… E tutto ciò che vi esiste deve dislocare… Il PAI per noi è LA LEGGE… Tutto il resto non conta… Perciò… Io v’ dich’ ca… Voi dovete solo sgomberare da vicino ai fiumi… Già adesso  in quelle aree non è più consentito fare  niente… Ma a breve faremo anche  il Piano di Delocalizzazione…” (???)

Dichiara quindi chiusa la riunione; zittisce i suoi collaboratori, che vorrebbero ancora interloquire con noi; si alza e se ne va. Questo è ciò che ha fatto il Giliberti nell’ultimo incontro di martedì 23 gennaio scorso.

Badate bene, le aree a rischio d’esondazione (sul versante ionico) sono tutte le pianure fluviali e l’intero Metapontino. Quindi, se l’interpretazione che il Giliberti dà al PAI è quella autentica, cioè quella intesa dall’Autorità di bacino e condivisa dal Governo regionale, vuol dire che non c’è nessuna intenzione di ridurre il rischio idraulico ma soltanto quella di allontanare la gente dalle zone a rischio. Se è così, siamo di fronte ad una vera e propria “follia istituzionale”.

Mi auguro che i pazzi siano pochi, circoscrivibili e resi presto inoffensivi. Altrimenti, di questo passo, di Piano in Piano, di porcata in porcata, saremo costretti a ritornare sulle palafitte o nelle grotte in montagna. Tanto di rispetto per le Istituzioni. Ma con questi matti c’è da averne solo pietà, ed anche paura. Sono ormai dei manicomi e per giunta criminali, che andrebbero riformati oppure recintati.

Pensavamo che la partecipazione a questi incontri, di noi Estrattori fluviali, rientrasse in quella Attività conoscitiva (prevista dalla stessa legge 183/89 sulla Difesa del Suolo) che l’Amministrazione è tenuta a svolgere in caso di pianificazione territoriale. Siamo presenti “in pianta stabile” con le aziende lungo tutti i fiumi. Con la nostra esperienza di “osservatori”, e quindi conoscitori dei fenomeni, degli eventi e dell’evoluzione morfologica dei corsi d’acqua, avremmo potuto dare un valido contributo cognitivo. Non a caso, lo stesso Leonardo da Vinci diceva: “…quando hai da trattare delle acque, consulta prima l’esperienza, poi la ragione…”

Ma evidentemente Giliberti & Compari non volevano niente di tutto questo. Da noi si vorrebbe non un parere ma solo una passiva acquiescenza. Credono forse di averne il “diritto” in compenso delle concessioni estrattive che ci danno. Il cui rilascio, si sa, dipende dalla loro totale ed assoluta discrezionalità. In questo settore i Funzionari sono dei veri e propri padroni: della cosa pubblica e dell’avvenire delle aziende. Pensavamo volessero chiederci un nobile contributo cognitivo, vogliono invece la nostra ignobile complicità nel loro Piano criminale.

Usano la tecnica del bastone e della carota: lo spauracchio della “penuria di materiale”, alternato da un po’ d’ossigeno con le concessioni “virtuali”. Con le quali ottengono il doppio risultato della nostra “gratitudine” e della nostra criminalizzazione; che ci rende ancor più assoggettabili e ricattabili. Ultimamente ne hanno rilasciato un bel po’, di concessioni “virtuali”, e forse per questo contavano sul nostro devoto ed ossequioso assenso.

Siamo insomma una categoria debole, costretta da tanti anni ad operare nella illegalità. Viviamo col cappio al collo. E loro possono stringerlo quando vogliono. Per questo ci hanno invitato a partecipare – noi, e solo noi Estrattori – a queste riunioni balorde. Erano certi di poterci usare a loro piacimento. Confindustria è a conoscenza di tutto questo; segue da anni il processo di criminalizzazione coatta cui è sottoposta la categoria. Ma non fa niente per fermarli. Anzi, partecipa gaudente e plaudente al loro sporco gioco. Alla faccia del Codice Etico.

I Politici: I Presidenti, gli Assessori, i Consiglieri che si avvicendano in questa Regione, i nostri Deputati e Senatori – tutti da me ripetutamente informati dell’indecoroso andazzo, degli abusi e delle porcate – rimangono del tutto indifferenti. Sono ormai degli Struzzi: nascondono la testa per non vedere ed hanno lo stomaco d’acciaio, che permette loro di digerire ogni cosa. Con questo non intendo assolutamente generalizzare. Ma mi auguro che le tante persone per bene, che certamente ci sono tra Funzionari e Politici, prendano le distanze da questi Balordi, nell’interesse generale e per il bene comune. Il loro silenzio li rende di fatto complici degli Atti criminali, da me denunciati, perpetrati dai due Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture. Con gravissimo danno: per l’Erario, il Territorio, l’Economia e la Dignità della nostra Terra. Vorrei insomma dire loro:

Signori!... Se ci siete battete un colpo.

 

Tricarico, 26 gennaio 2007.      nicolabonelli@fontamara.org   (348.2601976)

 

 

- 17 Gennaio 2007 -

Lettera aperta (seconda)  Agli Estrattori fluviali di Basilicata  -           

 

Egregi Colleghi,

Vi comunico che non sarò con Voi all’incontro con il Dirigente G: Giliberti, presso il Dipartimento Ambiente, per il prossimo martedì 23 gennaio. Non mi va più di partecipare a questi incontri inutili e inconcludenti. Ne abbiamo già tenuti due, peraltro in assenza dell’Assessore, ma senza approdare a niente. Non solo non ci hanno mostrato il loro fantomatico Piano di Tutela Ambientale, ma ho capito che della nostra opinione non gliene frega niente. Mi sembra di partecipare ad un dialogo tra sordi. Mi sa tanto che Giliberti e i suoi Compari ci stanno usando e prendendo per i fondelli. Da noi non vogliono una partecipazione ma un’assistenza passiva. Insomma, ci “intrattengono”, per poter dire che abbiamo partecipato anche noi a “perfezionare” il loro Piano.

Alla fine, ne sono convinto, approveranno il Piano così come l’hanno confezionato, usando la nostra “partecipazione” per dargli credibilità ed autorevolezza. E soprattutto per poter diffondere un bel comunicato stampa: “la Regione si è finalmente dotata di un importante Piano per la Tutela del Territorio… E questo, grazie alla laboriosa dedizione degli Uffici, e grazie anche al prezioso contributo, di idee e di esperienza, offerto dalle Associazioni di categoria. Bla… bla… bla…”. Ed il gioco è fatto.

Già vedo il comunicato ufficiale sulle pagine di “Il Sole 24 ore” – organo nazionale di Confindustria – con in mezzo la foto dell’affiliato Giuseppe Stigliano, sorridente sornione e suadente. Così come fece lo stesso giornale (dell’1 aprile 2005) nell’annunciare le modifiche alla legge reg. n. 12/79. Legge, che prima era una buona legge (stringata ma efficiente nel disciplinare l’estrazione fluviale) e che, grazie a quelle modifiche, è diventata una “porcata di legge”. Una legge farraginosa e piena di vincoli; che serve solo ad aumentare il potere discrezionale degli Uffici, e in definitiva a bloccare l’attività amministrativa. Confezionata dagli Uffici e decisa in una notte (in circostanze particolari e incoffessabili); approvata senza passare all’esame delle Commissioni e senza dibattito in Consiglio; non poteva che sortire tale effetto; forse proprio quello voluto dal legislatore. Che dico, dall’occulto Tessitore. Non a caso, nell’ultimo incontro, il Giliberti si è profuso nell’esporre i pregi, della sua legge.

Fortunato Giuseppe Stigliano! Hai preso tre piccioni con una fava. Avallando col tuo sorriso quella legge, ti sei guadagnato (forse senza volerlo e senza saperlo, forse) la gratitudine di Confindustria, una citazione “al merito” sulle pagine del Sole 24 ore, ed un posto d’onore nella bacheca del Dipartimento Ambiente e Territorio.  

Ebbene, cari Amici e Colleghi, a questo vergognoso gioco, io non ci sto.

Non ci sto a seguire le astratte divagazioni dei Funzionari sul “pliocene” e “quaternario”, a sentire la storia geologica di milioni di anni, quando è urgente parlare della situazione idraulica attuale, e discutere concretamente delle modalità da adottare, per la messa in sicurezza del territorio. Nell’incontro scorso ho tentato di portare la discussione sulla Sezione di Deflusso. Ma ho visto che è un argomento non gradito a Giliberti & C. A quanto pare, il loro divagare ha lo scopo di farci fuorviare da questo punto importante.

Mi dispiace, non ho tempo da perdere per questo gioco. E poi non ci tengo ad assistere al lungo travaglio di questa Montagna, sapendo già che nascerà un topolino pazzo. Conosco il loro Piano; dispongo di una copia completa; difatti ho già espresso il mio parere in merito nella recente “lettera aperta a Giliberti”; lettera che vi ho inviato per fax nei giorni scorsi e che ho pubblicato sul mio sito: www.fontamara.org, nella pagina “Spreco infinito e Legalità perduta”.

Sullo stesso sito, troverete tra le “news” l’articolo di Giuseppe Cariglia: “Un fiume di soldi mal spesi”, che illustra con chiarezza la reale situazione delle pianure fluviali e del Metapontino; e potrete consultare anche il fantomatico Piano regionale in questione: completo di “Relazione”, “Norme tecniche”, “Piano attuativo” e Mappe varie.

Se poi lo riterrete utile ed opportuno, potremo incontrarci per esaminarlo a fondo ed elaborare insieme le osservazioni da presentare alla Regione. Avrò così modo di dimostrarvi la fondatezza delle mie critiche, espresse nella “lettera a Giliberti”. Voglio qui ribadire la mia opinione: questo Piano fa paio con la “porcata” di legge regionale sopra citata; è una brutta fotocopia del piano che ci hanno imposto negli scorsi dieci anni (brutta perché peggiori saranno gli effetti sulla sicurezza del territorio); si tratta tra l’altro di uno strumento concepito in contrasto e violazione delle leggi vigenti; che persegue non l’interesse generale ma ancora una volta l’interesse particolare della Lobby dei grandi Appalti. Con l’aggravante che tale “interesse” viene perseguito nella logica dell’emergenza, e quindi ogni intervento dovrà passare dal disastro alluvionale: dopo di che arrivano i soldi, abbondanti, senza controllo…etc….etc… 

Se questo scellerato Piano verrà approvato, ne sono certo, assisteremo spesso ad appalti fluviali concepiti come delle vere e proprie “Rapine in banca”, simili a quelle consumate nel torrente S. Nicola di Nova siri,  da me descritte nella “Lettera a Giliberti”. Per dirla tutta, per questi “Signori” la Difesa del Suolo non è un obiettivo, ma è solo il pretesto per attivare fondi. E i fiumi non sono il fine, ma solo il mezzo per “sistemare” il Denaro Pubblico. Anzi, i fiumi non sono più fiumi, ma campi per scorrerie delle Consorterie Nazionali Appalti. Negli anni ’80-’90 abbiamo visto scorazzare, lungo i poveri fiumi lucani, le grandi imprese nazionali, bianche rosse e variopinte per “sistemare” 500 miliardi di lire, in Operazioni spartitorie. Senza alcun beneficio per l’ambiente. Ed ora i fiumi straripano e distruggono ancor più di prima.

“Tanto meglio… Sono in arrivo 100 miliardi di euro per il Sud!... Che bello!... Sappiamo già come e dove sistemarli!... Bisogna solo approntare gli strumenti normativi!...”  Ecco a cosa servono le “porcate” sopra descritte… checché ne dica il bravo pubblicitario Antonio Procacci del Sole 24 ore.

Brava Confindustria! Da buona cortigiana accorre al richiamo del Potere… Si assicura un tozzo di pane, purché sia, per i suoi associati… E di tutto il resto – della sicurezza del territorio – chi se ne frega.

A proposito, vorrei tanto sapere dall’Assessore all’Ambiente, perché a questi incontri vengono invitati solo gli Appaltatori-Estrattori, e non pure i Sindacati e le altre categorie, tra cui gli Agricoltori, che peraltro sono i più colpiti dai ricorrenti disastri alluvionali? Aver escluso le Associazioni ambientaliste poi è proprio il colmo. Che strano modo di “Tutelare l’Ambiente”, in questa Regione!.

Tornando a noi, egregi Colleghi, ed agli incontri presso l’Assessorato, vorrei farvi notare che stiamo commettendo un grosso errore nel continuare a discutere (peraltro in modo sterile e barboso) con i Funzionari. Il nostro interlocutore deve essere l’Assessore. O quanto meno è indispensabile la sua presenza: perché senta dalla fonte il nostro parere, raccolga direttamente e senza filtri la nostra istanza e, se la condivide, la proponga in Giunta per approvarla. Sarei pertanto dell’avviso di partecipare ancora ad incontri e discussioni ufficiali sul Piano, ma solo con la partecipazione dell’Assessore.

Resto in attesa di un Vostro cortese riscontro.

Vi saluto cordialmente.                                                              

Tricarico, 17 gennaio 2007                                                        

                                                                                                  Nicola Bonelli

 

- 15 Gennaio 2007 -

Lettera aperta     Agli Estrattori fluviali di Basilicata

 

Egregi Colleghi,

per dovere di verità dei fatti, e per diritto di difesa della mia persona, devo intanto fare alcune precisazioni sulle indebite accuse pronunciate dal Giliberti durante la riunione di martedì 9 u.s.. Avrei voluto farlo all’istante ma, come avete constatato, il personaggio non me l’ha consentito. Ha parlato di una relazione del CTU del Tribunale delle Acque, che mi avrebbe dato torto, ma non ha detto che – nonostante quella relazione (ambigua, fuorviante e inveritiera) peraltro smontata facilmente dal Tecnico di parte – il Tribunale ha accolto il mio ricorso e condannato la Regione (con spese a suo carico), con sentenza del gennaio 2005. Il fatto che abbia letto solo un passo della relazione e non pure la sentenza, e che non mi abbia consentito di replicare, dimostra la sua malafede. Non mi sbagliavo: Giliberti è un autentico criminale. Anche perché si rifiuta imperterrito di ottemperare a quella sentenza. Tanto che ho dovuto richiedere allo stesso Tribunale la nomina del Commissario ad acta. Richiesta accolta con sentenza (la seconda) n. 1/07 del 4 gennaio 2007, con spese a carico della Regione.

 

In questa miserevole vicenda, che mi vede contrapposto agli Uffici regionali, l’Ente sta pagando, tra prima e seconda sentenza, circa 18.000 euro di spese, oltre il costo dei suoi avvocati e la parcella che verrà dal Commissario ad acta. Tutto per colpa del Giliberti, dei suoi superiori, dei suoi colleghi e dei suoi giannizzeri. Loro sbagliano e la Regione paga. Anzi, paghiamo noi contribuenti. Nasce da questa immunità-impunità la tracotanza del Giliberti e dei suoi compari. Si credono ormai i padroni del Palazzo; nel diritto di discutere solo con chi è di loro gradimento; di togliere la parola a chi si permette di criticarli e di intimidire gli altri, come ha fatto con voi il compare Nella, dicendo: “Voialtri dovete decidere, se siete con noi o con il Bonelli”. Baciamo le mani.

 

Ebbene, Amici, credetemi, il mio scopo non è solo l’interesse della mia azienda, ma soprattutto quello di smascherare il disegno criminoso perseguito dalla struttura pubblica; le cui conseguenze perniciose si ripercuotono sull’Interesse generale, con danni enormi al Territorio ed all’Economia. Badate bene, il Piano che vogliono imporci, e di cui chiedono il nostro avallo, è nient’altro che un Atto criminale rientrante nel loro Disegno. Credetemi, non sto esagerando.

 

Perché abbiate chiara la gravità di questo Atto, Vi invito a leggere attentamente la mia lettera aperta a Giliberti. Il testo completo ed aggiornato, composto da nove cartelle, è scaricabile dal sito: www.fontamara.org, nella pagina “Spreco infinito e legalità perduta”.

Fareste bene inoltre a leggere l’articolo di stampa a firma di Giuseppe Cariglia (v. allegato 1), che descrive la reale situazione del Basento (che poi è simile a quella degli altri fiumi); situazione che non compare nel loro Piano e che invece compare in modo lampante nella “Relazione” dell’intervento appaltato nel torrente S. Nicola di Nova Siri. (v. allegato 2)

So bene che molti di Voi svolgono anche l’attività di Appaltatori, e che forse sono allettati dai tanti interventi previsti dal Piano. Si tratta, però, di una previsione senza risorse finanziarie. Bisogna aspettare il disastro alluvionale perché arrivino i fondi. Ma poi, partecipare ad appalti simili – sapendo che si poteva evitare il disastro con la prevenzione e con l’attività estrattiva – è un po’ come arricchirsi sulle disgrazie altrui; è una specie di sciacallaggio sul territorio. Inoltre, gli appalti di interventi fluviali, come quelli del torrente S. Nicola di Nova Siri, sono delle vere e proprie “rapine in banca”, come spiego nella lettera a Giliberti. E Voialtri, ne sono certo, non siete affatto dei rapinatori; tantomeno degli sciacalli.

Spero di poter proseguire insieme questa battaglia. Da imprenditori, da padri di famiglia, da responsabili di azienda e guida di altri padri di famiglia, da protagonisti della piccola comunità lucana, abbiamo il sacrosanto DIRITTO-DOVERE di respingere il Piano scellerato che vogliono imporci. Coraggio! Fermiamoli! Ne va’ della nostra Dignità, dell’avvenire delle nostre Aziende e della salvezza del Territorio e dell’Economia regionali.

 

- 1 Gennaio 2007-

 

Lettera aperta al Dottor Giliberti                         

 

- Gestione scellerata del territorio;

- Legalità perduta e Spreco infinito;

- Pianificazione fuorilegge e strumentale;

- Rischio alluvioni in aumento: nel Metapontino e altrove;

- Fondi, per lo Sviluppo, bruciati dal Malaffare;

- Procedure d’appalto truffaldine;

- Impunità garantita.

 

Tutto questo accade in Basilicata (e in Italia), sulla spinta di un Oscuro Disegno Nazionale, la cui Cabina di regia è nel CIPE. Anzi, nel suo Retrobottega. Ne spiego il dove-come-e-quando nella seguente

 

Lettera aperta al Dottor Giuseppe GILIBERTI,

Dirigente dell’Ufficio Geologico e Attività Estrattive,

presso il Dipartimento Ambiente della Regione

 

Egregio Dottore,

preciso intanto che uso il Tu (distinguendolo dal Voi, che uso verso gli Uffici preposti, compreso il tuo) solo per esprimere più compiutamente il mio pensiero: da libero cittadino di uno Stato di diritto (?) più che da imprenditore: colpevole di aver perseguito ingenuamente la legalità, e vittima di un Sistema criminoso regionale.

 

Ti informo innanzitutto che, obbedendo alla tua multipla “Ingiunzione” del mese scorso, ho pagato le sanzioni che mi hai comminato. Si tratta, come ricorderai, di una serie di “Verbali” contestati ai miei collaboratori (autisti ed escavatoristi) dalla Forestale di Tricarico nel corso dell’anno 2001: “per aver estratto materiale inerte dalla particella 101 del foglio di mappa 2 del Comune di Calciano, di proprietà della INERCO srl., senza la prescritta autorizzazione”. Ho deciso di non fare ricorso: non ho molta fiducia in questa “Giustizia”; e poi voglio evitare ogni strascico giudiziario ai miei collaboratori, che, in questa miserevole vicenda, non hanno alcuna responsabilità.

 

- Legalità perduta

Dunque pago, ma colgo l’occasione per ribadire le mie ragioni. Quelle infrazioni sono nient’altro che la conseguenza dei Vostri abusi e crimini vari, commessi per ostacolare il rilascio di una concessione da me richiesta nell’agosto 1998: per 173.000 metri cubi di materiale, con progetto di manutenzione idraulica di un tronco fluviale. Richiesta negata – motivando il diniego con un falso ideologico: manipolazione di un testo di legge – sol perché in contrasto con il vostro Disegno; che vuole abolire la manutenzione preventiva dei corsi d’acqua (fatta a costo zero con l’attività estrattiva) per potervi subentrare con gli appalti delle famigerate Sistemazioni idrauliche: nella logica della “somma urgenza” e dell’Allegra gestione del denaro pubblico.

 

Con Piani e Studi fasulli, mirate a travisare la realtà. Sostenete contro ogni evidenza la penuria di materiale in alveo. Occultate in tal modo l’abbondante e preziosa risorsa mineraria realmente esistente; risorsa che potrebbe produrre una grossa entrata per la Regione (e che invece diventa oggetto di scambio occulto tra i contraenti dell’appalto). Imponete il sistema delle “concessioni virtuali”: ti autorizzo un metro cubo ma ne puoi prelevare 10-100, da cui si genera la prassi dell’abusivismo “autorizzato”, in un processo di criminalizzazione della categoria di settore.

 

Esercito con la mia azienda (Inerco srl) l’attività di produttore di inerti dal 1965, utilizzando come materia prima esclusivamente il materiale proveniente dal fiume Basento: ottenuto di volta in volta con regolari concessioni estrattive in virtù della legge regionale n. 12/79. Legge tuttora in vigore ma sistematicamente da Voi violata.

Nel 1998, avendo esaurito l’ultima concessione - di 138.000 mc. di materiale, a fronte dei quali ho pagato 207 milioni di lire, cioè più di quanto hanno versato nello stesso periodo gli altri 40 operatori messi insieme - mi sono trovato senza materia prima. Nell’attesa della nuova concessione, ho deciso di far fronte allo stato di necessità scavando in un terreno di nostra proprietà, adibito a piazzale di deposito.

Tra un verbale e l’altro della Forestale, ho tirato avanti per più di tre anni. Ma poi, esaurito (e distrutto) il piazzale, mi sono ritrovato peggio di prima: sono ormai fermo con la produzione di inerti da oltre tre anni, con macchinari costati diversi miliardi di lire che stanno andando in rovina; ho dovuto licenziare metà del personale.

 

Credendo di poter operare nella legalità, non ho mai aderito all’indecoroso sistema della concessione virtuale; ho invece insistito per ottenerne una reale (da 173.000 mc. richiesta nel ‘98, appunto); richiesta che, a distanza di otto anni, vi ostinate ancora a negare. Ed ora, mentre gli altri prelevano indisturbati montagne di materiale dal demanio fluviale, in modo semiabusivo e con il vostro tacito consenso, Tu decidi di sanzionare noi della Inerco: per aver prelevato dalla nostra proprietà. E t’accanisci a tal punto da superare i limiti dell’etica e della tua stessa “competenza”.

Avevo chiesto audizione al Presidente della Giunta e all’Assessore, per dimostrare lo stato di necessità dell’azienda ed il nesso tra le vostre inadempienze e le nostre infrazioni. Ma, al colmo dell’arroganza, hai voluto condurre l’audizione (una farsa), e naturalmente hai emesso la condanna: come potevi riconoscere le nostre ragioni senza ammettere le tue colpe? Ci punisci per aver peccato di ingenuità… o perché stiamo contrastando il vostro Disegno?.

 

- Gestione scellerata del territorio

Ma questo è niente rispetto al Danno subito dalla pubblica Amministrazione per la Vostra inettitudine e noncuranza. Nel maggio 2003 vi ho segnalato, con dovizia di fotografie, l’aggravarsi della situazione idraulica lungo il Basento (nel tratto di Calciano), il parziale crollo di una difesa spondale dovuto alla presenza di accumuli di materiale, e l’urgenza di intervenire per evitare il peggio. Ma non fate niente per eliminare la causa del pericolo, né autorizzate l’intervento da me proposto nel 1998, nonostante sia intervenuta su mio ricorso una sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, che vi ordina di provvedere in merito. Ve ne fregate altamente della distruzione di un’opera pubblica, costata 15 miliardi di lire.

 

Né ti importa della sicurezza del territorio. Nel tratto del Basento di Grassano, in località “Giardini”, ad esempio, sono ormai ricorrenti le inondazioni causate dal solito problema degli accumuli che ostruiscono l’alveo e lo rendono pensile; inondazioni che distruggono raccolti e terreni agricoli. Ne sei a conoscenza da anni e potresti porvi immediato rimedio, se consentissi l’esecuzione dell’intervento approvato dal tuo stesso Ufficio nel febbraio 2002. Ma ai reiterati solleciti di dar corso a quella determina, rispondi dichiarandoti “non competente” (?).Nel frattempo il fiume “conquista” altri terreni agricoli e il danno per i cittadini di Grassano si aggrava sempre di più. Usi la competenza a tuo piacimento. Non hai il senso della misura, e nemmeno della responsabilità derivante dalla carica di Dirigente.

 

- Pianificazione fuorilegge e strumentale;

Ho saputo che l’attuale Assessore all’Ambiente, Giovanni Rondinone, va rassicurando sia i cittadini danneggiati dalle scorse alluvioni che gli imprenditori del settore estrattivo, promettendo a breve la soluzione di entrambi i problemi: la sicurezza del territorio e lo sblocco delle concessioni. Va preannunciando come un toccasana il nuovo “Piano per la tutela ambientale”: approntato dal tuo Ufficio ed in via di approvazione.

Diciamo intanto che pianificare l'estrazione di materiale dagli alvei – che per Legge può essere effettuata solo quando l'accumularsi dei depositi alluvionali ostacola il normale deflusso delle acque – è una madornale assurdità. Come si può prevedere la rimozione di occasionali accumuli alluvionali, che si formano in modo casuale ed in conseguenza di eventi imprevedibili? Andrebbe piuttosto accertata di volta in volta la necessità dell’intervento estrattivo, mediante la vigilanza su definite situazioni a rischio. Vigilanza supportata ovviamente da adeguata preparazione e conoscenza dell’origine e dell’evolvere dei fenomeni fluviali: soprattutto quelli erosivi.

 

Per esempio: la causa del cedimento di una sponda o della pila di un ponte – il cui crollo accade di solito al passaggio di una piena e viene addebitato all’evento “eccezionale” – è da ricercarsi invece nel pregresso scalzamento della fondazione dell’opera stessa. Nel lungo periodo di medio-magra, la presenza degli accumuli devia la corrente verso le sponde e restringe la sezione di deflusso. Ne consegue, per legge dell’Idraulica, un incremento della velocità dell’acqua, e della sua capacità di trasporto. Il persistere di questa condizione provoca l’erosione e l’incisione del fondo alveo. Il quale assume, a ridosso di sponde e di ogni opera presente, la classica sezione a V: l’acqua erode il fondo, scava in profondità fin sotto le fondazioni, insidiando la stabilità delle opere stesse.

 

E’ una situazione di pericolo che di solito passa inosservata, in quanto nascosta sott’acqua; e può rimanere ed aggravarsi per lunghi periodi. Finché non arriva la piena… che completa l’opera. Ma la piena è solo la fatidica “goccia che fa traboccare il vaso”. All’origine del crollo ci sono i famigerati accumuli di materiale. Situazioni del genere sono frequenti lungo i fiumi, e frequenti sono i crolli, perché non è facile vedere in tempo lo stato di degrado. Ci vuole vigilanza, ma anche competenza. E soprattutto interesse a conservarle, le opere esistenti.

 

La funzione primaria di un fiume è quella di drenare le acque del proprio bacino idrografico. Riesce ad assolvere a questa funzione nella misura in cui è dotato di una sezione di deflusso adeguata alle proprie portate idriche. Sezione che va quindi verificata, mantenuta e ripristinata; e perciò il fiume va ripulito da tutto ciò che inevitabilmente vi nasce e cresce, e vi sopraggiunge nel tempo: da tutto ciò che vi si accumula e tende ad ostruirlo. Per la sicurezza del territorio, questa è una regola basilare, inopinabile e imprescindibile. La causa principale delle ricorrenti esondazioni fluviali è la mancata pulizia degli alvei, dovuta ad abbandono e incuria.

 

L’estrazione assolve appunto alla bonifica e pulizia dell’alveo. Riveste carattere d’urgenza per la pubblica sicurezza e incolumità. Non ha quindi niente a che vedere con i Piani a lungo o indefinito termine, ma deve piuttosto rientrare nei Programmi a brevissimo termine di manutenzione dei corsi d’acqua. Certo, a monte di tali programmi occorre determinare, per ogni tronco fluviale, la sezione di deflusso adeguata alle proprie portate idriche. Sezione, al cui mantenimento ed eventuale ripristino deve seguire ed attestarsi ogni intervento estrattivo e di bonifica.

 

Del resto, le Leggi in vigore sulla Difesa del Suolo e sulla Disciplina delle Acque: R. D. 523/1904 – L. 183/89 – D.P.R. 14.04.1993 – L. 37/94 – L. 365/2000… non prevedono alcuna pianificazione territoriale, ma inquadrano l’intervento estrattivo tra quelli necessari ed urgenti per la manutenzione dei corsi d’acqua.

In particolare, il D.P.R. del 14.4.93 parla di ripristino della sezione di deflusso, inteso come taglio di vegetazione e rimozione di depositi alluvionali che riducono la sezione idraulica del corso d'acqua”. La legge 37/94 ribadisce lo stesso concetto, assentendo l’intervento estrattivo nel rispetto preminente del buon regime idraulico.
La legge 365/2000, infine, Vi impone l’obbligo di una “attività di sorveglianza e ricognizione lungo i corsi d’acqua, al fine di … rilevare le situazioni di maggiore pericolo per persone e cose, e identificare gli interventi di manutenzione più urgenti, … con particolare riferimento all’accumulo di inerti”.

Ovviamente, una seria attività di verifica andrebbe supportata dalla conoscenza della sezione minima di deflusso di ogni tronco fluviale. E’ un parametro idraulico importante, senza il quale ogni verifica è campata in aria. E diventa impossibile definire correttamente qualsiasi intervento. Come si fa a “ripristinare” una sezione di deflusso, se non la si conosce?

 

Determinare quindi la sezione di deflusso: questo è l’unico importante adempimento che avreste dovuto fare. Bisognerebbe ragionare concretamente in termini di Idraulica e Morfodinamica fluviale, invece di filosofeggiare astrattamente sulla storia geologica del territorio. Ma a quanto pare della sezione di deflusso non  ve ne importa molto e, forse, non ne capite granché. Quanto alle leggi, sono tutte elencate nel Vostro “Piano”, ma solo per far volume e non per essere osservate. Avete la fissa della pianificazione a cui ricorrete anche quando non c’azzecca. Ve ne servite per giustificare la vostra presenza, per camuffare la vostra ignoranza, la vostra pigrizia mentale. Incollati come siete alla poltrona (vostra per grazia ricevuta) avete perso ogni contatto col territorio. Vivete nel mondo della luna e scambiate fischi per fiaschi, a cominciare dall’assessore Rondinone, che confonde alveo per “alveolo”.

 

L’annuncio del vostro “nuovo” Piano è una storia già vissuta. Nel 1996 fu approvato, con la stessa enfasi, un Piano del tutto simile. E’ notorio e sotto gli occhi di tutti che quel Piano non ha risolto un bel niente. Ora ci ritroviamo con gli stessi problemi, ed ancora più gravi. I fiumi straripano e distruggono più di prima. Ma Voi continuate a pianificare, nella perfetta tradizione di questo Grande Pianificio, chiamato Regione Basilicata. E vi affannate soprattutto a creare nuovi vincoli “ambientali”; vincoli assurdi e fuori di ogni logica di difesa del suolo (ad esempio le aree SIC sui tronchi d’alveo) (?), il cui unico scopo è quello di bloccare ogni cosa, e soprattutto di accrescere il vostro potere discrezionale, per poter consentire o vietare: il tutto o il contrario di tutto.

 

Ho visto, dal frontespizio del Piano, che per l’elaborazione di questo “capolavoro” è stato impegnato un Gruppo di lavoro composto da ben 11 Uffici (**): si tratta in pratica dei Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture al completo, che avranno formato una Task Force di almeno 20-30 Anonimi Funzionari. Viene da chiedersi perché coinvolgere tanta gente per mettere insieme una fotocopia di un Piano preesistente. Forse per diluire “collegialmente” la responsabilità del contenuto.

L’anonimato poi serve agli autori “per non esporre la faccia”, per disconoscere la paternità personale, in caso di “azioni di risarcimento”. Tanto si sa, se il Piano si rivela fasullo e falso, e produce danni a qualcuno, paga sempre Pantalone.

 

E pensare che una volta a queste cose ci pensava da solo il Genio Civile. E vi provvedevano in tutto due persone: il Guardiano dell’Acqua, che vigilava, e l’Ingegnere Capo, che decideva il da farsi. E spesso risolveva all’istante il problema dell’accumulo (che ad esempio insidiava la stabilità di un ponte) telefonando all’Estrattore più vicino, pregando di rimuoverlo. Ma questo accadeva prima che la carica di Ingegnere Capo (raggiungibile fino agli anni ’70 solo per concorso e per provata capacità) diventasse mercanzia della politica. Ora invece gli 11 Dirigenti che sovrintendono al Piano, hanno stabilito il divieto assoluto di estrarre nei tratti di 500 metri a monte ed a valle dei ponti. Si sta insomma “pianificando” il crollo dei ponti.

 

Questa volta l’Anonima Pianificatori – partendo di nuovo da una strumentale interpretazione dell’articolo 5 della legge 37/94, che, ripeto, non prevede alcun piano territoriale (interpretazione dichiarata “erronea, fuorviante e in violazione della norma stessa” , in una recente sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche); ed eludendo ancora una volta l’articolo 17 della legge 183/89 – non fa altro che redigere una “fotocopia” del Piano del ’96.

All’attività estrattiva non viene riconosciuto alcun ruolo certo nella manutenzione preventiva dei corsi d’acqua ma viene confinata tra gli interventi probabili ed eventuali; per essa è confermata la “penuria” di materiale, e le poche possibilità di autorizzazioni (di 15-20.000 mc al massimo) vengono dislocate in modo sfacciatamente discriminatorio; quindi, nei prossimi dieci anni si dovrà proseguire “per concessioni virtuali” (da 1.000-2.000 mc.) tranne qualche “eccezione”.

Gli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione sono tutti da realizzarsi col sistema dell’appalto “a cura dell’Ente Regione e/o di altri Enti Pubblici”; col quale sistema si potrà invece asportare, dagli stessi tronchi fluviali, quantitativi illimitati di materiale (a spese della Regione, naturalmente), così come è già accaduto ripetutamente nel passato (spiego nel seguito come funziona, illustrando l’esempio del torrente S. Nicola di Nova Siri).

 

Quanto alla sicurezza del territorio, il Piano è nient’altro che un presagio di disastri. Nel senso che, non consentendo la manutenzione mediante l’attività estrattiva (che si può ottenere a costo Zero), e non disponendo dei fondi necessari, per provvedervi con gli appalti, bisognerà aspettare che avvenga il disastro alluvionale. Solo allora, infatti, arriva la Protezione Civile, e Santo Bertolaso con la borsa piena. Così come del resto è accaduto ultimamente con l’alluvione “Novembre-2004” nel Metapontino.

 

Il lato paradossale della “gestazione” di questo “Piano” sta nel fatto che l’Assessore Rondinone, dopo averlo preannunciato agli Alluvionati (agricoltori e residenti delle aree danneggiate dagli ultimi eventi) ed aver promesso loro incolumità e sicurezza, ora chiede pareri ed avalli, sulla qualità del prodotto, alle Associazioni di Appaltatori ed Estrattori. Le quali accorrono, da perfette cortigiane, al richiamo del potere… Si assicurano un tozzo di pane per i propri associati: sostanziale per i primi e “virtuale” per i secondi… Assistono, contente e plaudenti, al parto della Montagna ed alla nascita del topolino pazzo… E della sicurezza del territorio, chi se ne frega.

 

- Spreco infinito

La verità è ch’è tutta una presa per i fondelli. Dietro l’affastellare continuo di piani fasulli e fuorilegge, c’è la regia della Lobby degli Appalti che persegue imperterrita il suo Disegno criminoso di soffocare l’attività estrattiva; e che grazie a questo “nuovo strumento” avrà più “spazio di manovra” per programmare interventi appetitosi di “somma urgenza”, e dar corso ad “Operazioni” di allegra gestione delle pubbliche risorse. Operazioni che sovente si realizzano nei fiumi e torrenti di Basilicata. Per alcune delle quali, egregio Dottore, sei stato testimone ufficiale e forse anche “coadiutore”. Mi riferisco ad esempio all’appalto dei Lavori di sistemazione idraulica del torrente S. Nicola, agro di Nova Siri”; approvati con  Delibera n. 1547/2005 della giunta De Filippo & C.: importo 330 mila euro. L’unico lavoro previsto era l’asportazione di 140.000 mc. di materiale dall’alveo.

 

La cosa assurda di questo appalto sta nel fatto che la Regione, proprietaria di quel materiale, decide di cederlo gratis, ed in più offre un “regalo” da 330 mila euro a chi se lo aggiudica. Difatti, dovendo realizzare soltanto lavori di scavo e trasporto a rifiuto, l’impresa appaltatrice può evitare ogni costo, cedendo il materiale alle ditte interessate della zona; che in cambio eseguiranno gratis i lavori di scavo, portando “a rifiuto” (presso il proprio impianto) “il materiale di risulta”.

In questo modo l’importo lordo dei lavori diventa un netto ricavo per l’appaltatore… con tante grazie e riconoscenza per il committente. Per dirla tutta, sembra congegnato come una “rapina in banca senza scasso”, che anzi passa per “legittimo prelievo” su conto corrente grazie all’espediente da Voi inventato nella Conferenza di servizio del 13.05.2005: un ignobile raggiro, a danno della Regione, col quale riusciste a trasformare una possibilità d’entrata in necessità di spesa.

Con lo stesso metodo era stato “realizzato” anche un precedente intervento nel S. Nicola; del tutto identico a quello testé descritto (Delibera n. 1388/2002 della giunta Bubbico & C.); pagando 427.000 euro furono ceduti altri 170.000 mc. di materiale.

Tra primo e secondo intervento la Regione ha ceduto 310.000 mc di materiale (tutto utile per la produzione di inerti) perdendo, tra uscite e mancate entrate, la bellezza di 900.000 euro. Incredibile ma vero.

 

E così scopriamo che da una parte vi inventate la penuria di materiale per soffocare l’attività estrattiva, dall’altra invece fate riapparire la sovrabbondanza dei quantitativi realmente esistenti, ma non per aumentare le entrate della Regione, bensì per organizzare, a danno della stessa, appalti di “rapine in banca” del tipo “S. Nicola”.

 

- Rischio alluvioni in aumento: nel Metapontino e altrove.

Scopriamo inoltre che i suddetti interventi del S. Nicola sono finanziati mediante un ”Accordo di programma quadro” tra il CIPE e la Giunta Regionale (D.G.R. n. 1383 del 28.07.2003); sono ritenuti prioritari, e definiti: “interventi di consolidamento e di difesa dal rischio idrogeologico, nel quadro della tutela e valorizzazione delle risorse del territorio”.

Osservando quei luoghi, però, ci si rende conto che lungo i tre chilometri di questa fiumara semifossile (il S. Nicola), posta ai confini con la Calabria, non esiste alcuna opera o sponda da consolidare e nessun rischio idrogeologico (per le poche decine di ettari che la costeggiano) ma solo una grande abbondanza di ottimo materiale inerte.

Esiste invece realmente, e proprio là vicino, il gravissimo rischio dell’intera fascia ionica lucana: una pianura attraversata da cinque fiumi; che si estende per 40 chilometri; che comprende 15.000 ettari di agricoltura di grande pregio (California del sud); con insediamenti rurali e civili disseminati dappertutto; infrastrutture e strutture turistiche importanti; su cui si sviluppa una grossa fetta dell’economia lucana.

 

Ebbene, è notorio da sempre che tutta la fascia ionica (il Metapontino), questa grande risorsa del nostro territorio, è ad altissimo rischio di inondazione. Tanto è vero che ogni anno finisce sott’acqua con danni enormi all’agricoltura e al turismo. Ma stranamente non rientra fra le priorità del citato Accordo di programma.

Ed allora ci si chiede: con quale criterio vengono decise tali priorità… e per quali veri scopi vengono stanziati i fondi CIPE? (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica). Un fatto comunque è certo: vi inventate il rischio dove non c’è e lo trascurate dove invece è reale e gravissimo.

Al pensiero che con i 900.000 euro che avete “buttato” nel S. Nicola, avreste potuto mettere in sicurezza l’intera fascia ionica (bonificando il reticolo idrografico e facendo pulizia della vegetazione che si è sviluppata in alveo e che ha trasformato quei tratti fluviali in veri e propri boschi; vegetazione che fa da tappo al deflusso delle acque ed è la vera causa di straripamenti e inondazioni), dovreste vergognarvi, riconoscere l’incompetenza e mettervi da parte.

Continuate imperterriti ad occuparvi della “Difesa del Suolo”, ma trascurate questa situazione di grave pericolo. Difatti, nel vostro scellerato Piano, non fate alcun cenno agli interventi da farsi per mettere in sicurezza le pianure fluviali ed il Metapontino.

 

- Fondi, per lo Sviluppo, bruciati dal Malaffare.

Naturalmente, non ti rendi conto, o forse non t’importa, dei danni che sta provocando all’Erario il vostro modo scellerato di gestire la manutenzione dei corsi d’acqua e di amministrare l’estrazione fluviale. Provo a farti un po’ di conti:

 - 10 milioni di euro, sborsati dal Governo con Ordinanza del 18.01.2005, per i danni subiti nel novembre 2004 dal Metapontino; - 12 milioni di euro andati in fumo per il canone evaso dai Colleghi Estrattori in dieci anni di “virtualità”; - 900 mila euro per le descritte “rapine” commesse nella Banca “S. Nicola”; - 300 mila euro venuti meno per il fermo di dieci anni della nostra attività; - 250 mila euro per riparare i danni da Voi stessi arrecati nel Basento, per non aver consentito l’intervento da me proposto nel ’98, ma qui siamo solo all’inizio di una lunga serie di appalti che seguiranno.

Sono soldi buttati dalla finestra, anche quelli che hai percepito in 3-4 anni da Dirigente. Infine, l’enorme Danno sociale, per il diffuso Malcostume prodotto dal vostro sistema, non è quantificabile.

 

In compenso, però, grazie al tuo zelo, bravo Giliberti, la Regione ha incassato i 6.192 euro dei miei verbali. Visto che le entrate di questo genere non vanno più ai Comuni interessati (grazie all’ultima modifica apportata alla legge reg. 12/79) e non si sa ancora a chi destinarle, suggerisco l’istituzione di un “Fondo per la salute dei Dirigenti”. Caso mai ti pigliasse un colpo, una malattia cronica, o per una lunga degenza ospedaliera, avresti il diritto di attingervi. Per carità: la salute innanzitutto.

 

Vanno invece ascritti nel libro del Grande Spreco, i 500 miliardi di lire sistemati negli anni ’80-’90 lungo i fiumi lucani. Era l’epoca della grande abbuffata nazionale dei Fondi F.I.O. (Fondi Investimento Occupazione) finanziati anche quelli dal CIPE; stanziati con “Direttive” ad hoc per la spartizione. In quegli anni furono spesi diverse migliaia di miliardi di lire, di Fondi FIO; reperiti con diverse Finanziarie che contribuirono a triplicare il Debito Pubblico Nazionale. Ora si usano gli “Accordi di programma” o altre diavolerie, che a quanto pare perseguono gli stessi scopi.

 

Praticate per anni la politica dell’incuria, non consentite la manutenzione dei corsi d’acqua, neanche se possibile a costo Zero, e rimanete in attesa che scatti l’emergenza (che se poi tarda a venire riuscite anche ad inventarla). Ed allora si aprono le paratoie dei “fondi straordinari”. Si dà il via ad “interventi urgenti”. Che si appaltano senza progetti, si affidano “a trattativa privata” o con procedure truffaldine, si collaudano in “corso d'opera” e si pagano “a forfait” cioè senza contabilità dei lavori (v. S. Nicola). Appalti molto simili ai “Lavori del dopo Alluvione-Piemonte-2000”, con truffe miliardarie e Tangentisti finiti in galera.

 

Attenzione: questa è la fine che di solito fanno i famosi Fondi destinati allo sviluppo, di cui tanto si parla in tempo di Finanziaria, e per i quali si impongono nuove tasse al cittadino-contribuente.

 

- Procedure d’appalto truffaldine: il vero nocciolo della questione.

La procedura di gara più in uso (negli appalti più “corposi”) è il c.d. Appalto concorso, con il metodo chiamato dell’offerta economicamente più vantaggiosa; metodo che sembra quasi uno scherzo di carnevale. Permette infatti di affidare i Lavori a chi chiede il prezzo più alto, per cui il vero vantaggio è per la controparte e non per lo Stato. E’ una norma che prevede l’aggiudicazione della gara sulla base di una ”serie di elementi di valutazione”; tra cui l’unico elemento oggettivo è il minor prezzo offerto, che però conta poco o niente (nella valutazione) a confronto degli altri elementi: fumosi, fantasiosi e soprattutto discrezionali.

 

Si tratta insomma di un diabolico marchingegno normativo che, grazie alla totale discrezionalità consentita, sottrae di fatto la gara al libero mercato e la riserva alle poche imprese “omologate”; e fa lievitare a dismisura il costo delle opere. E’ una specie di gioco di prestigio, inventato da Tangentopoli, che trasforma la gara d’appalto in una partita al “mercante in fiera”, in cui l’opera è solo una “base” per costruirci l’Operazione spartitoria. L’importo dell’appalto è commisurato non più al reale costo dell’opera ma al numero e all’appetito dei partecipanti. Per inciso, si deve soprattutto a questa norma il triplo o quadruplo costo delle opere pubbliche italiane, rispetto a quelle spagnole o francesi.

 

Questa norma, già prevista dall’art. 24 della legge 584/1977, ebbe diffusa applicazione negli anni ’80 (tra cui i suddetti 500 miliardi di lire in Basilicata). Dopo il trauma di Tangentopoli era andata in disuso, ma poi ricomparve nella legge 109/1994 (art. 21). Tornata in ombra per qualche incidente tangentizio, è stata di recente convalidata col Decreto legislativo n. 163 del 12.04.2006 (art. 83): approvato in ottemperanza alle Direttive CE. La stessa norma (sotto altro nome, ma con l’identico marchingegno e sempre per Direttiva CE) muove anche i pianeti di Forniture, Prestazioni, Servizi,  Pulizie…

 

L’Europa, questa “Grande Prospettiva” a cui tutti crediamo ed aspiriamo, funge a volte da Grande specchio per le allodole (e per gli allocchi): riesce a tramutare le “porcate” legislative nazionali in “Leggi ispirate dall’Alto”. Non so dove ci porta “l’adeguamento all’Europa”, ma una cosa è certa: la norma in questione disonora il Parlamento italiano; sconcerta chi crede ancora nello stato di diritto; ed è destabilizzante più di cento Brigate rosse. Consentire l’utilizzo di questa norma ai tanti gaglioffi annidati nella struttura pubblica, è come fornire un grimaldello ad uno scassinatore. Anzi, è come consegnare le chiavi di un intero condominio a dei ladri d’appartamento.

Se è vero com’è vero che la Storia insegna, sarebbe un bene ricordare che fu proprio questa norma a produrre la diffusa “Dazione ambientale” al tempo di Tangentopoli; e che procurò tanto “lavoro”, a cominciare dal Pio Albergo Trivulzio, al pool “Mani Pulite” e al Magistrato Antonio Di Pietro.

Per ironia della sorte ora tocca proprio al Ministro Di Pietro (II°) applicare quella assurda norma, nella gestione dei Lavori Pubblici. E’ auspicabile che se ne renda conto, e si adoperi per abrogarla. Speriamo che questa volta non si limiti ad usare il naso del Poliziotto (come fece il Di Pietro I°): alla ricerca perpetua dei malfattori; che usi piuttosto la testa del Politico, per individuare e neutralizzare gli oggettivi strumenti finalizzati al Malaffare: le Leggi, appunto.

E’ altresì auspicabile che il Governo Prodi II° (il Riformatore) provveda a ripristinare, e con maggior rigore, il reato penale di “Abuso d’Ufficio”, da cui si genera l’Arroganza-menefreghismo-strapotere della Burocrazia, ed il simultaneo Sfascio del Paese.  E provveda a smantellare la miriade di Strutture parallele, a cominciare dal CIPE (Governo Parallelo), nate nella logica della spartizione del potere, scevre da ogni responsabilità, ed utilizzate per la spartizione della Torta. Potrebbe, in un colpo solo, sanare il Bilancio e salvare i Valori d’Italia.

 

- Impunità garantita

Grazie alla suddetta “provvidenziale” norma, ogni grosso appalto diventa una Tavola imbandita, verso cui confluisce un mare magnum (dal verbo magnare) di pubbliche risorse. L’appetito, si sa, è contagioso; la borsa della Spesa si fa sempre più capiente; ci sono soldi per tutti, per acquisire consensi e tacitare dissensi. E perciò, egregio Dottore, siete protesi verso gli appalti e ve ne fregate di tutto il resto, compresa l’attività estrattiva. Gestite la risorsa mineraria costituita dagli inerti fluviali in modo scellerato. Con il gioco prediletto delle Tre carte, la fate sparire quando può produrre Entrate e la fate riapparire per giustificare la Spesa: per appalti singolari e spreconi (v. torrente S. Nicola). Oppure continuate a negarne l’esistenza affinché continui a provocare danno alle opere e quindi a produrre nuovi appalti, per la loro ricostruzione (v. fiume Basento).

 

Insomma, siete attratti dal generoso Desco del pianeta Appalti. Sperate di accedere ad una piccola fetta, per progettazione – direzione – consulenza – assistenza – collaudo… Seguendo magari le orme lasciate dai vostri colleghi negli anni ’80-’90. Quando abbiamo visto buona parte della Burocrazia regionale (Ali Babà e i 40 Collaudatori) partecipare al citato banchetto da 500 miliardi di lire, consumato lungo i fiumi lucani. A dirigere e collaudare opere inutili e fasulle, ed anche opere fantasma. Ad assistere alla asportazione fraudolenta di milioni di metri cubi di materiale dagli alvei. Ed a percepire la loro lauta prebenda.

 

Dato il precedente, potete farlo tranquillamente. Sul piano giudiziario non avete nulla da temere. Dopo l’indifferenza dimostrata dalle varie Autorità Giudiziarie verso le mie denunce di questi dieci anni, ho la certezza documentale della loro totale insussistenza. Negli Atti della Corte dei Conti si legge che questa attività amministrativa folle, condotta con sperpero di risorse in odor di truffa (e vanificando entrate erariali) è una “legittima discrezionalità non sindacabile” (?); mentre il doppio pagamento di un lavoro appaltato (eseguito una sola volta, ma fatturato e collaudato due volte) viene definito una “sovrapposizione contabile”. (?) Lo stesso fatto - un furto da 7 miliardi di lire - denunciato alla Procura, finisce tra gli “Atti non costituenti notizia di reato”. (?) Lo Stato è come il pesce: quando va in decomposizione, comincia a puzzare dalla testa.

 

Va comunque detto che gli Inquirenti lucani sono troppo impegnati – a  rincorrere lenoni, prostitute d’alto bordo e mancati regnanti, e forse ad inseguire “le luci della ribalta” – per poter indagare sulla catena oscura ed infinita dei vostri Abusi d’ufficio.

 

Dunque, nessuno vi chiede conto delle madornali cavolate, e l’impunità vi è di fatto garantita. Non avete nulla da temere. Almeno fino a quando non torneranno a suonare le campane a vespro; fino a quando non torneranno a sfilare i Forconi nelle piazze. Per infilzare i burocrati balordi, i cialtroni intriganti lestofanti e utili idioti, annidati nei Palazzi del potere, gli affossatori dello Sviluppo, dell’Economia, della Giustizia e della Dignità in Terra lucana.

 

Su questo versante, è vero, i tempi non sono maturi. C’è molta indifferenza verso lo sperperare di risorse, che si è fatto e si continua a fare lungo i fiumi: soldi spesi senza alcun beneficio per il territorio e la comunità, ma ad esclusivo uso e consumo del Grande Malaffare Nazionale.

Nessuno ne parla. La gente va avanti coi paraocchi e non vede più in là del proprio naso, anzi, del proprio televisore. Non vede il nesso tra la sicurezza del territorio e la mancata pulizia degli alvei. Ma non solo. La Comunità soffre un’endemica carenza di fondi, per asili, ospedali, scuole, strade, servizi, famiglie, etc… Ma nessuno collega questa carenza con lo scialo di risorse negli appalti. Se li butti da una parte non li puoi trovare dall’altra.

C’è poi troppa sudditanza ed acquiescenza al vostro sistema criminoso, da parte dei colleghi Estrattori. C’è infine un tacito consenso da parte dei tanti servi giullari e galoppini, che ci campano e vanno a nozze con Mamma Regione. Nel restante bestiario lucano prevalgono gli struzzi e i pecoroni. Perciò, per adesso state tranquilli.

Ma tempo verrà…

 

Un’ultima cosa: so bene che non sei tu l’artefice di questo Disegno criminoso. Ti posso testimoniare che è nato negli anni ’80, cioè molto prima del tuo avvento alla dirigenza. Sappi inoltre, che ciò che accade in Basilicata è solo la punta dell’iceberg di un più ampio ed Oscuro Disegno Nazionale, la cui Cabina di regia è nel CIPE. Anzi nel suo retrobottega. Magari in combutta con qualche Retrobottega di Strasburgo.

Visto però che vi aderisci pienamente, vorrei capire se ne sei pure consapevole, oppure lo fai senza renderti conto, magari solo per devota e cieca obbedienza al “Regista” di turno. Perché ad esempio ti ostini caparbiamente a voler imporre quel tuo Piano di Tutela del cavolo, pur essendo in difformità al DPR 14.4.1993, in violazione della legge 37/94, ed in pieno contrasto con la legge 183/89?  Insomma, cosa sei: un irresponsabile Utilidiota… o un lucido Criminale ?

Ti saluto e ti auguro tutto il bene che meriti. Ed anche di più.

 

Da Fontamara, Gennaio 2007

nicolabonelli@fontamara.org  

Tricarico (MT) tel. 348.2601976

 

(**) Gli 11 Uffici regionali, che hanno collaborato alla redazione del “Piano”, e che ora sostituiscono in Basilicata il defunto Ufficio del Genio Civile, sono: - Ufficio Geologico e Attività Estrattive - Ufficio Ciclo dell’Acqua - Ufficio Compatibilità Ambientale - Ufficio Foreste e Tutela del Territorio - Ufficio Prevenzione e Controllo Ambientale - Ufficio Tutela della Natura - Ufficio Urbanistica e Tutela del Paesaggio - Ufficio Difesa del Suolo - Ufficio Infrastrutture e Difesa del Suolo sede di Matera - Autorità di Bacino della Basilicata - Coordinamento Regionale del Corpo Forestale dello Stato. Abbiamo una grande forza pianificatrice e… di Tutela.

Beata Basilicata! Isola felice e miracolata. Negli ultimi dieci anni hai goduto del perpetuo miracolo della Moltiplicazione dei pani e delle Poltrone. Amen!

 

 

 
                                                                                                     (Fontamara)