Manfrine degli “Ambientalisti”

(erosione fasulla della costa)

 

1. Le Manfrine

Da perfetti fiancheggiatori del Partito degli Appalti sono degli agguerriti sostenitori della politica dell’incuria e dell’abbandono. A partire dagli anni settanta, hanno condotto una campagna di stampa contro l’escavazione in alveo: una vera e propria guerra fatta di proclami fasulli e pieni di menzogne, amplificati dalla stampa e di grande effetto sull’opinione pubblica, come ”l’abbassamento degli alvei” e “l’erosione della costa”. Vanno sostenendo che “il fiume deve evolvere secondo natura", senza rendersi conto che, perché ciò avvenga, bisognerebbe tornare alle origini: sgomberare la pianura dalle “cose umane”, restituirla al Fiume, suo padre naturale appunto, e ritornare in montagna.

Con una tecnica fuorviante, riescono a distogliere l’attenzione della gente da un problema di pubblico interesse (il governo idraulico dei fiumi appunto), ed a pilotarla contro l’interesse privato: screditando e demonizzando una categoria di imprenditori.

Secondo François de la Rochefoucauld, “ci sono menzogne così ben camuffate, che giocano con tanta naturalezza il ruolo della verità, che il non lasciarsi ingannare equivarrebbe a mancanza di giudizio”. Ormai, la convinzione che l’escavazione in alveo danneggi l’ambiente è talmente radicata nell’immaginario collettivo, che è difficile persino parlarne. Chi osa mettere in discussione questa Madornalità rischia di passare per pazzo.

L'oggetto di tanto accanimento è il materiale litoide giacente nei corsi d'acqua. Materiale che si trova lì – non dal giorno della Creazione come in tanti credono – ma perché portatovi dalle più recenti piene alluvionali. La pioggia dilava i versanti, scioglie la terra, la trascina a valle e la deposita nel fiume. Sono i cosiddetti detriti, che, odiati e scongiurati durante le alluvioni, diventano subito dopo “sacri e intoccabili”.

Oltretutto, gli inerti fluviali sono una grande risorsa mineraria e potrebbero costituire una notevole Entrata erariale. Ma “non si devono toccare”. Comunque, al di là delle mille mistificazioni “ambientali”, la foto “fiume Adda a Rivolta” riassume alcuni dei veri termini di questa diatriba nazionale sulla “escavazione in alveo”. Vi si nota la simultanea presenza di un enorme accumulo di materiale in alveo, di proprietà dello Stato, ed a pochi metri, di fianco, una Cava fuori alveo, di proprietà privata. Per il primo vige il “divieto di prelievo”, la seconda può invece prelevare quello che vuole, ed ha campo libero sul mercato, grazie agli Impostori che riescono a “bloccare le vendite” del concorrente Stato. Nel frattempo, proprio quel cumulo in alveo rappresenta la causa, potenziale ma certa, delle prossime esondazioni dell’Adda.

Con l’accumularsi e lo stratificarsi dell’apporto alluvionale, gli alvei si ostruiscono, si innalzano, diventano pensili e i fiumi straripano. Le alluvioni, sempre più ricorrenti, sommergono qualsiasi forma di vita animale, vegetale e industriale. A volte l’alveo è talmente ostruito, che il fiume cambia corso (è accaduto diverse volte in Pianura Padana, e di recente anche in Sardegna); distrugge agricoltura ed insediamenti; riduce le pianure fluviali in un mare di detriti.

Tutto questo accade sotto gli occhi di tutti – e provoca ogni volta disastro e morte – ma gli ambientalisti continuano, con folle ed incredibile cinismo, a negare l’evidenza, a raccontare menzogne, a travisare la realtà, a gettare fango su una categoria di imprenditori, a manipolare le coscienze… ad opporsi alla bonifica e regimazione degli alvei.

Si è bello e capito. Il vero obiettivo di costoro non è la tutela dell’Ambiente, ma la gestione del Territorio: aree protette e parchi fluviali. Per realizzarne ancora, “bisogna” liberare altro territorio. Quale miglior sistema, se non la politica dell’abbandono dei fiumi: prima o poi avviene il disastro, il fiume cambia corso, e la fascia di territorio abbandonato è libero, demanializzato e messo a loro disposizione. Tutto secondo legge. Gli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 37/94 assecondano questo obiettivo: stravolgono gli articoli 941, 942, 943, 945, 946 e 947 del codice civile, sulle accessioni fluviali, e mirano alla statalizzazione della proprietà privata. Nemmeno la mente di Stalin avrebbe partorito norme simili.  

Il nuovo “filone” si chiama ”Aree d’esondazione” (o Casse d’espansione). Ne sono previste lungo tutti fiumi (nei piani delle Autorità di Bacino). Costeranno miliardi di euro. Sottrarranno milioni di ettari di prezioso suolo all’agricoltura e ad altre attività, che producono reddito, occupazione e tasse. Ma consentiranno di organizzare parchi, oasi, aree protette. Dove tutti potremo andarci in ricreazione. A spese di Pantalone, naturalmente.

Fatte salve le tante persone in buona fede, che militano nel Movimento ambientalista, coloro che assecondano e sostengono questa folle politica sono dei Marpioni in tuta mimetica: anche un po’ matti. Dio ce ne scampi e liberi.

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2. La fantomatica “erosione della costa”

L’argomento più usato, per contrastare l’escavazione in alveo, è la cosiddetta “erosione della costa”. Fenomeno che, secondo gli “ambientalisti”, sarebbe in atto lungo tutte le coste della penisola. L’estrazione in alveo va assolutamente vietata, si sente dire, perché sottrae il materiale necessario al ripascimento delle spiagge (come togliere la biada ai cavalli ?). E’ l’argomento usato anche in Basilicata dai vari “tutori” nostrani dell’ambiente, in “difesa” della costa jonica. Salvo poi ad incontrare alcune delle stesse persone, che – sotto l’egida dell’orsacchiotto e della paperella – avallano l’asportazione di 7 milioni di mc. dall’alveo del fiume Basento (in un appalto da 113 miliardi di v. l., nel periodo della grande abbuffata di Fondi FIO degli anni ’86-‘90).

Al di là degli allarmismi “ambientali” (e strumentali), che parlano di erosione, i dati ufficiali dell'Annuario Statistico Italiano (ISTAT) dimostrano esattamente il contrario. Risulta infatti che la superficie del territorio nazionale è andata aumentando, dal 1951 in poi, secondo i seguenti valori di incremento progressivo: 163 Kmq nel 1960; 196 nel '70; 208 nell'80; 246 nel '90; 278 kmq nel 1994, passando dai 301.055 del 1951 agli attuali 301.333 Kmq.. Quindi, a meno che non abbiamo occupato un po’ di Francia o di Svizzera, questo “dilatarsi” dello Stivale si può spiegare solo con un generale avanzamento della linea di costa, e non certo con il suo arretramento.

Per capire meglio il fenomeno (quello vero), descrivo nel dettaglio ciò che accade lungo il tratto lucano della costa jonica. Essa in realtà è in continua ed accertata progressione: è avanzata di 2.000 metri in 2.500 anni (v. Studio di Schmiedt e Chevallier, 1959), con un forte incremento del fenomeno negli ultimi 60 anni (v. mappe dell’Ufficio Tecnico Erariale). Dall’impianto (1920) del Catasto in poi, la linea di costa lucana – esclusi i tratti relativi ai delta fluviali – è avanzata in media di 150 metri; e più esattamente: di 40 m. a Metaponto, 180 a Scanzano, 350 a Policoro, 300 metri a Nova Siri. Dati confermati da rilievi topografici, confrontati con le mappe IGM del 1949.

La fascia jonica, si sa, è una pianura di origine alluvionale, che si è formata e cresciuta grazie al millenario apporto solido dei 4 fiumi lucani del versante jonico: Agri, Basento, Bradano e Sinni. Una corretta valutazione del processo evolutivo di un litorale richiede l’esame contestuale di lunghi tratti di costa (osservandone l’evoluzione per lunghi periodi) ed occorre inoltre tenere ben presente i due distinti momenti del processo stesso: accumulo del materiale trasportato dalle piene nella zona del delta fluviale, in una prima fase; distribuzione di quello stesso materiale su lunghi tratti di costa, per l’effetto di onde e correnti marine, verso un modellamento uniforme e lineare del litorale, in una seconda fase. 

A causa delle numerose dighe, sorte in questi ultimi 40 anni (almeno due per ognuno dei suddetti 4 fiumi), l’apporto solido si è ridotto notevolmente, e quindi si è praticamente arrestata la fase di accumulo presso le foci. Ma la fase di distribuzione, che evidentemente richiede tempi lunghi, è ancora in atto. Per cui sono tuttora riscontrabili entrambi i due contrapposti fenomeni: erosione, presso i delta fluviali, e progressione, lungo i tratti intermedi tra una foce e l’altra. E’ chiaro che questa seconda fase continuerà – verso una relativa (ed auspicabile) stabilizzazione della linea di costa – fino a quando non saranno eliminate le residue prominenze, ancora esistenti in prossimità delle foci.

Il descritto smussamento dei delta fluviali – che, ripeto, è una fase del processo di modellamento della linea del litorale jonico – viene invece strumentalmente scambiato per erosione. Come ad esempio sta facendo l’ENEA della Trisaia, che proprio alla foce del Sinni ha installato una condotta di scarico che si inoltra nel mare jonio.

A tal proposito, trascrivo testualmente quanto è riportato in uno “Studio” del 1998, condotto dalla Facoltà d’ingegneria dell’Università della Basilicata (G. Spilotro ed altri). A pag. 17 c’è scritto: “Uno studio più recente, sempre relativo alla foce del fiume Sinni è stato condotto da alcuni ricercatori dell’ENEA (B.Anselmi ed altri, 1986). I profili batimetrici ricavati nell’ambito del predetto studio, tracciati lungo la condotta di scarico dei rifiuti radioattivi, hanno mostrato come la tendenza all’arretramento sia iniziata già nel 1970,…” Di fronte ad una tale sconcertante Enormità, mi chiedo di cosa dovremmo, noi lucani, preoccuparci di più: del fatto che la cosiddetta “erosione” possa far franare quella maledetta condotta, oppure che l’ENEA della Trisaia continui a scaricare a mare i suoi veleni radioattivi ?. Ed infine mi chiedo: come mai si protesta tanto per le scorie che stanno per arrivare, e non si dice niente per quelle che, tramite quella condotta, ci avvelenano da anni?.

E così si ingigantisce il falso problema della costa, ma si ignora quello che è il vero e reale problema in Basilicata: l’accelerato processo di erosione del suolo – diffusissimo su rilievi e versanti, ed in forte incremento negli ultimi anni – che rende sempre più “pendulo” lo “sfasciume” lucano.

Tornando al fiume Po, c’è da dire inoltre che quella parte di apporto solido che va a depositarsi in riva al mare: da una parte allunga lo sviluppo planimetrico del corso d’acqua, con ripercussione sull’andamento altimetrico (riduzione delle pendenze ed incremento del processo di sedimentazione); dall’altra provoca l’interramento dei fondali, sia del tratto terminale del fiume che di quello marino, con ripercussione sulla navigazione.

Nell’agosto ’93 l’ing. Mario Zaniboni scriveva: “Il Po, per esempio, dai tempi dell’impero romano si è addentrato nell’Adriatico per parecchi chilometri (oltre 50); considerato che questo mare, alla latitudine del Po, è largo poco più di 200 chilometri e che la sua profondità massima è di 40 metri, si può anche temere, a distanza di tempo, per il suo futuro e per quello dei porti di Venezia e di Trieste”.

A causa dell’accentuato interramento dei fondali è ormai impossibile ripristinare l’originario tirante d’acqua di 3-4 metri (il minimo indispensabile per assicurare il transito di navi fluviali marittime). Le Regioni Emilia Romagna e Veneto spendono ogni anno decine di milioni di euro per il dragaggio dei fondali (col sistema degli appalti, naturalmente), per mantenere la residua e precaria efficienza del Sistema Idroviario Padano Veneto. Altro che erosione della costa, ripascimento delle spiagge e tutte le Balle inventate, su commissione, dalla Subcultura italiana.

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