Rassegna stampa:

 

La Corruzione della Repubblica Italiana

 

Spunti di riflessione su un fenomeno in evoluzione:

“Mani pulite” è solo un ricordo; Tangentopoli vegeta e prospera; Il Paese si sfascia e s’impoverisce.

 

Ogni giorno la cronaca giudiziaria ci informa di “appalti truccati” e di “gare pilotate”; ci parla di Corruttori e di Corrotti: di ogni genere e professione; di ogni schieramento politico; di dentro e fuori le istituzioni; da Nord a Sud del Belpaese.

 

Durante la prima Repubblica è nato il Comitato Trasversale del Malaffare. Che nel corso della seconda è cresciuto e si è organizzato. Gestisce allegramente immense risorse pubbliche; si muove con “Direttive europee”; crea strutture amministrative parallele; si dota di nuove leggi nazionali; si rafforza e si perfeziona; è diventato un Sistema; che ormai opera “nel rispetto della legge”. Per adesso non c’è nessuno che voglia fermarlo. Nella terza repubblica, poi si vedrà…

 

I Politici non hanno tempo: sono presi dalla loro stessa esistenza; devono garantirsi presenza, consenso, sussistenza ed anche “la pensione”. E devono procurarsi i finanziamenti occulti, “necessari alla politica”, attraverso questo “Sistema”.

 

A distanza di un quarto di secolo, risuona attualissimo l’allarme lanciato nel lontano 1981 da Enrico Berlinguer sulla questione morale: “I Partiti di oggi non fanno più politica… Sono soprattutto macchine di potere e di clientela… Gestiscono interessi, i più disparati… talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune…” Ed ancora: “La questione morale non si esaurisce scovando ed arrestando dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione… La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di soffocare in una palude”.

 

I Partiti di oggi (2007) fanno anche di peggio: la democrazia si è perfettamente "impaludata", e sta emanando l’ultimo respiro.

 

Antonio Di Pietro continua ad agitare la spada degli ormai improbabili “Valori” d’Italia, ed a inveire contro i malfattori, ma nel frattempo il suo dicastero, nel gestire gli appalti pubblici, usa le stesse leggi che produssero quella “Dazione Ambientale” da lui stesso scoperchiata negli anni 80-90; leggi ancora più perfezionate per lo stesso scopo. – Leggi che consentono, stimolano e impongono il Malaffare. – Leggi che riducono la trasparenza, ed aumentano la discrezionalità di chi amministra. – Leggi che mortificano la competitività soggettiva e la capacità organizzativa delle imprese. – Leggi che vanificano la libera concorrenza e promuovono la formazione dei Clan di appartenenza: A.T.I., Consorzi di imprese e consorterie varie. – Leggi che consentono il perpetrarsi all’infinito dell’abuso d’ufficio, che peraltro non è più reato, e forniscono impunità e strapotere a chi amministra. – Leggi che non tutelano più il bene pubblico, il cui furto non è più perseguibile d’ufficio ma solo su querela di parte: cioè querela dello stesso amministratore che ha la responsabilità del bene e che magari ne “gestisce” l’indebita appropriazione. Leggi immorali e mistificatorie, sempre più adatte per consentire l’allegra gestione delle risorse e la spartizione della torta Italia…

La corruzione di una Repubblica nasce dalla proliferazione delle leggi” (Tacito)

 

La Giustizia, per scarsità di mezzi e processi arretrati, è assai malandata, …ed anche resa un po’ impotente dalle leggi di cui sopra. In Basilicata, poi, gli inquirenti sono troppo impegnati ad indagarsi tra loro, o ad inseguire massoni e fantasmi, lenoni e vallette; richiamati forse dalle luci della ribalta, sono in perpetuo “abuso di fatti privati” in atti d’ufficio; fregandosene, però, altamente delle migliaia di reati commessi dal Comitato Trasversale del Malaffare. Il tutto avviene, naturalmente, sotto la copertura garantita dall’Organo di autogoverno; così come sostiene Domenico Longo nel suo interessante pamphlet, dal titolo: “C.S.M. - Comitato di Sostegno ai Magistrati” edito da “L’altra Voce” (tel 0824 97 16 80; fax 0824 06 01 01)

 (www.vergogna-italiana.org/libroinchiesta.htm)

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Segue una raccolta di articoli di stampa degli ultimi 25 anni, raccolta sintomatica del fenomeno in evoluzione: - consigli e moniti rimasti inascoltati; - concussione e corruzione legislative; - gestione scellerata del territorio; - il gioco amministrativo delle “Tre carte”; - operazioni spartitorie degli anni 80-90; - abusi, raggiri e carognate amministrative; - l’uso privato delle pubbliche risorse; - il sopravvento dei topi.

 

Attenzione: ho voluto inserire e chiudere la rassegna con il seguente  Articolo 21,  anche se non tratta  gli argomenti sopra elencati (alluvioni, appalti, detriti e tangenti) perché lo scenario dei rifiuti in Campania, descritto dallo scrittore  Erri De Luca (2007), richiama alla mente il monito lanciato da Carlo Maria Martini (1992). Articolo 1

La “palude” istituzionale che “soffoca la democrazia” – paventata da Enrico Berlinguer nella sua “Questione morale” (1981) Articolo Zerosi è già realizzata.

Ma di questo passo di manfrina in manfrina, di consulenza in consulenza, di emergenza in emergenza, di affare in malaffare – alla fine, il tutto (istituzioni comprese) si ridurrà in una montagna di monnezza. Ci sarà insomma un’immane catastrofe, sotto la quale finiremo schiacciati Tutti, così come paventava il cardinale Martini nel 1992, …e i topi avranno il sopravvento.

 

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Sommario, in ordine cronologico inverso:

 

Articolo 21Alla fine i topi avranno il sopravvento:

quando il tutto sarà ridotto in monnezza

               Dal Corriere della Sera del 23.05.2007 – di Erri De Luca

 

Articolo 20Truffe miliardarie lungo i fiumi: la Parte lesa,

la Parte danneggiata, la Giustizia malandata:

               Dal settimanale “Il Resto” del 12.05.2007 – di Nicola Piccenna

 

Articolo 19 L’uso privato di risorse pubbliche:

                        Belze-Bubbico sulla Via della Seta

         Dal Corriere della Sera del 26 aprile 2007– di Carlo Vulpio

 

Articolo 18Ombre sull’Italia:

                        intervista al pm Luigi De Magistris

         Da “l’Unità” del 1 aprile 2007– di Sandra Amurri

 

Articolo 17 Il PIZZO Nazionale (negli appalti):

                        prima causa d’impoverimento del Paese

         Dal settimanale “Il Resto” del 31 marzo 2007di Nicola Bonelli

 

Articolo 16Un fiume di soldi sperperati per sistemare il Basento:

il rischio alluvioni in aumento nel Metapontino

         Da “la Nuova Basilicata” del 28 febbraio 2006 – di Giuseppe Cariglia

 

Articolo 15Sistemazioni-rapina del 2003-05 nei fiumi di Basilicata:

                        interventi ad hoc per “sistemare” il pubblico denaro

         Da “Giornale della Sera” del 2 settembre 2005 – di Nicola Bonelli

 

Articolo 14Gestione scellerata del territorio:

                   aumenta il rischio idraulico in Pianura Padana

               Dalla “Gazzetta di Sondrio.it” del 30 ottobre 2004 – di Nicola Bonelli

 

Articolo 13Le stramberie del WWF Italia

         Da “La Voce di Mantova” del 16 aprile 2004 - di Nicola Bonelli

 

Articolo 12Le Beffe della Protezione Civile

         Circolare ufficiale dell’agosto 2003.a Ministeri, Prefetture ecc.

 

Articolo 11Alluvioni e fiumi in secca:

                        due aspetti dello stesso problema

         Da “Quarry & Construction” dell’agosto 2003 – di Nicola Bonelli

 

Articolo 10Rischio fiumi: Bertolaso lancia l’allarme

         Da “La Stampa” del 23 luglio 2003 – di Fabio Poletti

 

Articolo 9Alluvione 2000: interventi di somma urgenza;

Appalti e Tangenti in “trattativa privata”

         Da “La Stampa” del 12 giugno 2003 – di Lodovico Poletto

 

Articolo 8Sistemazioni-fantasma del 1988-90 in Basilicata:

                        grandi Operazioni spartitorie

         Da “la Nuova Basilicata” dell’1 aprile 2000 – di Nicola Bonelli

 

Articolo 7 Una carognata amministrativa regionale:

                        al fine di soffocare la legalità

                   Da “La Nuova Basilicata” del 24 febbraio 1999 – di Nicola Bonelli

 

Articolo 6Alluvioni ’94: “ricompaiono” i detriti in alveo;

                        se ne appalta la rimozione di milioni di metri cubi

          Da “La Stampa” del 5 novembre 1995 – di V. Tess.

 

Articolo 5Alluvioni ‘94: gli alvei ostruiti e i fiumi esondano,

“ma non ci sono detriti in alveo”

          Dal “Giornale” del 10 maggio 1995 – di Vittorio Mathieu

 

Articolo 4Alluvioni devastanti del 1994: un grido di protesta

da parte dei sindaci “Quegli Uffici sono da sopprimere”

          Da “il Giornale” della fine 1994 – di Beppe Gualazzini

 

Articolo 3Un grido d’allarme da parte delle imprese:

“Concussione-corruzione legislativa”

        Da “il Giornale” del 20 maggio 1992 – della Redazione

 

Articolo 2Un autorevole suggerimento rimasto inascoltato:

“Appalti, 7 Regole per la trasparenza”      

          Da  “il Giornale” del 13 maggio 1992 – di Lorenzo Acquarone

 

Articolo 1Un monito per restaurare la legalità violata: “…C’è solo

           da darsi da fare perchè la catastrofe non ci schiacci tutti…”:  

                    Da “Avvenire” del 10 maggio 1992 – di Carlo Maria Martini

 

Articolo Zero – La Questione morale – di Enrico Berlinguer - 1981

 

 

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Articolo 21Alla fine i topi avranno il sopravvento:

quando il tutto sarà ridotto in monnezza

Dal Corriere della Sera del 23.05.2007 – articolo di Erri De Luca

 

II banchetto dei topi e lo spettro dell'epidemia. I fuochi placano la paura.

E la politica non c'è. Quanta pazienza deve avere un cittadino per trattenersi dallo scendere in strada e dare fuoco al tanfo irrespirabile?

Ardono fuochi, ma non di guerriglia. Per le strade di Napoli cento fiamme consumano gli avanzi, lasciati in strada privi di raccolta. Certo è una mossa fuorilegge appiccare fuoco in luogo pubblico, ma sotto le tutele di quale legge sta chi si ritrova da giorni sotto casa un cumulo di resti the marciscono, i topi the banchettano, lo spettro dell'epidemia col primo caldo estivo? Quanta pazienza è chiesta a un cittadino, quanta mansuetudine deve avere per trattenersi dallo scendere in strada e dare fuoco al tanfo irrespirabile? E’ istintivo e legittimo il bisogno di purificare con le fiamme il cadavere impuro della merce che sfiata la sua decomposizione sotto la finestra davanti al portone. Meglio il fuoco, meglio i pompieri, i loro idranti che placano per un poco la peste apparecchiata. Napoli è stata l'ultima città d'Europa ad avere un'epidemia di colera, nel 1873.

I cento fuochi della città esalano il suo abbandono, mentre la Campania rifiuta i suoi rifiuti.

Ne ha diritto. Nessuno ti può imporre a domicilio la spazzatura altrui. Nessun potere può costringerti a discarica. Ma è possibile che non si possa rendere uno stoccaggio di rifiuti urbani sicuro e desiderabile come un casinò? Per esempio: offrire in cambio dell'ospitalità un'esenzione parziale delle tasse, una decurtazione della bolletta energetica, un ospedale, un impianto sportivo, perfino un casinò. Si deve imporre la spazzatura? Non la si può invece offrire con incentivi e garanzie? Una discarica ben corredata di vantaggi non sarebbe all'improvviso una leccornia?

Il Sud non si fida di nessuna promessa, di nessun dirò, farò. Sa per esperienza da che feudalesimo politico è governato. E’ Sud di sudditanza, non di cittadinanza. E gli si vuole imporre una schifezza da subire e basta? Nei fuochi di Napoli e nei blocchi furiosi ma civili dei piccoli comuni minacciati, ci sono due ragioni e un solo torto. Quello di Stato che agisce per decreti, per catene di comando che ignorano l'arte della persuasione e della contrattazione. Prima di imporre: offrire. Prima di decidere: consultare. Prima di scavare discariche: sanare il territorio e metterlo in sicurezza dalla dispersione di residui tossici. Dov’è finita la politica in questo Paese? Quando si è persa l'intelligenza di chi per professione sapeva mediare e dividere? I governanti sempre più spesso si urtano contro una opposizione unanime di popolo, dalla Val di Susa in giù. Questo dipende da un’imbecillità di comando politico, non certo dalla sana e sacrosanta dinamica sociale di chi contrasta con ragioni da vendere. Proprio la Val di Susa è un capolavoro di arroganza da una parte e di passione civile dall'altra.

Ci si lamenta che la politica sia diventata una casta di privilegiati. Ben venga la casta e i privilegi, se ha il merito dell'intelligenza e della competenza indispensabile. Che importa se il nostro personale pubblico è il più pagato d'Europa, se le auto blu scorrazzano le amanti? Purché facciano bene il mestiere per il quale sono pagati. Ma no: essi, gli impoltronati pubblici, sono la più approssimativa classe dirigente mai apparsa finora in Italia. Incapaci di intendere e volere la parola politica.

Certo l'Italia democristiana produceva meno rifiuti. Eduardo in una sua commedia usciva di casa con un pacchettino legato al dito dicendo: questa é tutta la spazzatura». Altra Italia, viaggiava per emigrazione, non per turismo. Progettava, pensando al Sud come questione meridionale. Oggi, ogni minima faccenda, come quella dei rifiuti, è elevata a rango di emergenza. Oggi la parola emergenza sta a giustificare ogni fallimento di programmazione e previsione. Politica, addio.

Quanto tempo questo Paese deve rimpiangere una classe capace di governo?

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Nota. Di questo passo – di manfrina in manfrina, di consulenza in consulenza, di malaffare in malaffare, di emergenza in emergenza – alla fine i Topi avranno il sopravvento su tutto, e non solo in Campania. Quando il tutto sarà ridotto in monnezza, naturalmente.

 

 

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Articolo 20 – Truffe miliardarie lungo i fiumi:

La Parte lesa, la Parte danneggiata e la Giustizia malandata

Dal settimanale “Il Resto” del 12 maggio 2007 – articolo di Nicola Piccenna

 

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire… e peggior cieco di chi non vuol vedere. Per i magistrati che lavorano nelle Procure della Repubblica, invece, non è questione di volere ma di potere. Essi possono anche non vedere e non sentire, ignorare o sottovalutare le ipotesi di reato sottoposte alla loro “conoscenza”, ma ne devono (prima o poi) rendere conto. È infatti nel solco del dettato costituzionale che il Codice di Procedura Penale stabilisce l'obbligo dell'iscrizione “nell'apposito registro” di ogni notizia (ipotesi) di reato che giunga alle orecchie del Procuratore della Repubblica, dei suoi sostituti e, finanche, di qualsivoglia agente che svolge ruoli di Polizia Giudiziaria. E se non fosse ancora sufficientemen-te chiaro, interviene il Codice Penale a stabilire le sanzioni per quel magistrato che, avendone notizia, non impedisce oppure non persegue un reato.

Fin qui tutto chiaro, troppo chiaro. Al punto che gli innumerevoli casi di inerzia, negligenza e neghittosità, capitati presso l’Autorità Giudiziaria di Matera, suscitano alquanto stupore. Qui sovente si assiste, a seconda dei casi, ad archiviazioni alquanto sbrigative e sconcertanti, oppure al protrarsi per anni di un procedimento, ben oltre la chiusura formale delle indagini stesse, senza dar corso all'azione penale. Ed accade tutto questo senza che la cosa scandalizzi o turbi alcuno. Senza che nemmeno i magistrati più solerti abbiano a dolersene.

Ma il tutto con un limite, un piccolo e semplice stop: finché qualcuno non segnali la cosa. Attribuendo, così, al fatto la nuova “dignità” di notizia di reato e riportando il ragionamento al punto di partenza. Ed è ciò che è emerso per alcune delle vicende segnalate alla Procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta “Toghe Lucane”: magistrati lucani che si sottraggono al loro dovere, e trasformano l'obbligo dell'azione penale, in un libero arbitrio. Come è accaduto nel seguente caso: a dir poco singolare.

In data 6 marzo 2000, Nicola Bonelli da Tricarico invia una denuncia-esposto, con oggetto “Le sistemazioni idrauliche fantasma della Regione Basilicata”, alle varie autorità competenti: Procura della Repubblica di Matera, Comando Regione CC di Basilicata, Procura regionale della Corte dei Conti, Ministro dell’Ambiente, Presidente della Giunta regionale ed agli organi di stampa; esposto in cui descrive due “sistemazioni fluviali” da 7,5 miliardi di lire ciascuna, appaltate nel tratto di fiume Basento tra Campomaggiore e Salandra. Il Bonelli sostiene che di quelle due sistemazioni ne era stata realizzata soltanto una; la quale era stata collaudata due volte: da due diverse commissioni collaudatrici; e che quindi erano state pagate entrambe le sistemazioni appaltate; pur essendone stata realizzata, ripeto, soltanto una. In pratica si è pagato due volte per lo stesso lavoro. Sette miliardi e passa di lire in più del dovuto. L'ipotesi di reato è chiara: associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico, falso in atti materiali, abuso d'ufficio ed altre amenità similari. Le reazioni dei vari destinatari della suddetta denuncia furono le seguenti.  

 

1) – In data 1 aprile 2000 “la Nuova Basilicata” pubblica integralmente la denuncia di Bonelli, occupando un’intera pagina e dando risalto alla notizia. Ne riporto testualmente un passaggio significativo dell’articolo: “In pratica entrambi i lavori appaltati -per sistemare 25 chilometri di fiume- furono collaudati utilizzando due volte quei 5 chilometri realizzati. A quanto pare, gli unici ad essere veramente sistemati furono i 15 miliardi di lire.”

 

2) – In data 7 marzo 2000 la stessa denuncia viene registrata  presso la Procura di Matera tra gli “Atti non costituenti notizia di reato” (?). E in data 16 marzo (9 giorni dopo), evidentemente senza fare alcuna indagine, il PM Dr Giovanni Leonardi, “non ravvisando alcun danno all'ambiente”, dispone per “l’archiviazione” (procedimento n. 250/2000/45). Ho provato a rileggere quattro volte l'esposto di Bonelli: nessun riferimento (neanche implicito) a danni ambientali. Perché il Dr. Leonardi invece di indagare sui 7 miliardi pagati impropriamente si concentra su fantomatici danni ambientali? Probabilmente, trattandosi di “sistemazioni fantasma”, avrà pensato che non possono aver causato alcun danno concreto. Giustamente (???)

 

3) – Sulla stessa denuncia e per disposizione del Comando regionale dei carabinieri, la Compagnia CC di Tricarico svolge la sua indagine e con nota Nr. 64/61-3 del 29.08.2000, comunica alla Procura di Matera: “in data 7 agosto 2000 perveniva l'esposto-denuncia a firma del sig. Bonelli Nicola, il quale denunciava illeciti penali circa lavori di sistemazioni idrauliche relativi al fiume Basento nel tratto compreso tra Campomaggiore e Salandra. Il denunciante, convocato presso questi uffici, confermava quanto denunciato ed in particolare evidenziava la discrepanza di spesa tra i lavori collaudati ed i lavori effettivamente eseguiti”. La nota dei carabinieri si concludeva: “alla luce di quanto sopra, al fine di poter accertare eventuali illeciti, si prega codesta A. G. di voler vagliare la possibilità di nominare un perito-consulente in grado di poter meglio lumeggiare in ordine alle vicende denunciate”. La nota dei CC genera presso la Procura il procedimento n. 1051/2000/45 del 5.09.2000, ad opera del PM, D.ssa Rosanna M. Defraia. La quale, forse perchè “lumeggiata” da luce propria, senza nominare consulenti e senza fornire alcuna motivazione, in data 13.09.2000 dispone per l’archiviazione.

 

4) – presso la Corte dei Conti, la denuncia-esposto di Nicola Bonelli finisce nel Procedimento n. 90/2000. L’inchiesta dura quattro anni e passa di mano in mano dei tre Procuratori Regionali avvicendatisi nello stesso periodo: nel 2000 il Dr. Alberto Avoli apre l’inchiesta; nel gennaio 2001 il Dr Agostino Basta conferisce l’incarico di consulente tecnico all’Ing. Vincenzo Caracciolo, del Corpo Forestale dello Stato, il quale accetta l’incarico e presta giuramento. Ma poi, nel settembre 2001 - chi sa per quale ignoto motivo - cede l’incarico al collega Ing. Giuseppe Zinnari, non per decisione della Procura ma per designazione della direzione generale del Corpo Forestale. (???) Nel gennaio 2002 Zinnari presenta la sua Relazione. Nella quale liquida la faccenda del doppio pagamento della sistemazione idraulica nel fiume Basento (2 x 7,5 miliardi di lire), definendola una semplice e banale “sovrapposizione contabile”. (???) Passano altri due anni, durante i quali il Dr Basta “passa la palla” al Procuratore Dr Michele Oricchio. Il quale, sposando in pieno la tesi dell’ing. Zinnari, nel marzo 2004 dispone per l’archiviazione. Quanto alla critica del Bonelli circa la “folle politica regionale sulla manutenzione dei corsi d’acqua”, politica che secondo lo stesso Bonelli, “provoca immensi danni erariali”, il Dr Oricchio dichiara: “ la scelta regionale di procedere a costose opere di sistemazione idraulica – anziché ottenere lo stesso risultato attraverso il periodico prelievo di materiali inerti – è una discrezionalità amministrativa non sindacabile”. Afferma il Bonelli: “Evidentemente al buon Oricchio dei danni erariali  non gliene frega niente. E allora viene da chiedersi: ma a quali conti guarda questa Corte dei Conti?”.

 

5) – In data 7 giugno 2000 l’allora Vice Presidente della Giunta Regionale, Dr Vito De Filippo, querela il Bonelli per diffamazione: per “aver falsamente denunciato insussistenti illeciti”, procurando “una evidente lesione all’onore ed alla reputazione dell’Ente Regione”. Ed afferma tutto questo, dopo aver sentito elusivamente, gli stessi uffici coinvolti nell’appalto, direzione e collaudo dei lavori in questione. I quali uffici, molto disinvoltamente, riferendosi alla denuncia, dichiaravano: “è del tutto falso quanto in essa riportato”. In pratica, è come chiedere al ladro se è vero che ha rubato.

A seguito di questa querela, presso è in corso la Procura di Matera il procedimento n. 2082/00: avviato dal PM Dr Raffaele Miele il 23/08/2000; concluso dalla D.ssa Paola Morelli il 23 settembre 2003, con rinvio a giudizio del Bonelli.

A tutt’oggi, di rinvio in rinvio, il dibattimento su quest’ultimo procedimento non è ancora iniziato. Dice Bonelli: “Dopo sette anni dalla querela, sono tuttora in (fiduciosa) attesa di giudizio per poter illustrare, sillabario alla mano, i particolari della famigerata truffa da 7,5 miliardi di lire, commessa a danno della Comunità lucana. Sono particolari di grossolana evidenza che però sono sfuggiti a tutti gli Inquirenti sopra elencati. La prossima udienza è stabilita per il giorno 10 ottobre 2007. Spero nella presenza del Presidente Vito De Filippo (la cosiddetta parte lesa) e di quanti cittadini lucani  vorranno assistervi (la parte danneggiata), per conoscere e capire. Avrò modo di spiegare la prassi regionale di rapine e truffe commesse lungo i fiumi. Prassi che ha consentito, con il descritto sistema: fai un lavoro, te ne pago due, di sistemare 500 miliardi di lire negli anni 86-90. Prassi che si giova e non poco della legittima discrezionalità amministrativa, decretata dal Procuratore Dr Michele Oricchio della Corte dei Conti. Prassi consolidata e tuttora in funzione (1), grazie anche e soprattutto ad una Giustizia distratta, cieca e malandata. Che sta per “andata a male”: come il pane con la muffa, il vino diventato aceto, il pesce che puzza. Roba da buttare, insomma.”

 

Nota (1) Ad esempio: le due recenti Sistemazioni-rapina nel torrente S. Nicola di Nova Siri, da 900.000 euro, su cui sta indagando (si fa per dire) la Corte dei Conti.

 

 

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Articolo 19 – L’uso privato dei Fondi pubblici:

Belze-Bubbico sulla Via della seta

Dal Corriere della Sera del 26 aprile 2007 – articolo di Carlo Vulpio:

 

L’ex governatore Filippo Bubbico e il caso dei 20 miliardi di lire, destinati a un allevamento di bachi da seta mai decollato.

La Via della seta, in Basilicata, è una magia che trasforma gelseti incolti e fantomatici allevamenti di bachi da seta in soldini veri. Pazienza se poi le magie riescono sempre a metà e come vedremo, pur non essendo mai stato prodotto un filo di seta, pura o mista, i soldini (fondi UE per 20 miliardi di vecchie lire) sono stati lo stesso incassati fino all’ultimo centesimo.

E’ questione di formule. Se in Cenerentola si trasformano zucche in carrozze e sorci in cavalli bianchi con un semplice Bibbidi-Bobbidi-Bu, in questa storia è bastato un piccolo correttivo: Bibbidi-Bobbidi-Bubbico, anzi Bibbibo-Bubbico, ed ecco un esercito di millepiedi pronto a produrre seta.

Bibbibo e Bubbico stanno per Filippo Bubbico (Ds), attuale sottosegretario allo Sviluppo economico. Due cognomi (il primo è inventato) per una persona sola. Il sottosegretario, nonché ex “governatore” della Basilicata, ecco l’inghippo, risultava essere Bibbibo quando faceva il presidente del consorzio “Seta Italia” e contemporaneamente era Bubbico quando faceva il presidente del consorzio “Seta Basilicata”. Che sono i due consorzi che hanno gestito i denari dei fondi europei.

Dove siano andati a finire questi soldi era ed è noto. Lo sapevano i magistrati lucani, che hanno archiviato denunce senza nemmeno aprire le indagini. E lo sanno i magistrati di Catanzaro, che quelle vicende lucane hanno invece rispolverato ed esaminato.

Le aziende, vere e finte, che hanno ottenuto contributi europei nell’ambito del sottoprogramma 4 “Sviluppo della gelsibachicoltura”, rientrante nei programmi di “Miglioramento delle produzioni tipiche del Mezzogiorno e sviluppo di colture alternative”, si trovano in diverse regioni italiane (ragion per cui è sorto il consorzio “Seta Italia” presieduto da Bibbibo). Ma in Basilicata sono finiti circa 4,5 miliardi, cioè quasi un quarto della somma complessiva sborsata dalla UE (ragion per cui è sorto il consorzio “Seta Basilicata” presieduto da Bubbico).

Di questi 5 miliardi, circa 600 milioni di lire sono stati intascati dalla persone fisiche di Rocco Luigi Bubbico, padre del sottosegretario, e Antonio Clemente, suocero del sottosegretario, entrambi affascinati dall’idea di una Via della Seta tutta lucana, anzi tutta in famiglia. Di seta però, come abbiamo detto, nemmeno un filo. Gelseti e serre per i bachi sono lì, incolti e abbandonati. I contributi UE, invece tutti riscossi. Ultima “rata”, a dicembre 2001. Ma proprio la rata che avrebbe dovuto chiudere l’affare è all’origine della riapertura del caso, in quanto, ipotizzandosi la truffa aggravata, il reato non è prescritto.

Così Filippo Bubbico, già indagato a Catanzaro per abuso e truffa, in relazione a diverse operazioni del presunto “comitato d’affari” lucano nella sanità e nei finanziamenti europei a villaggi turistici, adesso deve rispondere anche per i soldi mai arrivati ai bachi da seta cui erano destinati.

“Questa idea era un nostro progetto, e poteva rivelarsi un’ottima iniziativa – dicono i fratelli Pierpaolo e Rocco Nobile, ingegnere e agronomo, ex compagni di partito di Bubbico e, come lui, di Montescaglioso. Ma a Filippo dei bachi non fregava nulla, lui ha solo sfruttato il progetto per farsi pubblicità in un momento di flessione politica e tutto è andato in malora. Certo i soldi li abbiamo presi tutti, ma nonostante questo molti di noi ci hanno anche rimesso”.

In ogni caso, un altro grande spreco di denaro pubblico. Con il quale veniva pagato anche un consulente (circa 300 milioni l’anno) del calibro di Andrea Freschi, che nessuno sapeva chi fosse, ma che aveva il vantaggio di essere stato imposto a se stesso (il politico Bubbico lo raccomanda al presidente del consorzio “Seta Italia”, Bibbibo) come il nipote del “governatore” campano Antonio Bassolino.

Raccontano i fratelli Nobile che quando chiedevano a Filippo Bubbico ragione di tutti quei soldi a Freschi, lui rispondeva: “Eeeeh, nun me facite parlà”. Invece il PM di Catanzaro, Luigi De Magistris, confida che Bubbico parli e che per esempio spieghi, oltre a tutte le altre vicende che lo vedono coinvolto, perché i due consorzi “Seta Basilicata” e “Seta Italia” da alcuni anni non presentino i bilanci, sebbene non siano né chiusi, né in liquidazione. O che racconti di quelle “consulenze sui progetti per ottenere i contributi per i bachi da seta che lui e suo fratello Luigi, entrambi architetti, si facevano pagare attraverso regolari fatture dai fratelli Nobile. “Il 75 per cento di 83 milioni di lire – dice Rocco Nobile -, cioè 62 milioni, senza che loro abbiano fatto nulla. Visto che l’agronomo ero io”.

I bachi ormai erano morti prima di nascere. Ma per Bubbico, mollato Bibbibo al suo destino, si apriva un’altra e ben più morbida Via della Seta: già sindaco, diventa assessore regionale alla Sanità, e poi “governatore” regionale, senatore e infine sottosegretario alla Sviluppo. “Si, il suo”, dicono in paese.

Filippo Bubbico, si mormora qui, è di umore nero. Ma ostenta calma. E a uno dei suoi più implacabili censori, Nicola Piccenna, tra i “grandi accusatori” in questa inchiesta sulla Basilicata, ha mandato a dire: “Io non querelo”. Che può essere un segnale di pace. O chissà. Diavolo di un Bubbico, criptico come un Belzebubbico.

 

Nota. Qualche giorno dopo, riferendosi alle suddette accuse, il Sottosegretario Filippo Bubbico ha così replicato: “…si tratta di un progetto che mi ha visto impegnato molti anni fa in una dimensione privata, e non ha nulla a che fare con gli incarichi politici e istituzionali che ho assunto successivamente… Mi sento assolutamente tranquillo... Spero nei tempi rapidi della giustizia”.

Forse il nostro Campione (della politica lucana) vuole farci intendere che lo spreco dei fondi pubblici, come quello sopra descritto, se fatto in privato, non è più un reato. Forse da ciò nasce la sua “tranquillità”. Oppure deriva dalla conoscenza dell’andazzo della Giustizia regionale. La quale riesce ad archiviare ogni cosa; a far prescrivere i reati; a garantire l’impunità ai colpevoli; ed a vanificare ogni autentica speranza di vera giustizia.Un fatto comunque è certo: con l’attuale incarico di Vice-Ministro con delega al CIPE, Belze-Bubbico potrà disporre di centinaia di miliardi (di euro) di fondi pubblici, …e potrà fare di tutto e di più. Basta che di quei fondi ne faccia un “uso privato”. Beata Basilicata, isola felice e miracolata: una volta terra di boschi, lupi e pastori; ed ora anche di Grandi Collettori di fondi pubblici.  

 

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Articolo 18 – Ombre sull’Italia:

intervista al pm Luigi De Magistris

Da l’Unità dell’1 aprile 2007 – di Sandra Amurri

 

 “Qui a Cantanzaro indagati e indagatori vanno a braccetto”

Il p.m. De Magistris: perchè mi hanno levato l’inchiesta?

Io ho agito correttamente, in Procura clima molto pesante.

IL PALAZZO di Giustizia di Catanzaro di sabato pomeriggio è deserto, desolato come l’umore di Luigi De Magistris che le sue inchieste sui cosiddetti “colletti bianchi” hanno trasformato in uno dei p.m. più “bersagliati” d’Italia. Oltre 15 interrogazioni parlamentari firmate da 56 deputati del centro-destra, ispezioni inviate dall’ex Ministro della Giustizia Castelli che continuano nell’era Mastella per scandagliare il suo lavoro tanto da fargli dire “ sono socialmente pericoloso”. Un fuoco incrociato iniziato nel 2000 e che fino a pochi giorni fa ha fronteggiato restando nel più rigoroso silenzio. Ma quando ha appreso che il suo Capo, il procuratore, Mariano Lombardi (il cui figlio acquisito, Pierpaolo Greco, candidato per FI alle comunali, è socio di Pittelli) aveva avocato a sé l’indagine “Poseidone” sui presunti illeciti nella gestione dei finanziamenti dell’UE – dopo che proprio de Magistris aveva inviato un avviso di garanzia al senatore e coordinatore regionale di FI Giancarlo Pittelli per associazione a delinquere, riciclaggio e violazione della legge Anselmi sulle logge segrete ma senza avvisare il suo superiore – il pm ha ritenuto che la misura fosse colma. E per la prima volta sfoga la sua rabbia. Napoletano, sposato con due figli, non ancora quarantenne, De Magistris del nonno porta il nome e la professione – giudice di Corte d’Appello che si è occupato tra l’altro del processo Cirillo – e anche un ricordo. Un timbro: “Cav. Dr. Luigi De Magistris, sostituto procuratore del Re”: “Sono già pronto in caso di svolta autoritaria...” esclama.

Vuol dire che lo Stato di Diritto corre dei rischi?

“E’ in serio pericolo ma bisogna salvarlo. Ma non mi faccio sfiorare dalla tentazione di appendere la toga al chiodo di fronte ad una decisione così profondamente ingiusta, perchè posso dimostrare in tutte le sedi istituzionali di aver operato correttamente.”

Ma perchè le è stata tolta l’indagine?

“Questo l’ho scritto e non rispondo. Di certo è la prova che l’indagine aveva raggiunto un livello altissimo dimostrando anche che il sistema giudiziario non è estraneo al sistema di potere”.

Intende che la magistratura fa parte di quel sistema corruttivo che le sue indagini delineano?

“Non ritengo che ne sia estranea”.

Vuol dire che nei salotti bene di Catanzaro indagati e indagatori vanno a braccetto?

“Basta frequentarli per verificarlo. Io non li frequento”.

Perchè i nemici li ha in casa?

“Posso rispondere che il più delle volte mi sono dovuto guardare più da chi avrebbe dovuto essere scontato che stesse dalla mia parte: dalla parte dello Stato...”.

Qual è il contesto che emerge dalle sue inchieste?

“La gestione delle risorse pubbliche – UE, Stato, Regione – avviene di frequente attraverso centri di potere costituiti da ambienti criminali, istituzionali, imprenditoriali e occulti con una forte trasversalità. Attraverso la costituzione di società necessarie per l’investimento dei fondi non garantendo lo sviluppo, l’occupazione, generando un blocco sociale, perchè sono sempre i soliti noti che ricevono gli incarichi e i finanziamenti...

Cosa intende per poteri occulti, la massoneria?

“Quando si dice massoneria non si deve necessariamente pensare al grembiulino e al compasso ma anche a comitati d’affari, a lobby che sono in grado di condizionare la pubblica amministrazione, la politica, l’economia, la gestione degli appalti”.

A cui apparterrebbero anche i magistrati? Un palazzo dei veleni più che della giustizia, dunque.

“Sicuramente è un luogo dove si respira un clima molto pesante. Mentre quando cammino per strada colgo sguardi di condivisione, ascolto parole di incoraggiamento per il mio lavoro. Ci sono tanti calabresi onesti che chiedono alle istituzioni la pratica della legalità non nelle parole ma nei fatti. Io non ho mai ricevuto solidarietà dalle istituzioni”.

“Ti delegittimano, ti isolano e poi ti uccidono”. Parole di Falcone e Borsellino la cui foto è dietro le sue spalle...

“La passione per la mia professione, che non ha nulla di eroico, mi fa sopportare l’aggressività della delegittimazione e fa tacere la paura”.

Di lei hanno detto: è un magistrato incontrollabile.

“Se per incontrollabile si intende un magistrato non condizionabile, allora lo sono”.

Poi De Magistris dice: “Devo andare, è sabato, se anche stasera non rientro per cena mia moglie mi uccide... e quante persone farebbe felici...”

 

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Articolo 17 – Il PIZZO Nazionale:

causa d’impoverimento del Paese

Dal settimanale “Il Resto” del 31 marzo 2007 – di Nicola Bonelli

 

In omaggio al coraggio dei tanti Giovani calabresi e siciliani, che si vanno mobilitando per contrastare le mafie locali, e per opporsi al pagamento del pizzo, vorrei spiegare come e dove nasce il padre di tutti i Pizzi: quello imposto dal Comitato del Malaffare Nazionale attraverso l’allegra gestione della Spesa Pubblica; il pizzo prelevato dagli Appalti Pubblici: di opere, forniture e prestazioni varie; preteso da una Politica malata e sprecona; gestito da una Burocrazia corrotta e famelica; tollerato da una Giustizia inconsistente ed a volte collusa. Il Pizzo che cresce a dismisura per soddisfare le “crescenti esigenze”; che sottrae risorse a beni comuni e servizi, basilari e indispensabili; che soffoca con nuove tasse l’attuale popolazione; che grava sulle generazioni future con un Debito pubblico in aumento; che impoverisce il Paese, ad eccezione dei Malfattori, naturalmente.

Il tutto avviene – secondo un Oscuro Disegno – nella logica dell’emergenza. Che, quando non arriva naturalmente, la si crea con artifizi e stratagemmi. Tali da innescare le procedure d’appalto della somma urgenza, o della gestione commissariale; tali da vanificare ogni controllo previsto dalla gestione ordinaria.

 

Partendo da quel ch’è accaduto e tuttora accade in Basilicata, descrivo gli strumenti legislativi di questo Disegno, nonché le sedi istituzionali dove si decidono strategie e tattiche, “Accordi di programma” e diavolerie simili: tutti rivolti alla spartizione delle pubbliche risorse. La cabina di regia è nel C.I.P.E. (Comitato Interministeriale della Programmazione Economica): una specie di Governo Parallelo, inventato dalla prima repubblica in sostituzione del vituperato Sottogoverno di una volta, attraverso il quale – si ricorderà – avveniva allora la spartizione della torta.

 

Due clamorosi esempi di allegra gestione effettuate dal CIPE negli anni ottanta sono senz’altro le due Delibere: del 6 febbraio 1986 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.1986) e del 12 maggio 1988 (Gazzetta Ufficiale n. 144 del 21.06.1988). Con le quali furono stanziati dei fondi destinati allo sviluppo: Fondi F.I.O. (Fondi Investimento Occupazione), per circa 11.000 miliardi di lire (di cui 500 miliardi per la Regione Basilicata) che non produssero un solo posto duraturo di lavoro.

Esaminando le suddette delibere, si ha la dimostrazione di come si inventa l’emergenza: si approvano interventi multimiliardari senza uno straccio di progetto, e si stabilisce l’avvio dei lavori entro 120 giorni, pena la revoca del finanziamento. In tal modo scatta l’urgenza, e la “necessità” di ricorrere alla “procedura dell’Appalto concorso”, disciplinata dall’art. 24 - primo comma - lettera b), della legge 584/77; con il metodo dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”.

 

E’ una norma che prevede l’aggiudicazione della gara sulla base di una ”serie di elementi di valutazione”, tra cui il minor prezzo, unico elemento oggettivo, che però conta poco (o niente) a confronto degli altri elementi: tutti fantasiosi, pretestuosi e soprattutto discrezionali. E’una norma che permette di affidare i Lavori a chi chiede il prezzo più alto. Quindi è “vantaggiosa”, ma non per l’Ente pubblico, bensì per l’Impresa aggiudicataria, che in tal modo riesce a realizzare utili fino all’80%. Per colmo, non si usa più la contabilità dei Lavori; che vengono liquidati “a corpo” e non “a misura”. Così si evita ogni effettiva verifica sulle opere realmente eseguite.

 

Si tratta insomma di un diabolico marchingegno inventato da Tangentopoli che - grazie alla discrezionalità consentita - sottrae di fatto la gara alla libera concorrenza; fa lievitare a dismisura il costo delle opere; consente di pilotare la gara a proprio piacimento; e regolamenta il patto non scritto tra le parti contraenti; patto che suona all’incirca così: “Ti affido l’appalto per una spesa di 100 (anche se l’opera ne vale 20) a condizione che di quei 100 me ne ritorni almeno 40”.

E’ una specie di gioco di prestigio che trasforma la gara d’appalto in una partita al “mercante in fiera”, in cui l’opera da realizzare è soltanto un pretesto: una “base” per costruirci l’Operazione spartitoria.

 

In questo modo, il “Grande Appalto” di opere pubbliche diventa una grande tavola imbandita: c’è posto per tutti, e l’importo dell’appalto viene commisurato non più al costo dell’opera ma al numero e all’appetito dei commensali. L’alto margine di guadagno prodotto, oltre che garantire un lauto “ritorno per il committente”, consente di “soddisfare” ogni acquiescenza e di “tacitare” ogni resistenza. Il banchetto di solito è organizzato dalle Grandi Imprese: per carità, tutte aziende al di sopra di ogni sospetto. Ma tra i commensali ci deve essere necessariamente (tra cottimisti, fornitori, progettisti, consulenti, subappaltatori etc…) anche chi è disposto ad emettere fatture false. Senza le quali non è possibile costituire fondi neri… e distribuire mazzette.

 

Ovviamente, per chi già dispone di fondi neri, tutto diventa più facile. E così ogni Grande Appalto diventa un’ottima occasione per riciclare denaro sporco. Dal connubio tra queste due esigenze: tra Chi pretende tangenti e Chi ha fondi neri da ripulire, nasce il sodalizio tra Amministratori pubblici e Clan mafiosi.

E’ un matrimonio d’affari tra due soggetti, apparentemente contrapposti tra loro (Stato e Antistato), che però hanno un forte bisogno l’uno dell’altro. Altro che infiltrazione della Mafia negli appalti pubblici.

 

La stessa norma, si badi bene (sotto altro nome ma con identico marchingegno), muove i pianeti di Forniture, Prestazioni, Servizi, Pulizie, etc… ad Enti pubblici.

 

Grazie a questa norma scellerata, i suddetti 500 miliardi di lire – Fondi FIO spesi in Basilicata negli anni 80 per “Sistemazioni idrauliche” lungo i fiumi lucani – produssero opere semi-fantasma di cui è difficile trovarne traccia; opere liquidate “a forfait”; realizzate a metà ma pagate per intero; o pagate due volte. Furono insomma delle truffe miliardarie: organizzate, avallate e “collaudate” dalla Burocrazia regionale; ed impunemente consumate nella consapevole indifferenza dell’Autorità Giudiziaria e della Corte dei Conti.

Sulla stessa falsariga si continua tuttora: vedi Accordo di programma del 28.07.2003, tra CIPE e Regione (DGR 1383/2003), con il quale sono stati stanziati e dilapidati altri 25 milioni di euro lungo i fiumi lucani, con vere e proprie “rapine” come quella commessa per la “Sistemazione del torrente S. Nicola di Nova Siri”.

 

Riferendosi alla serie di appalti degli anni 80 in Basilicata, l’allora deputato On. Nicola Savino di Potenza, in una interrogazione parlamentare (n. 5-01750 del 13.10.1989), esprimeva tra l’altro la seguente inquietante preoccupazione: “l’adozione del metodo della contabilizzazione “a corpo” e non “a misura”, per quanto legale, rende tanto superficiali i controlli da consentire guadagni illeciti, i quali possono innescare processi di degrado sociale… e fenomeni di criminalità diffusa”. E difatti, dopo qualche anno (1992) esplose lo scandalo di Tangentopoli. Dove fu proprio questa norma a “regolare” gli accordi intercorsi tra tanti “Mariuoli” che produssero la diffusa “Dazione ambientale” scoperta dal pool “Mani Pulite” e dal Magistrato Antonio Di Pietro, a cominciare dalle Pulizie del Pio Albergo Trivulzio.

 

Dopo quel terremoto questa norma era andata in disuso, ma poi ricomparve con la legge 109/1994 (art. 21). Tornata di nuovo in ombra per qualche incidente tangentizio, è stata di recente dissotterrata col Decreto legislativo n. 163 del 12.04.2006 (art. 83), perchè “imposto” da una Direttiva CE. A quanto pare, sfruttando la “copertura” europea, si riesce a camuffare le “porcate” legislative nazionali in “Leggi ispirate dall’Alto”. Non so dove ci porta l’Europa, ma una cosa è certa: la norma in questione disonora il Parlamento italiano. E’ destabilizzante più di cento Brigate rosse.

Consentire l’uso di questa norma ai tanti Gaglioffi annidati nella struttura pubblica, è come fornire un grimaldello ad uno scassinatore. Anzi, è come consegnare le chiavi di un condominio a dei ladri d’appartamento.

 

Per ironia della sorte ora tocca proprio al Ministro Di Pietro (II°) applicare questa assurda norma nella gestione dei Lavori Pubblici. E mentre continua ad agitare, a chiacchiere, la spada degli improbabili “Valori” d’Italia, non si accorge che, nella pratica corrente del suo dicastero, fornisce l’alimento alle Grandi Malefatte: applicando appunto questa norma nei Grandi Appalti Nazionali. E’ auspicabile che se ne renda conto e si adoperi per abrogarla. Che non si limiti ad usare il naso del Poliziotto (come fece il Di Pietro I°) alla ricerca perpetua di malfattori. Che usi piuttosto la testa del Politico. E che riesca a individuare e neutralizzare gli oggettivi strumenti usati dal Malaffare: le Leggi, appunto.

 

E’ altresì auspicabile (la speranza è sempre l’ultima a morire) che il Parlamento provveda a ripristinare, e con più rigore, il reato di “Abuso d’Ufficio”, da cui si genera l’Arroganza-menefreghismo-strapotere della Burocrazia, nonché il vergognoso lassismo della Magistratura ed il conseguente Sfascio del Paese.  E provveda a smantellare la miriade di Strutture parallele, a cominciare dal CIPE, nate nella logica della spartizione del potere gestionale, e scevre da ogni responsabilità.

 

Per un futuro migliore, per il loro futuro, è sperabile infine che i Giovani prendano coscienza anche di questi problemi, e che si mobilitino per debellare lo Spreco e l’Immoralità (istituzionale). Due mostri che si inseguono e si alimentano a vicenda; e che distruggono la Democrazia. Il Potere li usa per rafforzarsi, creando sudditanza, servo-assistenza e voto di scambio; e mira a legalizzarli: approvando leggi immorali e mistificatorie come quella sopra descritta. La Società li subisce perdendo cittadinanza e possibilità di sviluppo. Nel contesto che ne segue prevale il Malcostume; si mortifica la Dignità; non c’è spazio per la Legalità. E così via, verso la morte dello stato di Diritto. Dopo di che arriva la giungla …ed alla fine rimaniamo fregati TUTTI.

 

P.S. Leonardo Sciascia amava ripetere che l'arma, più efficace per combattere e vincere la mafia, è la Legge. A quanto pare, chi ha veramente capito il concetto è la Controparte, che si è fatto le leggi su misura per imporre il suo Sistema. Nel mondo dei Grandi Appalti, la norma in questione ha il valore di un vero e proprio Comandamento: “VIETATO NON RUBARE”. E solo chi rispetta tale regola può entrare nel giro.

Sono le leggi il vero piccone usato dall'Antistato per demolire, mattone dopo mattone, lo Stato democratico. Sono le leggi a consentire la massima discrezionalità e lo strapotere a Coloro che gestiscono la cosa pubblica, ed a trasformarla in Cosa loro. Sono le leggi a permettere una sempre più Allegra gestione delle risorse, a fornire gli strumenti per truffe e rapine, ed a garantirne l’impunità.

La cronaca giudiziaria ci informa ormai ogni giorno di appalti truccati e pilotati, di arresti di politici, amministratori, impresari e giudici, sorpresi “con le mani nel sacco”. E’ un fenomeno che si espande a vista d’occhio sul territorio nazionale.

Inseguire i Malfattori senza neutralizzare le norme truffaldine che consentono di gestire le risorse a loro piacimento: senza controllo (senza contabilità) e senza dover rispondere dei risultati – serve solo a produrre “alternanza e rotazione” tra i Soggetti. Ma il Malaffare non si ferma. Anzi, ci costa ancora di più.

 

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Articolo 16 - Un fiume di soldi sperperati per sistemare il Basento:

il rischio alluvioni in aumento nel Metapontino

Da “la Nuova Basilicata” del 28 febbraio 2006 – di Giuseppe Cariglia

 

La mancata attività estrattiva nel Basento alla base delle continue esondazioni. Il corso d’acqua lucano è stracolmo di materiale inerte che ostruisce la sezione di deflusso e rende gli alvei pensili.

Con l’arrivo della stagione delle grandi piogge, si ripresenta puntualmente il problema delle esondazioni del fiume Basento in particolare, che oltre ad arrecare notevoli danni economici al comparto agricolo del metapontino, mette a rischio l’incolumità delle popolazioni dell’area. Lungo 148 chilometri, è ormai un corso d’acqua che sta morendo. Infatti molti scarichi abusivi riversano elementi inquinanti direttamente nell’alveo del fiume, mentre i lavori di irreggimentazione delle acque hanno creato lungo lo stesso forzature ambientali con gravi conseguenze sull’ecosistema. Peraltro, alcuni siti industriali che si attestano lungo le sponde del fiume, a causa di alcuni incidenti, hanno inferto duri colpi alla vita del corso d’acqua, aggravando una situazione oggi al limite del collasso.

 

Tante le denunce in tutti questi anni per fermare (come affermano in molti) un disegno che mirerebbe a rendere difficile ogni forma di manutenzione preventiva e gratuita (ed anche remunerativa per la pubblica amministrazione) dei corsi d’acqua, cioè l’attività estrattiva fluviale (nel 2003 in Basilicata sono state rilasciate una trentina di concessioni estrattive), per subentrarvi con il sistema degli appalti pubblici e con interventi onerosi. La prova lampante di questo connubio, tra appalti pubblici e certi interessi privati, è da ricercare nell’ultima assegnazione alla Basilicata tra gli anni ’80 e ’90 dei Fondi Fio. Lavori per diverse centinaia di miliardi per le sistemazioni idrauliche nei fiumi lucani di cui, come è ben visibile, non si conoscono i benefici.

 

Non vorremmo che anche con l’ultimo cospicuo intervento finanziario approvato dalla giunta regionale (8 milioni di euro) si traduca in opere e non in uno spreco di denaro pubblico. Certo è che il fiume Basento (ma non solo), è stracolmo di materiale, le sezioni di deflusso ostruite e gli alvei pensili ed a costante rischio d’esondazione. Ma si continua a negare l’evidenza. Si tacciono e nascondono le situazioni di pericolo pregresse, al fine di poter sostenere, quando arriva il disastro, che quel materiale vi è giunto con le ultime piogge. D’altronde, come ormai da anni siamo abituati a notare, dove ci sono interessi, anche i fiumi (in questo caso il Basento ne è un esempio tangibile), sono di grande aiuto: cancellano tracce delle opere malriuscite ed anche quelle non eseguite, ma contabilizzate e retribuite. E purtroppo ogni volta che piove, la scena puntualmente si ripete. Il fiume, con l’innalzamento degli argini avvenuto anni addietro che non fa altro che assecondare l’esondazione, si riempie, straripa ed invade i terreni adiacenti.

 

Il letto naturale si espande, sommerge qualsiasi forma di vita vegetale e distrugge, come è accaduto nei giorni scorsi, la secolare agricoltura della pianura del metapontino. Occorre, perciò, intervenire al fine di salvaguardare questo fiume cui la Basilicata rimane legata non solo per motivi economici, ma anche per motivi storici e culturali. Non è possibile assistere ulteriormente al suo degrado e allo scempio. Il patrimonio storico di questo fiume presenta, peraltro, tutte le condizioni per l’istituzione di un parco fluviale, con decreto del Ministro per i beni culturali e ambientali, sentiti la Regione, gli enti locali e le varie associazioni ambientaliste interessate. I tempi per l’istituzione del parco fluviale del Basento appaiono ristrettissimi trattandosi di salvare dalla morte un fiume ormai in agonia.

Speriamo, prima che sia troppo tardi, che il buonsenso prevalga e faccia pulizia di molte ambiguità venute fuori in tutti questi anni, al fine di restituire più serenità agli agricoltori e alle popolazioni del Metapontino.

 

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Articolo 15 - Sistemazioni-rapina del 2003-05 in Basilicata:

interventi ad hoc per “sistemare” il pubblico denaro

Da “il Giornale della Sera” del 2 settembre 2005 – di Nicola Bonelli

 

Una questione importante – concernente il pubblico interesse nella gestione dei fondi per le sistemazioni fluviali – torna d’attualità nelle recenti delibere della Giunta Regionale di Basilicata. Mi riferisco all’articolo comparso su “la Nuova” del 20 luglio scorso – “Fondi per sistemare il Basento” che riferendo delle recenti delibere approvate su proposta dell’Assessore Francesco Mollica, analizza i due interventi di sistemazione fluviale: nel torrente S. Nicola (Nova Siri, Mt) e nel fiume Basento (Calciano, Mt).

L’articolo commenta le premure dell’assessore che a suo dire avrebbe avviato degli “importanti investimenti per la difesa del suolo”. Ma alcune semplici osservazioni sembrano dimostrare l’esatto contrario: si spende denaro pubblico laddove si potrebbe incassarlo! Sono soldi stanziati dal C.I.P.E. e fanno parte di un fondo di 25 milioni di euro, destinato, da apposito “Accordo di programma Quadro” del luglio 2003 a “Lavori” di questo genere. Per come vengono spesi, sarebbe più giusto definirli: “Fondi da sistemare nel Basento”. Essendo soldi dello Stato, c’è da augurarsi un intervento del Governo – oltre che della Corte dei Conti – per arrestarne lo spreco. Ho esaminato i progetti: redatti dall’ing. Antonio Losinno, approvati dall’ing. Donato Grieco dell’Ufficio Infrastrutture di Matera, e supervisionati dal Dirigente gen.le ing. Aniello Vietro. Conosco lo stato dei luoghi e posso dire che entrambi gli interventi potrebbero realizzarsi a costo zero per la P.A.. Descrivo qui di seguito gli interventi in questione.

 

Torrente S. Nicola: Delibera n. 1547 del 18.07.2005(presenti tutti gli Assessori, assente il Presidente Vito De Filippo): “Lavori di ripristino officiosità idraulica del torrente S. Nicola, agro di Nova Siri, importo 330 mila euro”, approvata nella seduta del 18.07.2005.

L’intervento riguarda il tratto medio del corso d’acqua, a partire da 3 km. a monte della s.s. 106. Vi è prevista “l’apertura della savanella” (sezione di deflusso) – per una larghezza di 40 metri, profondità di 3,5 metri, e lunghezza di 2.500 metri – che comporta l’asportazione dall’alveo di 140 mila metri cubi di materiale. Ecco alcune incongruenze del progetto:

a) l’obiettivo dichiarato è il “ripristino dell’officiosità idraulica”, ma tra i suoi elaborati non esiste uno straccio di verifica della portata idrica. Non si comprende perciò da dove scaturisca il dimensionamento della sezione proposta: 140 mq. Sezione che – con la pendenza longitudinale propria del 2%, e con un tirante idrico di 2,5 metri – potrebbe contenere una portata di 1.000 mc/s: portata di un fiume con bacino da 1200 kmq. (come il Basento); esagerata per un torrentello con 60 kmq. di bacino, qual è appunto quello in questione;

b) da notare, inoltre, che il tratto terminale del torrente, compreso tra la s.s. 106 e la foce, ha una sezione di soli 65 mq. ed una pendenza dello 0,6%; lo stesso ponte della 106 ha una luce di soli 24 metri; può quindi transitarvi una portata massima di 200 mc/s. Per cui, perché aumentare la sezione di monte, che può già contenere 500 mc/s, quando quella di valle ne contiene meno della metà?;

c) il torrente in esame è una tipica fiumara calabra: un greto con tanta ghiaia ma senza una goccia d’acqua; ghiaia depositata in modo uniforme per lungo e per largo e non come dice il progetto “in notevoli accumuli che deviano il flusso idrico” (che non esiste) “e provocano consistenti erosioni” (anch’esse inesistenti); e soprattutto non è vero che l’erosione stia “interessando un attraversamento viario di grande utilità… per cui si è reso necessario intervenire”. Il ponte dell’unica strada che attraversa quel tratto di torrente – una strada poderale larga 4 metri e lunga 6 chilometri, a partire dal cimitero di Nova Siri – è un’opera di recente costruzione: robusto e ben fondato; è alto 4 metri; ha una luce complessiva di 100 metri e non presenta alcun segno di erosione; inoltre, la sottostante sezione d’alveo potrebbe contenere 2.500 mc/sec.: le portate del Basento e del Sinni messe insieme.

Ma se l’intervento finanziato dalla Regione non ha niente a che vedere con le reali esigenze idrauliche del S. Nicola, quale potrebbe essere la sua vera utilità? Certo, la quantità di materiale da asportare ha un valore di mercato non trascurabile. Pensando poi agli altri 170 mila mc asportati nello stesso tratto con intervento analogo, circa due anni fa (Delibera n. 1388/2002, per altri 427 mila euro di soldi pubblici), si raggiunge un bel cumulo di inerti.Considerato l’attuale fabbisogno di inerti, non ci sarebbe niente di male: se servono gli inerti bisogna pur trovarli da qualche parte; e ben vengano dal S. Nicola se la soluzione è compatibile, come nel nostro caso, con la tutela ambientale. Tutto potrebbe rientrare in una normale attività di “estrazione di inerti”, e non di altro.

Il punto della questione però è un altro. La cosa assurda di questo intervento (e di quello precedente) sta nel fatto che la Regione, proprietaria di quel materiale, decide di immetterlo gratis sul mercato, ed in più offre un regalo da 330 mila euro a chi se lo aggiudica. Praticamente, non essendo previste altre opere oltre la savanella, l’impresa aggiudicataria dell’appalto non dovrà spendere un solo euro: basterà trovare qualche ditta interessata, cui cedere il materiale a titolo gratuito; la quale in cambio del materiale eseguirà i lavori di scavo della prevista savanella, asportando semplicemente dall’alveo il materiale, e ringraziando per il dono. E così: l’importo lordo aggiudicato diventa un netto ricavo incassato. Ma quale “Investimento per la difesa del suolo”, tanto decantato dall’Assessore Mollica. Qui si tratta di un concorso a premi alla Bonolis,con tanto di Pacco-regalo messo in palio, per il più fortunato. Con tante grazie e… riconoscenze, verso chi gliel’ha donato.

Il materiale di cui sto parlando (una vera e propria risorsa mineraria) è lo stesso materiale che si trova in abbondanza in tutti i fiumi lucani: idoneo alla produzione di inerti; richiesto dagli impianti del settore; ed oggetto delle concessioni estrattive di competenza del Dipartimento Ambiente. Il quale di norma (legge reg. n. 12/1979) dovrebbe autorizzarne la rimozione, ma alle seguenti condizioni: il materiale viene ceduto in sito; la Regione ne incamera il canone; il Concessionario si accolla l’onere per scavo e trasporto. Con l’intervento “S. Nicola”, invece, il Dipartimento Infrastrutture, nel fare lo stesso lavoro, non incamera un bel niente, ed in più spende un sacco di soldi.

In conclusione, con l’apertura della cava “S. Nicola” – sommando ai 427 mila euro del primo intervento (delibera 1388/2002, della Giunta Bubbico & C.) i 330 mila del secondo (delibera 1547/2005, della Giunta De Filippo & C.), ed aggiungendo i 155 mila euro (valore minimo dei 310 mila mc. di materiale) – la Regione sta buttando 912 mila euro di preziose risorse pubbliche.

 

Fiume Basento: Delibera n. 1546 del 18.07.2005 (presenti tutti gli Assessori, assente il Presidente Vito De Filippo): “Lavori di Sistemazione idraulica del fiume Basento in agro di Calciano” - importo 250 mila euro.

Qui la questione è più complessa e lo spreco molto più grosso. Per capire la vera causa dell’attuale degrado della situazione idraulica – compreso il crollo della gabbionata che si intende ricostruire con questo intervento – bisogna conoscere la storia decennale di abusi ed omissioni degli uffici preposti: abusi sanzionati persino da una sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche. Ma partiamo dal progetto dell’intervento in questione, scaturito dal crollo di una gabbionata (struttura di difesa alla sponda destra):

a) l’intervento viene impropriamente presentato come “Sistemazione idraulica”. Con questo termine di solito si indica il ripristino della sezione di deflusso (alveo), cui si aggiungono le altre opere per il governo delle acque e per la difesa delle sponde. Di solito si interviene per tratti di alcuni chilometri e nell’ottica della prevenzione. Nel nostro caso invece si guarda soltanto al rifacimento di 150 metri di gabbionata, senza peraltro badare alla salvaguardia degli altri 5 chilometri della stessa difesa spondale: quasi tutta scalzata ed in procinto di crollare;

b) stranamente, quegli “accumuli di deposito alluvionale che deviano la corrente”, chiamati in causa nel torrente S. Nicola (ma ivi inesistenti), vengono invece ignorati nel fiume Basento; dove sono presenti e formano la vera causa del crollo della gabbionata in questione; crollo che nel progetto viene invece addebitato ad un improbabile “raggiro dell’onda di piena”(?). Non sono quindi previsti né il ripristino della sezione di deflusso, né l’asportazione di materiale dall’alveo;  

c) riassumendo: l’intervento prevede la ricostruzione di un’opera, ma non prevede l’eliminazione della causa che l’ha distrutta. Anzi, dalla planimetria di progetto si rileva che il flusso della corrente (che ora si proietta verso la sponda) non viene raddrizzato verso il centro ma viene traslato verso valle, ma con la medesima direzione. Punterà quindi contro il tratto contiguo di difesa spondale; di cui date le già precarie condizioni di stabilità, è facile prevedere a breve il crollo e la distruzione.

Concepito così, l’intervento sul Basento può definirsi, è vero, “un investimento”, ma non certo “per migliorare la stabilità geologica del territorio…”, come sostiene l’Assessore Mollica, ma solo per produrre futuri appalti…

Per la salvaguardia e la conservazione della gabbionata suddetta, nel 1998 avevo proposto, con regolare istanza corredata di progetto, un intervento di manutenzione idraulica. L’intervento prevedeva la rimozione di quegli accumuli ed il consolidamento della gabbionata. A quel tempo l’opera era scalzata ma ancora integra. Bastava intervenire allora e sarebbe stata salva. Il valore dei 200 mila mc di materiale utilizzabile avrebbe compensato i lavori per consolidare l’opera; ed in più avrebbe procurato un’entrata erariale.

Ma non è andata così. In data 12.01.1999 l’ing. Francesco Saverio Acito, Dirigente dell’Ufficio Infrastrutture di Matera (allora Ufficio Territorio) respinse la mia proposta (senza valutarne il contenuto), motivando il diniego con la citazione manipolata dell’art. 5 della legge 37/94. Ed in seguito l’Ufficio ha continuato ad ignorare la situazione di pericolo, nonostante le segnalazioni e i solleciti di Prefettura, Provincia e Comune.

A seguito di mio ricorso, sull’Atto di rigetto, del 12/01/1999, si è poi pronunciato il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche – con sentenza n. 8/2005, resa in data 17.11.2004 e pubblicata in data 21.01.2005 e notificata in data 2 marzo 2005, al Presidente pro tempore della Regione Filippo Bubbico – definendo tale provvedimento: “illegittimo, e fondato su una disposizione di legge (la 37/94) riportata in termini erronei e fuorvianti, e quindi in violazione della norma stessa”. In altri termini: un crimine. Una sentenza gravissima, di cui sarebbe stato doveroso prendere atto immediatamente.

Entrando nel merito della questione e richiamando il parere del CTU, il Tribunale delle acque dice tra l’altro: “…gli stessi accertamenti operati dal CTU pongono in evidenza l'esistenza di situazioni di oggettivo rischio idraulico: gabbionate danneggiate, necessità di risagomatura delle sezioni idriche, erosione delle sponde, formazione di accumuli alluvionali in alveo etc.”. Riferendosi all’istanza rigettata, la sentenza specifica che il proponente “ ha presentato la propria istanza al fine di meglio garantire l’officiosità idraulica; sarebbe stato onere, quindi, dell'Amministrazione operare una verifica atta ad appurare se la situazione di grave pregiudizio idraulico fosse in atto; e se ad essa non fosse possibile sopperire altrimenti con maggiore beneficio per l’interesse pubblico.”.

Il Tribunale delle Acque, accogliendo il ricorso, ha annullato il citato provvedimento di rigetto, ordinato il prosieguo dell’istruttoria e condannato la Regione, ponendo a suo carico l’obbligo dell’esecuzione della sentenza stessa. Ad oggi, trascorsi sei mesi dalla notifica, la Regione non ha ancora ottemperato. Ed ora la Giunta De Filippo & C., ignorandola del tutto, approva l’intervento sul Basento (proposto da Mollica), non nell’ottica del maggior beneficio, come detta la sentenza, ma in quella opposta del maggior onere per l’interesse pubblico. Sarebbe da non credere, se non ci fossero tanto di sentenza notificata e di delibera adottata.

C’è da aggiungere che la situazione di oggettivo rischio idraulico, descritta nel parere del CTU, era persino nota all’Autorità di Bacino, sin dall’anno 2001. Tanto è vero che nelle mappe del suo Piano-stralcio per la Difesa dal Rischio Idrogeologico, il tratto in questione è inquadrato tra le “Aree ad alto rischio inondazione”. Ma la stessa Autorità di Bacino, invece di “disciplinare e regolare l’estrazione dei materiali litoidi in funzione del buon regime delle acque”, così come detta l’art. 17 della legge 183/89 (cosa che, se attuata in tutti i fiumi lucani, potrebbe tra l’altro produrre notevoli entrate per la Regione), impegna la sua struttura per programmare la spesa (vedi il menzionato Accordo di Programma) e per confezionare pacchi-dono del tipo “S. Nicola”.

Intanto quegli accumuli alluvionali – che tuttora ostruiscono l’alveo del Basento; che provocano erosione e crollo delle difese spondali; che minano la stabilità di un ponte della ss 277 presso lo Scalo di Grassano – sono ancora ignorati da tutti. Viene da chiedersi: si vuol “trattenere” quel materiale per confezionare altri doni? O si vuol conservare una “fattrice” di crolli e di appalti?

Facendo un po’ di conti nella seconda ipotesi (la più probabile) – rapportando i 250 mila euro (per 150 metri) alla lunghezza totale di 5.000 metri di gabbionata – il secondo ciclo di ricostruzione comporterà una spesa di 8 milioni di euro. Se poi si procede come nel primo ciclo, realizzandone metà e pagandone due volte la stessa metà, il volume di appalti ed affari si raddoppia. E così via per altri cicli a venire…

Insomma, l’intervento nel Basento – di cui tanto si vanta l’Assessore Francesco Mollica – non è altro che l’inizio di un secondo ciclo d’affari e di spreco. Ed è anche un bel coperchio sugli abusi ed omissioni sinora commessi dall’Ufficio Infrastrutture di Matera. Il quale, dopo aver provocato la distruzione di quella gabbionata, si appresta ora a gestirne la ricostruzione: una vera gallina dalle uova d’oro per la Lobby degli Appalti.

 

Nota. A quanto pare questi BALORDI sono tutti protesi verso il flusso di risorse in Uscita, senza curarsi minimamente delle possibili Entrate. Anzi fanno di tutto per trasformare una possibilità di Entrata in occasione di Spesa. Stiamo assistendo ad un grosso “conflitto d’interessi”: tra l’Istituzione, che aspira a migliorare le proprie Entrate, e gli Apparati, che preferiscono attivare la Spesa: su cui evidentemente è più facile realizzare tornaconti personali.

Con l’avvento della nuova Giunta Regionale De Filippo & C., era nata la speranza di un’aria nuova, grazie anche alla presenza del Verde Mollica; speranza di una svolta nella politica dissipatrice praticata nell’ultimo ventennio lungo i fiumi lucani.

Speranza vana. Nulla è cambiato: lo Spreco continua come prima e più di prima. Milioni di euro di denaro pubblico vengono letteralmente buttati lungo i fiumi: in “operazioni” (e non opere) che offendono la morale e la comune intelligenza.

Nel frattempo, di quelle stesse risorse se ne soffre la dannata mancanza per: Ospedali, Scuole, Strade, Case, Servizi vari ed Infrastrutture di ogni genere. Lo sviluppo della nostra regione si conferma un miraggio. Il 30 % delle famiglie (apprendiamo dalle statistiche) vive al limite della povertà… Poveri noi.

 

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Articolo 14 – Gestione scellerata del territorio:

aumenta il rischio idrogeologico in Pianura Padana

Dalla “Gazzetta di Sondrio.it” del 30 ottobre 2004 – di Nicola Bonelli

 

Se potessi suonerei giorno e notte le campane a martello: il rischio è reale ma viene per lo più ignorato o sottovalutato.
L’attuale politica nazionale sulla Difesa del suolo e sul governo idraulico dei fiumi – politica fondata sull’incuria e sull’abbandono, contraria ad ogni forma di regimazione e manutenzione degli alvei; perseguita nell’ottica dell’emergenza dal Partito degli Appalti; sostenuta da un ambientalismo strumentale a secondi fini – sta oscurando l’Italia e ne sta sfasciando il territorio. Le pianure fluviali sono ad alto rischio idraulico: la Pianura Padana, più delle altre, è già soggetta a ricorrenti disastri alluvionali.

L’Acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse… Così Leonardo da Vinci descrive il processo d’erosione del suolo. Processo naturale, tra quelli che incidono sull’evoluzione morfologica della crosta terrestre. Ogni volta che piove, l’azione meccanica dell’acqua asporta dai rilievi uno strato di terra, lo trascina a valle, e quivi lo deposita laddove si quieta. L’acqua spiana le montagne… forma le pianure… e riempie gli alvei fluviali; ed è ciò che sta accadendo (anche) in Pianura Padana.

L’enorme accumulo di ghiaia e sabbia – formatosi in questi ultimi trenta anni – ha trasformato i “lussureggianti” fiumi padani in tante fiumare che spesso straripano: anche con modeste portate idriche. Vi sono diffuse situazioni a rischio esondazione, situazioni pregresse ed evidenti, che però vengono ignorate e sottaciute. Ed ogni volta che ne deriva un disastro alluvionale si sente dire che si tratta di “un evento eccezionale e imprevedibile”.

In estate, invece, la portata di magra si sommerge nel materasso alluvionale, da qui si disperde nella falda acquifera, …ed i fiumi vanno in secca. Per contro, il livello di falda tende a risalire, mandando in crisi costruzioni ed infrastrutture interrate. Come ad esempio sta accadendo nell’Interland milanese, dove i fiumi Adda, Seveso e Ticino vanno in secca, e la falda acquifera s’innalza, creando grossi problemi alla Metropolitana. Ed il fiume Po, da grande via d’acqua d’Europa, si riduce in una misera pozzanghera. Tutto questo, ripeto, è la conseguenza del progressivo innalzamento degli alvei, causato dal trentennale accumularsi, al loro interno, del sedimento alluvionale.

Oltretutto, gli inerti fluviali sono una grande risorsa mineraria e potrebbero costituire una notevole Entrata erariale. Ma, per una specie di follia pseudo-ambientalista, “non si devono toccare”. A partire dagli anni settanta, abbiamo assistito ad una vera guerra – contro l’escavazione in alveo – fatta di proclami fasulli: amplificati dalla stampa e di grande effetto sull’opinione pubblica. Ormai, la convinzione che il disalveo danneggi l’ambiente è talmente diffusa che è difficile persino parlarne.
Chi mette in discussione questa madornalità rischia di passare per pazzo.

Il rischio, ripeto, è reale e altissimo, e si potrebbe eliminare facilmente, ripristinando le sezioni idriche e liberando i fiumi dai miliardi di mc. di materiale in eccesso. Ma si continua ad ignorare sia il problema che la soluzione. E non solo. Sulla spinta del fabbisogno di inerti, le Regioni stanno ampliando i Piani Cave, prevedendo l’apertura di altre cave, in un territorio già ridotto peggio di una gruviera. Siamo al colmo dei colmi, al massimo della follia.

Per il bene del Paese, per la vita e l’economia di intere popolazioni, bisogna fermare questa follia. Urge una svolta. Ma è vano sperarla dagli “Organi competenti”, dove si è persa la cultura del governo idraulico ed il concetto di manutenzione preventiva. Si aspetta il disastro per intervenire: nell’ottica della “somma urgenza” e dell’allegra gestione delle pubbliche risorse. Si ignora del tutto l’erosione del suolo, la portata solida delle piene, ed il suo accumularsi lungo gli alvei.

Assistiamo al moltiplicarsi di “pani e poltrone”, di assessorati ed annesse sovrastrutture (Adb, Aato, Arpa, Aipo); al loro vaniloquio, per convegni e seminari; a consulti infiniti intorno al moribondo Po; al proliferare di nuovi Uffici (anzi Pianifici), dove si pianifica e ripianifica, riciclando carta e contenuto: per Piani d’emergenza che alla prima prova si rivelano inutili; per assurdi PAI - Piani d’assetto idrogeologico, che altro non sono che Piani d’evacuazione del territorio. Insomma, tutti a pianificare, studiare, monitorare, per miliardi di euro, ma nessuno che provveda alla riduzione del rischio, alla messa in sicurezza del territorio. Neanche se attuabile a costo zero.

La funzione primaria di un corso d’acqua è quella di drenare le acque del proprio bacino, e ciò dipende dalla capacità di deflusso (portata) del proprio alveo. La quale, a sua volta, dipende dalla capienza e dalla pendenza dell’alveo stesso; - risponde alla regola dell’Idraulica Q = A x V, dove (Q) è la portata, (A) la superficie trasversale dell’alveo, (V) la velocità (che è diretta conseguenza della pendenza); - e viene espressa in mc/sec. Con il variare di uno o di entrambi i fattori, varia ovviamente anche la portata.

In un corretto piano di prevenzione, andrebbe verificata la capacità di deflusso dei corsi d’acqua, e confrontata con le rispettive portate di massima piena, note statisticamente. E’ una verifica necessaria – da effettuarsi periodicamente, specie dopo un evento di massima piena – che tra l’altro aiuterebbe a capire se l’ultima esondazione è stata causata dalla “eccezionale portata di piena”, o piuttosto da un accumulo alluvionale, che, ostruendo la sezione dell’alveo, ne ha ridotto il fattore “A”. Oppure dalla presenza di una briglia, che, abbassando la pendenza, ne ha ridotto il fattore “V”. A tal proposito, andrebbe effettuata una verifica sulla miriade di briglie, sorte per derivazione d’acqua o altro, lungo i tronchi fluviali di pianura. Laddove la pendenza è già minima, l’aggiunta di una briglia provoca una riduzione della velocità, e l’innalzamento del livello idrico, per un lungo tratto a monte; ed è spesso concausa di esondazioni e disastri alluvionali. Come ad esempio è accaduto a Casale Monferrato nel 2000, ed a Lodi nel 2002.

Di fronte al sopra descritto marasma istituzionale, ed all’inerzia degli “Organi competenti” – peraltro inaffidabili e inattendibili – l’’auspicata svolta può nascere solo dalla mobilitazione organizzata dei cittadini. Urge pertanto una loro presa di coscienza, e diretta conoscenza del problema; un ruolo attivo e propositivo nella ricerca della soluzione. Urge una decisa azione di protesta verso ritardi e inadempienze. Il tutto, previa liberazione da pregiudizi, da feticismi e dalle varie sudditanze ideologiche. Certo, serve pur sempre una svolta Politica. Ma la si può sperare solo se il problema reale diventa anche elettorale: una questione di voti. Da qui l’esigenza di una “consistente” mobilitazione popolare.

I Comuni – magari stimolati e coadiuvati dai comitati cittadini - potrebbero effettuare le suddette verifiche, e individuare le situazioni a rischio. I Sindaci – cui compete comunque la sicurezza dei cittadini – dovrebbero informare la gente e coordinarne l’azione, affinché la protesta possa svolgersi in termini civili e non violenti, e ne possano sortire effetti benefici, immediati e… preventivi.

Nota bene: il presente Appello nasce dalla certezza del grave rischio idraulico esistente in tutte le pianure fluviali. Rischio che peraltro, ripeto, viene ignorato o sottovalutato. Ha lo scopo di richiamare l’attenzione su questo problema, nella speranza di stimolare il dibattito – nelle famiglie, nelle scuole, tra i Giovani – sulle cause (non solo quelle di natura idraulica o idrogeologica) e sui rimedi da adottare. Vuol essere inoltre un solidale contributo, di conoscenza e informazione, alle popolazioni di ex e potenziali Alluvionati d’Italia. Spero che aiuti a capire, a correggere, a prevenire.

 

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Articolo 13 – Le stramberie degli ambientalisti:

Il WWF rifletta seriamente, prima che esploda la rabbia della gente

Da “La Voce di Mantova” del 16 aprile 2004 – lettera aperta di Nicola Bonelli

 

Egregio Andrea Agapito Ludovici (responsabile Acque per il WWF),

premetto intanto che quando lo scambio epistolare si fa nutrito, come sta avvenendo tra noi due, è mia consuetudine passare al “tu”. Sono più grande di età, perciò non ti manco di rispetto. Con un linguaggio più confidenziale, riesco a capire, a spiegarmi meglio e, se occorre, a trovare le parole giuste per stroncare il dialogo. Data l’importanza che può avere un tuo parere presso la pubblica amministrazione, ho pensato di inviare la presente, insieme alla tua lettera, a tutti i sindaci della Pianura Padana.

Ciò premesso, comprendo il tuo risentimento contro le mie accuse alla “follia pseudo-ambientalista”: da “responsabile” del movimento senti il dovere di prenderne le difese. Ti consiglio però di controllare l’impulso e l’arroganza. Di capire quello che dico (se ti riesce) prima di addebitarmi “una grande confusione” o di classificare le mie “affermazioni, assolutamente non argomentate e fuori posto”. Ti invito a leggere con più attenzione il mio “parere sul rischio idrogeologico in Pianura Padana”. Lo trovi pubblicato su “La Tribuna di Lodi”, al numero del 3 aprile scorso, sul sito www.tribunadilodi.it. E, se il problema che ti assilla è la Pianura Padana (e non il sottoscritto), se hai da fare qualche critica o da proporre suggerimenti costruttivi, inviali allo stesso giornale. Credo che saranno ben lieti di riceverli e pubblicarteli.

Comprendo i tuoi dubbi circa la mia (“probabile”) buona fede: in tanti anni di attività ne ho conosciuti di lestofanti, sia nella categoria dei Cavatori (la mia) che in quella degli Ambientalisti (la tua). Ogni buona famiglia, si sa, ha la sua pecora nera. Se le famiglie si ingrandiscono, i Lestofanti proliferano e riescono a mimetizzarsi: nascondendo per esempio fini reconditi dietro i nobili intenti dell’Ambientalismo. Ciò non toglie che entrambe le “famiglie” siano rispettabili perché assolvono – con pari dignità – ognuna al suo ruolo, importante, nella società.

Cerchi di insinuare che il mio parere – sulla necessità di adeguare la sezione di deflusso del Po e dei suoi affluenti, e quindi di asportavi il materiale in eccesso per ridurre il rischio idraulico – sia solo un pretesto per assecondare gli interessi di chi ha bisogno di quel materiale, “guarda caso, in relazione all’avanzamento dei lavori della TAV”; e che con questa mia uscita starei “alimentando le voglie dei cavatori più spregiudicati”.

Conosco questa tecnica maligna e fuorviante, spesso utilizzata dai tuoi colleghi. La tecnica, cioè, di distogliere l’attenzione della gente da un problema di interesse generale (il governo idraulico dei fiumi appunto), e pilotarla contro l’interesse privato di una categoria di imprenditori, con l’obiettivo di demonizzarli, adombrando aspetti di presunta illegittimità, su un’attività assolutamente legittima.

Nel capitolo “gli Strumenti del Disegno”, sul mio sito, spiego come avviene questo vergognoso processo di criminalizzazione. Ti invito ad evitare simili meschinità e ad affrontare seriamente il problema, ripeto, della Pianura Padana.

E poi spiegami un po’: visto che i lavori della TAV sono comunque da farsi, se non vuoi che si utilizzino gli inerti fluviali (di proprietà pubblica), a quali cave (di proprietà privata) bisogna rivolgersi? E ancora, perché ti disturba tanto il risparmio che si avrebbe sul costo di tali opere grazie a quel “materiale a buon mercato”? Non sarà per il danno che subirebbero le anzidette cave? Parli a vanvera o stai pensando a qualcuna di esse?.

A quanto pare, sei talmente indottrinato contro la regimazione degli alvei, che spesso la chiami in causa anche a sproposito, così come hai fatto nel documento “Guerra d’Acqua nel Po” www.wwf.it/Lombardia/documenti/laseccadelPo.pdf. Un documento, circolato sotto l’egida del WWF in occasione della siccità del 2003, in cui sostieni che la secca del Po è stata allora determinata non dalla effettiva mancanza d’acqua ma soltanto “dall’eccezionale abbassamento dell’alveo”. Ed a sostegno di questa tesi fai rilevare che in quello stesso periodo la falda acquifera aveva mantenuto il suo livello normale: quindi l’acqua c’era. Con quest’affermazione dimostri una totale ignoranza su come funziona l’interscambio tra falda acquifera e fluenza superficiale.

Questo è grave per un “Responsabile Acque del WWF”, e mi induce a chiedermi: ma quel simpatico orsacchiotto rappresenta ancora una cosa seria o nasconde una barzelletta o cos’altro?.

Per tutto il resto, quel tuo studio non corrisponde alla realtà ed è palesemente strumentale ad altri fini. L’idea fissa che hai contro l’escavazione in alveo ti porta a negare l’evidenza, e ad affermare che “l’alveo del Po, come quello di molti suoi affluenti si è abbassato notevolmente”.

La realtà, che non puoi non conoscere, è invece tutt’altra cosa. C’è un diffuso e macroscopico innalzamento del Po, degli affluenti e dell’intera rete idrografica: ormai tutta a costante rischio di esondazione.

Probabilmente la spiegazione di questa abnorme “interpretazione” si trova nell’altro tuo documento: “Patto per i fiumi” www.wwf.it/ambiente/dossier/Po.pdf, con il quale sponsorizzi i cosiddetti “interventi di rinaturazione del fiume Po”, che altro non sono che cave di prestito.

In pratica, da una parte (nel primo documento) ti opponi con forsennato accanimento alla bonifica e ripristino della sezione di deflusso degli alvei, ad un’operazione manutentiva, necessaria e di pubblico interesse, che comporta l’inevitabile asporto del sedimento alluvionale che li ostruisce; ti opponi proclamando menzogne ed insinuando torbidi interessi privati. Dall’altra parte invece (nel secondo documento) caldeggi l’apertura di vere e proprie cave private fuori alveo: nelle lanche, nei meandri abbandonati, nelle aree protette e nei parchi fluviali. O sponsorizzi la creazione di ridicole casse d’espansione, la cui realizzazione comporta asportazione di materiale per milioni di metri cubi.

Pensando al vantaggio economico che potrà derivarti da progettazione e gestione di quegli “interventi di rinaturazione”, comprendo la tua “politica”. Ma condanno la follia da cui nasce. E sento il dovere di allertare le popolazioni della Pianura Padana, date le gravi conseguenze che ne deriveranno per la loro vita ed i loro beni.

Con queste strane idee, rappresenti un pericolo pubblico per quelle popolazioni. Pericolo maggiormente grave per la tua “autorevole” presenza nei comitati delle Autorità di bacino, all’interno delle quali si decide, si pianifica e si disciplina la politica sulla difesa del suolo. Se in quelle sedi  trovano applicazione le tue idee balzane, dico solo: povera Pianura Padana!.

Attenzione! L’attuale politica nazionale sulla Difesa del Suolo sta sfasciando l’Italia.

Alle varie Sedi di WWF, Legambiente e Italia Nostra, cui invio la presente per conoscenza, rivolgo l’invito ad una seria riflessione, ad un ravvedimento e ad una svolta radicale. Fate ancora in tempo, prima che esploda la rabbia della gente.

Spero di richiamare anche l’attenzione delle Autorità governative, ad ogni livello, sul pericolo costituto dalle Autorità di bacino, laddove si predispongono piani e programmi sulla spinta di idee folli ed “interessi particolari”.

Vorrei allertare in primo luogo i Sindaci. Invitarli a fare un’immediata ed importante verifica, oggettiva ed elementare, sullo stato degli alvei fluviali, del Po e dei suoi affluenti: sono vuoti e abbassati (come dice Agapito) o sono ostruiti, innalzati e pensili, ed a rischio d’esondazione, anche con portate minime?. Fatta questa verifica, vorrei consigliare loro di farsi promotori di una mobilitazione della base, affinché la protesta possa svolgersi in modo civile e non sfoci nella violenza. Perché, ne sono certo, solo con la mobilitazione e la protesta delle Comunità interessate si può sperare in una svolta di questa politica scellerata.

Infine vorrei far notare, al legislatore, che lo “stimolo” – a certi progetti di appropriazione a medio-lungo termine del territorio – nasce dalle recenti modifiche del codice civile apportate dagli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 37/94. Modifiche che mettono a rischio la proprietà privata, a vantaggio di chi mira ad appropriarsene gratuitamente.

L’effetto nefasto di quelle modifiche sarà la guerra civile: tra i proprietari rivieraschi, che perderanno la propria terra senza alcun risarcimento,  e gli aspiranti gestori di parchi, oasi ed aree protette, che si approprieranno di quella stessa terra: senza spendere una lira, ma solo promuovendo la politica dell’abbandono degli alvei fluviali.

Speriamo che Buonsenso prevalga, prima che sia troppo tardi.

 

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Articolo 12 - Le beffe della Protezione Civile  -

Circolare della Protezione Civile del 7 agosto 2003 – di Guido Bertolaso

(inviata a ministeri, prefetture, regioni e province)

 

E' ben noto che una parte non trascurabile della vulnerabilità che il nostro Paese frequentemente presenta. al manifestarsi di eventi meteorologici intensi, anche se non estremi, è imputabile ad un reticolo idrografico superficiale, sia naturale che artificiale, che, incidendo il territorio nazionale con una altissima densità ed interessando con continuità centri abitati ed aree industriali. necessita ormai di una cura continua ed adeguata ai fini di mantenerne l'efficienza e l'efficacia.

Tale cura dovrebbe comprendere, oltre alla sorveglianza e manutenzione ordinaria dello stato funzionale di ripe, argini ed aree golenali nonché di quelle opere ed infrastrutture che potrebbero influire, soprattutto in regime dì piena, sul deflusso anche regolato delle acque, la sollecita e ben più semplice rimozione sia di relitti e rifiuti presenti che del fasciame accumulato presso le pile dei ponti e di altri manufatti presenti negli alvei e lungo le sponde dei corsi d'acqua anche minori, che certamente possono contribuire all'ostruzione di luci ed allo sbarramento temporaneo del corso d'acqua con la formazione di pericolosi invasi effimeri.

Il periodo particolarmente siccitoso, che ha interessato in modo anomalo e per un lungo periodo anche le Regioni settentrionali ha determinato non solo per il Po, ma per molti corsi d'acqua anche regionali uno stato di magra e di esposizione degli alvei che non trova riscontro da molti anni, creando anche condizioni favorevoli per l'espletamento di tale cura. . . .

Altresì, le condizioni climatiche attuali e complessive relative al bacino del Mediterraneo ed in particolare al nostro Paese fanno presagire la possibilità che il susseguirsi di eventi meteorologici avviatosi durante il presente periodo estivo, accompagnato da precipitazioni e manifestazioni temporalesche localmente anche particolarmente intense, possa, tra l'altro, dare origine a piene anche repentine e quindi ad esondazioni delle acque difficilmente governabili.

Alla luce dì tale situazione, le Regioni, qualora non abbiano già operato in tal senso, vorranno predisporre urgentemente indirizzi e/o programmi anche speditivi sia di generale pulitura degli alvei dei corsi d'acqua che interessano il proprio territorio sia di immediata attuazione di quegli interventi ritenuti possibile ed essenziali prima del periodo autunnale.

A tal fine, le Regioni, anche in quanto titolari in forma singola o associata dei poteri di Autorità di bacino e nell'ambito delle Autorità di bacino di rilievo nazionale, vorranno adoperarsi nell'ambito delle proprie competenze e possibilità affinché le province ed i comuni, nonché i consorzi di bonifica e gli altri enti strumentali interessati, siano posti in grado di procedere e procedano anche amministrativamente in modo rapido ed efficace.

In tale contesto, potranno essere utilmente valutati il ricorso alle associazioni dì volontariato e, se del caso, specifiche azioni da parte dei Sindaci dei comuni frontisti interessati, volte, oltre che ad informare la popolazione sulle attività in corso, a garantire la possibilità di realizzare adeguati campi base, il buon svolgimento delle attività nei cantieri e, anche facendo ricorso alla Polizia municipale, la sicurezza di campi e cantieri.

Nel rammentare come la sicurezza in acqua e gli interventi particolarmente a rischio non possano prescindere dal ruolo fondamentale dei Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e dei propri reparti specialistici, si segnala l'opportunità che le Regioni, oltre a garantire una  assistenza sanitaria adeguata, diano vita anche d'intesa ed in piena collaborazione con gli Uffici Territoriali di Governo, le province ed i comuni interessati, a squadre miste di volontari utili per la rimozione, lo stoccaggio temporaneo, la cernita del materiale recuperato, nonché per il definitivo smaltimento. E' infine utile raccomandare che tutte le azioni siano progettate, programmate e svolte in condizioni di piena sicurezza e nel pieno rispetto dell'ambiente.

Firmato: Guido Bertolaso

 

Nota. E così si scopre che con quel suo invito a “pulire gli alvei” (v. articolo 14) Bertolaso non si riferiva ai tanti milioni di mc di ghiaia e sabbia – che ostruiscono gli alvei e rappresentano la vera causa di alluvioni e disastri – ma solo alla mondezza che li sporca: stracci, lattine vuote, buste di plastica, rami secchi ecc… Insomma, da una parte si illude (e si inganna) la gente preoccupata del pericolo incombente, dall’altra si dà la possibilità, a chi ci specula sopra, di organizzare sceneggiate televisive, con squadre di volontari (adulti ignari e bambini innocenti); e di farsi un po’ di pubblicità sulla equivocata “pulizia degli alvei”, raccogliendo quattro sacchi di mondezza. Quanto al vero rischio idraulico, al “rischio reale”, non si è fatto molto per ridurlo, niente di veramente valido per (ri)mettere in sicurezza il territorio, ma si è pensato soltanto a come allertare e far scappare la gente da quel territorio. Assistiamo infatti al proliferare di costosi piani comunali d’emergenza, concepiti nell’ottica del “si salvi chi può”. Piani che alla prima prova si rivelano a volte inadeguati e persino grotteschi; e che servono solo ad alimentare la psicosi del pericolo, la paura nella gente: a rendere più precario il rapporto con il territorio d’appartenenza. Poveri noi!!!.

 

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Articolo 11 – Alluvioni e fiumi in secca  -

Due aspetti dello stesso problema: l'ostruzione degli Alvei fluviali.

Da “Quarry & Costruction” dell’agosto 2003 – di Nicola Bonelli

 

In un'intervista apparsa su "la Stampa" lo scorso 23 luglio (v. articolo 14), il Capo della Protezione civile, Dr. Guido Bertolaso, paventa e quasi preannuncia, per la pianura padana, due imminenti catastrofi: la prima si verificherà, se non piove, nel prossimo mese di agosto; la seconda si verificherà, quando pioverà e pioverà tanto, con le alluvioni del prossimo autunno-inverno. A proposito della seconda, fa sapere di "aver chiesto alle Regioni di approfittare della situazione (di secca) per pulire gli alvei".

Così dicendo, Bertolaso addebita la "catastrofe alluvione" soprattutto alla ridotta capacità di deflusso lungo gli alvei fluviali, a causa della loro ostruzione appunto. E così dicendo egli ha messo, come si dice, il dito nella piaga, cioè il problema che assilla non solo il Po ed i suoi affluenti ma tutti i fiumi italiani: la mancata pulizia degli alvei. Evviva la chiarezza. La pluridecennale sedimentazione del solido alluvionale, trasportato dalle ricorrenti piene, ha provocato l'ostruzione degli alvei, tanto da ridurne la sezione di deflusso fino a non poter contenere nemmeno le piccole ed ordinarie portate; ed ha inoltre provocato il progressivo innalzamento di quota dei profili idraulici fluviali.Questo fenomeno rappresenta un serio pericolo per l'assetto del territorio perché favorisce entrambe le succitate "catastrofi": alluvioni e fiumi in secca.

 

1) Alluvioni. L'innalzamento del fondo alveo del fiume principale provoca l'innalzamento degli affluenti e dell'intera rete di fossi e canali di scolo di pianura, che, direttamente o non, si immettono nel fiume. Viene così compromesso il delicato equilibrio idrogeologico esistente tra il Fiume e la Pianura che lo costeggia. Qui la pendenza dei tronchi terminali degli affluenti e dei canali di scolo, pendenza già vicina a valori minimi, si riduce ulteriormente. Ne consegue la difficoltà di deflusso, il ristagno ed un'accentuata sedimentazione del trasporto solido. Alvei, canali e fossi si intasano. Si ostruiscono i tombini stradali e ferroviari. L'intera rete idrografica di pianura va in crisi.

La linea ferroviaria, avendo un più rigido andamento altimetrico, è la più colpita da questo modificarsi dell'assetto idrogeologico. Le FF.SS. spendono centinaia di miliardi l'anno per pulire canali e tombini, che dopo ogni piovuta tornano ad intasarsi. Se la quota di deflusso continua ad alzarsi non sarà più sufficiente allargare i tombini ma si dovrà innalzare l'intera rete ferroviaria presente in pianura. Lo stesso si dovrà fare per le strade, gli insediamenti e tutto il resto. L'innalzamento di quota del punto di confluenza nel Po e la conseguente riduzione di pendenza del tratto terminale degli affluenti, entrambi causati dalla stratificazione del sedimento alluvionale, provocano una riduzione di velocità della corrente lungo il tratto pianeggiante dell'affluente stesso. Con ridotta velocità occorrerebbe una maggiore sezione di deflusso per contenere la stessa portata. Ed invece, sempre a causa del sedimento alluvionale, si è ridotta anche la sezione di deflusso.

Ostruzione degli alvei e riduzione della velocità di deflusso: queste sono le cause che provocano i frequenti straripamenti, che ormai avvengono anche con portate minime, lungo gli affluenti del Po. L'aumento della velocità di corrivazione lungo il bacino idrografico, che spesso si sente nominare durante gli eventi disastrosi, è solo una grande balla. Nelle ultime alluvioni si é notato inoltre, rispetto al passato, un forte aumento, questo sì, di apporto solido, che ha contribuito anch'esso a complicare la situazione, riducendo ulteriormente la sezione di deflusso degli alvei fluviali.

 

2) Fiumi in secca. Quando la portata si riduce al minimo, la residua quantità d'acqua (portata di magra), che di solito defluisce (a vista) negli alvei, si infiltra nel deposito alluvionale formatosi in alveo - che nel caso del Po e dei suoi affluenti raggiunge anche 2-3 metri di spessore - e da qui buona parte di essa si disperde nella falda del sub-alveo. La falda acquifera della pianura padana si alimenta, da una parte delle acque che percolano dai rilievi che la circondano, dall'altra, invece, attinge dalle fluenze superficiali del Po e dei suoi affluenti, oppure cede a questi parte della sua acqua: a seconda della prevalenza fra i due rispettivi livelli. Una volta esisteva un intimo legame ed un perfetto equilibrio tra le acque circolanti in superficie (in alveo) e le acque sotterranee (nel sub-alveo), ed avveniva un continuo interscambio tra loro. Capitava - alternativamente nello stesso tratto fluviale o contemporaneamente in tratti diversi dello stesso Po - che il fiume alimentasse la falda o/e che venisse da essa alimentato. Da questo naturale e delicato equilibrio scaturiva la perenne vitalità del fiume Po, che conservava sempre una consistente portata d'acqua, anche in tempo di magra e di siccità prolungata. Adesso non è così, il Po va in secca come una fiumara calabra, perché non esiste più il menzionato equilibrio: il livello di falda si è abbassato, per eccessivo sfruttamento, di circa 3 metri, e la quota del fondo alveo del Po si è innalzato in media di altrettanti 3 metri. Abbiamo quindi un dislivello medio di 6 metri, e quindi l'acqua ha una forte e costante propensione a passare dall'alveo al subalveo.

L'altro fattore che favorisce l'infiltrazione nel sottosuolo è la ridotta pendenza longitudinale del corso d'acqua. Nel tratto di Po che va da Piacenza alla foce abbiamo, per esempio, un dislivello di soli 40 m. in uno sviluppo di 335 km.; quindi una pendenza media dello 0,12 per mille, cioè 12 centimetri per ogni chilometro, praticamente quasi nulla. In queste condizioni, e con lo strato di deposito alluvionale formatosi all'interno degli alvei - che da una parte frena l'avanzamento dell'acqua in superficie e dall'altra, essendo fortemente permeabile, favorisce l'infiltrazione verso il subalveo - la portata di magra finisce quasi tutta per sommergersi nella falda acquifera. Dove sicuramente son finiti anche i 6 milioni di mc di acqua rilasciata nei giorni scorsi dai bacini montani … e poi svanita nel nulla.

Pulizia degli alvei quindi, non solo per contenere le portate di massima piena, ma anche per far ricomparire negli alvei le minime portate di magra. E particolare attenzione verso l'equilibrio tra il livello di falda e la quota del fondo alveo. Questo è il minimo che bisogna fare per prevenire e/o quanto meno lenire i Disastri in Valpadana. Una volta la Disciplina delle Acque si conseguiva basandosi su cognizioni di geomorfologia ed applicando le regole matematiche di idraulica, idrologia e sedimentologia. Regole note sin dall'avvento dell'Homo Sapiens, regole funzionanti per millenni.

Ora invece, nell'era della "scoperta" dell'Ambiente, tutto questo non si usa più. Il termine "disciplina" è considerato una bestemmia. "I fiumi devono evolvere secondo natura": si sente dire da più parti. E si va avanti con idee astratte ed a volte mistificatorie: SI PIANIFICA. Si vagheggia, insomma, in una specie di delirio ideologico, peraltro di dubbia autenticità. Ed il Po, che grazie a quelle regole era un grande fiume ed una delle più importanti vie d'acqua d'Europa, ora è diventato una pozzanghera. A mio avviso, se non si fa un "passo indietro" e non si torna a quelle Regole, fra non molto l'Uomo Moderno dovrà rinunciare alle sue "Cose di pianura", prima fra tutte l'Agricoltura, e rimontare sulle palafitte o rifugiarsi in montagna.

                                       

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Articolo 10 - Rischio fiumi: Bertolaso lancia l’allarme  -

Da “La Stampa” del 23.07.2003: stralcio articolo di Fabio Poletti:

 

Bertolaso: se non piove sarà una vera catastrofe.

Sembra un paradosso in questa Italia che boccheggia con i rubinetti quasi a secco, le centrali elettriche a singhiozzo, i campi cotti dal sole, le coltivazioni che vanno a farsi benedire e il livello. dei fiumi mai così basso. Sembra un paradosso, ma il capo del Dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso teme che il peggio arriverà questo autunno, quando pioverà e pioverà tanto.

«Il rischio è che arrivi una stagione di alluvioni. Abbiamo un grande accumulo di energia nel mediterraneo, come se ci fosse un boiler che scalda l’acqua e non si scarica con la pioggia. Basta guardare al passato: le grandi alluvioni del ’94 e del 2000 sono state precedute da estati bollenti, caratterizzate da una grande siccità».

D. Dottor Bertolaso, siccità d'estate e poi inondazioni in autunno. sembra un controsenso, non si può fare niente?

R. «I grandi cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti. Ai giochi di Barcellona hanno dovuto mettere il ghiaccio per raffreddare le piscine. Le inondazioni in Germania e a Praga della scorsa stagione danno la dimensione europea per non dire mondiale del fenomeno. Adesso che i fiumi sono in secca, abbiamo chiesto alle Regioni di approfittare della situazione per pulire gli alvei. Non si tratta di fare allarmismi, ma il rischio è reale»…

 

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Articolo  9 - Alluvione 2000: interventi di somma urgenza;

Appalti e Tangenti in “trattativa privata”

Da “La Stampa” del 12.06.2003 – stralcio articolo di Lodovico Poletto

 

La Procura della Repubblica firma sei ordinanze di custodia. Arrestati cinque impresari, latitante un sesto: secondo l’accusa hanno pagato per ottenere commesse dall’ex Magistrato del Po.

Autunno 2000. L'alluvione in Piemonte era appena passata e l'ufficio dell'allora Magispo di Moncalieri (oggi AIPO) tentava di far fronte alle emergenze. Interventi sui fiumi e sulle sponde, lavori di disalveo di corsi d'acqua piccoli e grandi.

L'allora direttore, Girolamo Calvi, affidava a trattativa privata gli interventi di somma urgenza. E gran parte delle imprese che, in quel periodo, portarono ruspe e autocarri sul greto dei fiumi, allungarono al funzionario e ai suoi colleghi, bustarelle gonfie di banconote. Un altro gruppo di imprenditori che, senza battere ciglio, avrebbe pagato pur di ottenere lavori, è stato arrestato ieri mattina dai finanzieri del Nucleo provinciale di polizia tributaria …

 Ed era stato proprio Calvi, finito in carcere lo scorso marzo, a spiegare ai pm Storati e Furlan (che con il collega Parodi ed il collega aggiunto Tinti conducono l’inchiesta) il sistema dell'assegnazione degli interventi: «Gli imprenditori venivano in ufficio e mi dicevano quale lavoro gli interessava. La gara d'assegnazione, però, avrebbe dovuto farsi tra cinque imprese. Io invitavo l'interessato e lui gli altri, che, ovviamente, non avevano alcun interesse... ». Ed il gioco era fatto.

Nella sua lunga confessione, l’ex funzionario capo del Magistrato del Po ha fatto il nome di una quindicina d’imprese, in parte arrestate e qualcuno latitante, che con il descritto sistema di affidamento lavori hanno eseguito una raffica di interventi di disalveo e difesa spondale. Tutto sommato modesto, invece, il giro di tangenti contestate ai fermati: si va dai dieci ai quindici, ai venti milioni di vecchie lire. Mai di più. Qualcuno li consegnava dentro delle banalissime buste. Altri, invece, infilati in scatole con bottiglie di champagne. Questione di eleganza.

I soldi, hanno dimostrato le indagini condotte dagli uomini del capitano Rando, in alcuni casi sarebbero finiti a Calvi e ad altri funzionari del Magispo, per accelerare il saldo di fatture, oppure far sì che, in caso di verifica sulle opere, si chiudesse un occhio.

 

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Articolo 8 – Sistemazioni-fantasma, 1988-90, in Basilicata:

grandi Operazioni spartitorie

Da “la Nuova Basilicata” dell’1 aprile 2000 – articolo di Nicola Bonelli

 

Difesa del Suolo: le “Sistemazioni fluviali” FANTASMA realizzate dalla Regione Basilicata tra il 1988 e il 1990. Fondi F.I.O. (Fondi Investimento Occupazione). Fondi per attivare lo Sviluppo, o sottosviluppo per attirare i Fondi?.

Nel periodo 1988-90, la Regione Basilicata realizzò lungo il fiume Basento una serie di “sistemazioni idrauliche”. Di quelle sistemazioni ve ne sono due tratti particolarmente “interessanti”:

Primo tratto: compreso tra lo scalo di Salandra e il viadotto Turato - importo 7 miliardi e 700 milioni, circa 15 chilometri di fiume. Vi era prevista la sistemazione dei tratti di Calciano e di Grassano. Ne furono invece “sistemati” soltanto 5 chilometri in agro di Calciano.

Secondo tratto: (più a monte del precedente spendendo 156 miliardi di fondi F.I.O. appaltò lungo il fiume Basento una serie di “sistemazioni idrauliche”: costruzione di gabbionate e adeguamento della sezione di deflusso, con asportazione e trasporto a rifiuto di materiale in esubero. Due di questi appalti sono particolarmente “interessanti”:

Secondo tratto: più a monte del precedente, compreso tra il viadotto Turato e lo scalo di Campomaggiore (importo 7 miliardi e 300 milioni); l’insieme delle due perizie prevedeva la sistemazione di 25 Km di Basento (agro di Calciano e Grassano). Ma, con apposita perizia di variante, i lavori del secondo appalto furono traslati più a valle, in sovrapposizione del primo tratto, ed alla fine furono sistemati solo 5 chilometri di fiume. In pratica, entrambi i Lavori appaltati - sistemazione di 25 Km di fiume - furono collaudati “utilizzando” due volte gli unici 5 chilometri realizzati. In sostanza, l’unico ad essere “sistemato” in quegli anni fu il Pubblico Denaro: 15 miliardi in 5 chilometri, 156 miliardi lungo l’intero Basento. 500 miliardi lungo tutti i fiumi lucani. ………….….

Attenzione! Grandi manovre in vista. E’ in arrivo dall’Unione Europea un’altra barca di soldi: 4.000 miliardi di lire (Obiettivo uno) da spendere nei prossimi cinque anni, per promuovere, ancora una volta, lo sviluppo. Il grosso dramma di questa regione è il dissesto del territorio. Un dramma definito da Giustino Fortunato “Sfasciume Pendulo”: da sempre invocato dai politici per chiedere finanziamenti: prima a Roma ed ora a Bruxelles. Nonostante i soldi spesi, lo sfasciume è ancora tale. Negli Atti del Ministero dell’Ambiente, infatti, i bacini dei fiumi lucani (Agri, Basento, Cavone e Sinni) sono inclusi tra le aree a più “elevata erosione del suolo” dell’intero territorio nazionale. Per cui, è facile prevedere che gran parte del denaro in arrivo venga incanalato nel capitolo “Difesa del suolo”. E da qui finisca per essere sistemato lungo i fiumi. Oppure sommerso nel mare jonio: “per fermare l’erosione della costa”: nuovo filone ancora tutto… da appaltare.

La speranza, comunque, è sempre l’ultima a morire. E’ auspicabile: - che l’Europa eserciti un controllo diretto e rigoroso sull’uso di quei fondi: su programmi, progetti e loro esecuzione; - che proceda ad una verifica sui fondi del passato; per esempio sugli 8.000 miliardi di F.I.O. stanziati dalla CEE e distribuiti dal CIPE nel maggio ’88 per creare occupazione: quanti i posti di lavoro e quanti i Fantasmi; - che la gestione dei nuovi fondi finisca nelle mani di persone competenti e scrupolose, e non in quelle dei soliti irresponsabili Furbastri.

Se non ci sarà rigore, nell’utilizzo di quei fondi, tra cinque anni la Basilicata si ritroverà punto e daccapo: in pieno Sottosviluppo (magari ancora utile ai “soliti noti” per attivare altri finanziamenti), con il territorio in avanzato dissesto, con la disoccupazione in aumento. E il popolo lucano avrà perso un altro pezzo di Dignità.

Gli aiuti economici, piovuti dall’alto e spesi senza controllo, producono soprattutto Corruzione. Nell’annunciare quest’ennesimo “finanziamento straordinario”, i Governanti regionali plaudono e ringraziano la Comunità Europea. Ma i Donatori sappiano che la Storia ascriverà simili DONI non come nobile atto di Generosità, bensì come vile azione di Contaminazione della Società lucana.

 

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Articolo  7 – Una carognata amministrativa regionale:

“Divieto d’estrazione dal Basento, ma non per tutti”,

così precisa a “la Nuova” l’amministratore della Inerco.

Da “la Nuova Basilicata” del 24 febbraio 1999 – lettera di Nicola Bonelli

 

Ringrazio per l' attenzione che il giornale ha rivolto ai problemi che assillano la mia azienda, la Inerco Srl, operante in agro di Calciano (MT), presso lo scalo di Garaguso. Mi rife­risco all' articolo: "Nessuna estrazio­ne dal Basento" di Piero Germano, pubblicato sul numero dello scorso febbraio. Sul quale articolo vorrei esprimere alcune precisazioni, con preghiera di pubblicarle, al fine di rendere una più completa informa­zione sull' argomento: a cominciare dal titolo dell' articolo. che potrebbe essere "Divieto di estrazione dal Ba­sento... ma non per tutti". Infatti, mentre alla Inerco viene negata l'au­torizzazione, ad altre 10 Ditte viene concessa. Ditte che operano lungo lo stesso fiume Basento, e sono dirette concorrenti della Iner­co.

In pratica, l’Ufficio Territorio di Matera, nello stesso periodo, nelle stesse condizioni oggettive e richiamandosi alle stesse leggi: a noi nega ad altri concede. Nel leggere la lettera di rigetto della mia istanza, ho pensato in un primo tempo ad un errore di battitura. Per cui ho ritenuto opportuno parlarne direttamente con I'Ing. Francesco Saverio Acito, re­sponsabile di quell'Ufficio e firma­tario della lettera, per fargli notare 1'errata citazione del testo della legge, per illustrare il progetto da me presentato, e per evidenziare, attraverso l’esame immediato di alcu­ne fotografie, il carattere d'urgenza che riveste l'intervento proposto: urgenza ai fini del buon governo delle acque e della salvaguardia di opere i­drauliche presenti in quel tratto flu­viale. Ma l’Ing. Acito si rifiuta di e­saminare il progetto e, in quanto alla lettera, mi informa, seduta stante, che non c’è alcun errore di battitura e che quella riportata nella lettera è proprio la sua inter­pretazione della legge, per cui "se non vi sta bene fate ricorso".

Mi ero illuso di potermi confrontare con la competenza di un Tecnico. Mi è toccato scontrarmi con l’arroganza di un Burocrate. Probabilmente, non sono le Leggi a determinare il rilascio delle autorizzazioni, ma regole non scritte e non a tutti note. Alcuni anni fa, per esempio, e­ra "buona regola" farsi socio qual­che funzionario regionale per otte­nere l'autorizzazione: con più faci­lità e con uno sconto dell'80% sul prezzo pagato dagli altri. Non cono­sco qual è la "regola" che vige attualmente, e che, di fatto penalizza noi e favorisce gli altri. Proprio per capire questa "regola" mi soffermo a riflettere sulla diversità esistente, come estrattori, tra la Inerco e la ditta Manenti Vittorio, per esempio, si­ta presso lo scalo di Salandra.

Dal 1980 ad oggi, cioè da quando, con la legge reg. n. 12 del 1979, la Regio­ne si è dotata di una disciplina che regola l’attività estrattiva in Basili­cata, la Inerco ha esercitato l'attivita nel pieno rispetto di questa legge, ottenendo dalla Giunta regionale nu­merose concessioni estrattive plu­riennali, per un ammontare com­plessivo di circa 400.000 mc. di ma­teriale inerte: tutto prelevato dall' al­veo del fiume Basento ed intera­mente pagato. Nello stesso periodo, la ditta Manenti ha usufruito di au­torizzazioni per meno di 50.000 mc. complessivi, ma ha trasformato e venduto più di 500.000 mc di inerti. E non risulta che in tutti questi anni si sia fornito da altra fonte, se non dal Basento E con il tacito con­senso dell'Ufficio Territorio. E que­sto ufficio non può non sapere che il minimo vitale di produzione, per un impianto industriale di inerti è di al­meno20.000 mc all' anno. Non può non sapere the i cumuli di materiale esistenti presso gli impianti, proven­gono sicuramente dall’estrazione fluviale. Conosce benissimo tutto quanto, l'ufficio Territorio di Mate­ra, eppure continua a rilasciare ridi­cole autorizzazioni da 3.000 mc, u­na tantum, ad impianti industriali,  senza minimamente vigilare sui quantitativi effettivamente estratti. E, cosi facendo, continua non solo a consentire, ma addirittura ad incen­tivare l'estrazione abusiva: ne paghi mille ma ne puoi prendere diecimi­la. E' una forma, neanche troppo ve­lata, di istigazione a delinquere, invalsa ormai in entrambe le province, che sta trasformando la categoria degli Estrattori fluviali, da dignitosi imprenditori, in Elemosinanti e La­druncoli. Rifiutando di adeguarmi a questo "sistema", io presento ogni volta richieste di concessione estrat­tiva per centinaia di migliaia di mc.

Quantitativi che corrispondono, nella realtà, sia alla necessità primaria del governo delle acque che al fabbisogno della nostra azienda.

Il progetto (costato 20 milioni) allega­to alla domanda appena respinta re­datto da tecnici qualificati. liberi professionisti, evidenzia uno stato di disordine idraulico, lungo un tratto di 4 km di Basento, caranerizzato dalla esistenza in alveo di 260.000 mc. di materiale in eccesso, la cui in­gombrante presenza costringe la corrente verso le sponde e provoca erosione e scalzamento alle difese spondali: gabbionate costruite 10 anni fa, costate 15 miliardi di lire, destinate a crollare se non si inter­viene in tempo. L' intervento da me proposto prevede la rimozione dei 260.000 mc. di materiale: 90.000 da utilizzare per il consolidamento delle difese spondali, e la restante parte di 170.000 mc. da destinare all' im­pianto di produzione inerti. E’ un in­tervento che riveste carattere di ur­genza e di pubblico interesse. La sua sollecita esecuzione, nei termini da noi proposti, produrrebbe un van­taggio economico di circa due mi­liardi per la Pubblica Amministra­zione.

Ma, evidentemente, tutto questo non ha alcuna importanza per l’ing. Francesco Saverio Acito, dirigente dell’Ufficio Territorio di Matera. Anzi non ne vuole proprio sapere. E perciò mi re­spinge il progetto senza nemmeno esaminarlo. Mentre, agli altri Estrat­tori, lo stesso Ufficio appronta persi­no i progetti relativi alle autorizzazioni.

Incredibile ma vero. La mia azienda viene osteggiata, discrimi­nata e danneggiata dalla struttura pubblica, solo perchè pretende di operare nella le­galità e nel rispetto dell'Interesse Generale. E' mortificante e sconcertante. Mi vengono in mente i ricorrenti sermoni del presidente Oscar Luigi Scalfaro, i suoi richia­mi alla "Cultura della legalità", o il "Codice Etico" adot­tato dagli Industriali della provincia di Matera. E' tutto da ridere. La ringrazio e la saluto.

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Nota. A seguito di un mio ricorso, una sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, in Roma, ha dichiarato “illegittimo” il descritto provvedimento di rigetto, , precisando che “l’arresto del procedimento in parola sulla base dell'invocata norma 37/94 (del resto, riportata, in termini del tutto erronei e fuorvianti) costituisce violazione della norma stessa; e costituisce anche violazione dei principi sulla necessità della conclusione del procedimento di cui all’art. 2 della legge n. 241/1990”. Insomma: una ignobile carognata, commessa con duplice violazione di legge, a firma dell’esimio Ingegnere Francesco Saverio Acito da Matera.

 

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Articolo 6 – Alluvione ‘94: “ricompaiono” i detriti in alveo;

se ne appalta la rimozione per milioni di metri cubi

Da “La Stampa” del  05.11.1995 - intervista di V. Tess.

 

D: Professor Baroncini la gente è preoccupata

R. “Lo capisco. E poi in questi  momenti in cui si comincia a vedere qualche nuvolone o qualche piovasco, che in verità è abbastanza ordinario”.

Emilio Baroncini è il presidente del «magistrato del Po», l'ufficio che si occupa dello stato dei fiumi. In maniera non impeccabile, secondo il procuratore Sebastiano Sorbello, di Asti, che ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ingegner Carlo Condorelli, rappresentante in zona del «magistrato» per disastro e omicidio colposi: mercoledì 22 l'udienza preliminare. Un'altra bufera, dunque. Ma, professore, qual è la sìtuazione, oggi?

“Mah!, ci eravamo un po' illusi, tenuto conto di un settembre abbastanza inclemente: per una legge dei contrasti abbiamo sperato in un novembre meno inclemente”.

Va bene, ma che cosa significa? Che tutto andrà per il meglio solo se non piove?

“Ma no! Il programma che ci eravamo proposti di realizzare sta per completarsi”.

E qual era?

“Il raggiungimento di una prima sicurezza. Questo si sta facendo, secondo i piani”.

Un lavoro vasto?

“Le faccio soltanto un numero: nell'arco di quasi un'annata, perché abbiamo cominciato un po' dopo, anche se qualche intervento è stato fatto anche durante l'alluvione, abbiamo raggiunto il record di 780 interventi sul territorio e s'intende nell'area interessata dall'alluvione, non solo Piemonte, anche se…”.

Che cosa?

“Beh!, è inutile dire che è stato proprio il Piemonte a fare la parte del leone”.

Ma voi che cosa state facendo?

“Siamo impegnati a tutto tempo come si dice ultimamente in gergo, "h 24". Tutti i nostri uffici sono sistematicamente impegnati fino al limite delle possibilità”.

Che sono sufficienti?

“Non sto neppure a fare il discorso delle strutture non all'altezza, perché è vero che occorrerebbe più personale e mezzi. Ma non è mio costume lamentarmi”.

E allora?

“Cerco di dare il massimo con quello che ho a disposizione. Come fanno tutti i miei collaboratori”.

I risultati di questo sforzo?

“Riteniamo che con questi interventi puntuali, compiuti un po' dappertutto si sia raggiunta una prima sicurezza. Certo, alcuni corsi come il Tanaro, il Bormida e il Belbo sono stati investiti dalla famosa meteora del 4 novembre 1994, che ha fatto registrare valori che, 1o dico senza mezzi termini, Possono considerarsi supereccezionali”.

E che cosa ha provocato, la meteora?

“Ha cambiato completamente in certi punti la loro fisionomia”.

Quali interventi sono necessari?

“Si tratta di rimodellare, ricostruire tutto”.

Insomma, a che punto siamo? Che responsabilità ha il dissesto idrogeologico?

“Lo abbiamo sempre detto; la grandissima impermeabilizzazione dei terreni circostanti porta a far sì che tutto quello che piove cade inesorabilmente, e subito, dentro il corso d'acqua. E non c'è più quel fenomeno, come avveniva molti anni fa, di assorbimento temporaneo da parte dei terreni circostanti che svolgevano una funzione di ipotetica cassa di accumulo temporaneo. E questo naturalmente aggrava”.

Ma se tornasse a piovere come un anno fa, che cosa succederebbe?

“Beh, certamente avremmo molti meno danni. Però non posso dire che non si avrebbero, perché, ripeto, ci siamo trovati di fronte a fenomenologie di carattere molto eccezionale, se posso usare questo termine”.

Il vostro lavoro, in che cosa è consistito?

“Tutti i detriti che si erano formati, o che esistevano in alveo, sono stati più o meno tolti. In qualche punto, forse, qualcosa è rimasto, ma la maggior parte di operazioni di pulitura e di ricalibratura. Sono state fatte, come si sono chiuse le rotte arginali. Questa è la cosa essenziale, cioè dare maggior capacità al deflusso laddove c'è necessità”.

Non era meglio ripulire?

“Occorre fare attenzione: molti credono che sia ben fatto togliere da tutte le parti, in tutte le condizioni. Al contrario, in qualche caso potrebbe essere negativo. Una cifra per chiarire il lavoro: per lasciare spazio all'alveo vivo si sono spostati circa quindici milioni di metri cubi. Non è mica roba da poco”

Ma i vostri sono interventi, diciamo estemporanei o seguono una strategia?

“Stiamo per ultimare uno studio generale, indispensabile perché a fronte della richiesta di un sindaco che vuole un intervento particolare, non si deve pensare che questo possa avere solo un riflesso locale: ahimé!, ce l'ha sull'intero bacino”.

D'accordo, ma la gente continua a diffidare, soprattutto quando vede cementificare gli argini.

“Ma, un momento: non è che noi abbiamo cementificato molto. Comunque, quelle catastrofi non si ripeteranno”.

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Nota: Con il gioco delle Tre carte, e con il miracolo degli “Appalti”, sono ricomparsi gli accumuli di detriti; quegli stessi accumuli che secondo Giuliano Cannata “non esistevano in alcun punto” (vedi Articolo 6).

Bastava averli tolti qualche anno prima, quei 15 milioni di metri cubi,

 …e forse la catastrofe di Alessandria ‘94 non ci sarebbe stata.

 

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Articolo 5 - Alluvioni ’94: gli alvei ostruiti e i fiumi esondano,

“ma non ci sono detriti in alveo” (?)

Dal “Giornale” del 18.05.95 – stralcio articolo di Vittorio Mathieu:

 

“Alluvioni: è ora di rimuovere anche i detriti politici.”

Sul “Giornale” dell'8 maggio è comparsa una notizia che a molti sarà sembrata tragicomica rispetto a quelle, ben più tragiche, seguite alla serie di beffe ai danni degli alluvionati: “Diciotto milioni dì contravvenzioni a chi ha rimosso i detriti”.

Quel provvedimento osceno diviene comprensibile se si richiama alla memoria un altro articolo, ormai lontano, comparso su “La Repubblica” del 9 novembre 1994, cioè subito dopo l'alluvione. Dall'alto della sua cattedra alla “Sapienza” di Roma l'autore, Giuliano Cannata, (del comitato scientifico di Legambiente) dichiarava: “Non esistono accumuli in alcun punto”. Affermazione, a dir poco, sorprendente, in primo luogo perché è del tutto inverosimile che le acque alluvionali, là dove la pendenza diminuisce, non lascino accumuli o detriti; in secondo luogo perché, in ogni caso, l'autore non avrebbe avuto il tempo di esaminare tutti i punti. Si trattava, evidentemente di una "verità politica", che non ha bisogno di controllo; e gli agricoltori di San Zenone Po sono stati multati per aver rimosso detriti che in base a questa verità politica, non avevano diritto di esistere…

…Con questo divieto di intervento, ogni volta che l'acqua precipita trova sponde sempre più malconce: alberi pericolanti sono travolti e, con gli sterpi, trasformano i ponti in dighe, che inadatte al nuovo compito, minacciano di cedere (il ponte sull'autostrada tra Chivasso e Torino non è ancora stato riattato). Il fondo dei fiumi si innalza, impedendo il deflusso, e i corsi d'acqua “divagano” e dilagano dappertutto.

Ora la domanda è: perché non solo non si fa, ma si vieta di fare? A parte i Verdi (che a Casale Monferrato hanno rischiato le legnate di contadini inferociti), occorre tener conto di un interesse in contrasto, da parte di chi sta a valle: se l'acqua scorre veloce, si teme di non poterla contenere. Il ricordo dell'inondazione dei Polesine è ancora vivo e i rimedi presi, probabilmente, non bastano. Il magistrato del Po, che ha sede a Parma, fa il pesce in barile. Nelle quattro regioni che il Po interessa, gli unici capaci di farsi sentire, prima delle ultime elezioni erano i progressisti, al governo in Emilia Romagna. Di qui l'inerzia.

Un comitato per la difesa dei Basso Canavese mi ha mostrato una copia di richieste di intervento posteriori a novembre: tutte inevase. Però, se il caso è scoppiato ora, la questione era stata posta anche prima: e la risposta era stata che i fiumi devono poter divagare…

…Le alluvioni non possono esser viste da destra o viste da sinistra: vanno affrontate di petto, in primo luogo estendendo e curando i boschi. Ora (1995), in tre regioni padane su quattro è al governo il Polo delle libertà, e si dovrà cominciare al più presto a rimuovere i detriti. Soprattutto i detriti politici delle legislature precedenti.

Nota. Speranza vana, quella del signor Mathieu. Ora (2004), a distanza di 10 anni, anziché rimuovere quelli preesistenti, si sono aggiunti altri detriti, alluvionali e non. Con la nascita delle Autorità di bacino, o di altre sovrastrutture, si sono moltiplicate le competenze e si è facilitato lo Scaricabarile. Si respinge la logica della manutenzione e si persevera nell’ottica dell’emergenza.

 

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Articolo 4 - Alluvioni devastanti: “uffici da sopprimere”  -

Dal “Giornale” di fine ’94 – stralcio articolo di Beppe Gualazzini:

 

Altolà al Magistrato del Po: l’Alto Vercellese a rischio d’alluvione denuncia l’abbandono in cui è stato lasciato il fiume. Il sindaco di Borgosesia: “Quegli uffici sono da sopprimere”.

Questa vicenda spero possa servire a indicare a tanti amministratori, funzionari e cittadini come sia risolutiva e davvero democratica la via della fermezza. Premetto che oltre a una sua precisa morale, la storia di come stia avvenendo un recupero rapido della sicurezza di un fiume irruente come Il Sesia porta a due considerazioni: sarebbero bastate poche decine di milioni all'anno, spesi in manutenzione ordinaria preventiva, per risparmiare i due miliardi e mezzo che ora costa alla collettività solo il cominciare a rifare praticamente ex novo le difese del fiume. E basterebbe affrontare una volta per tutte il problema delle cave e quindi dell'estrazione di ghiaia entro e fuori alveo, per consentire a ogni comune di tenersi pulito e difeso il fiume, e ponendo l'escavazione di inerti sotto monopolio pubblico…

...Quando si scatenò l'alluvione non tremarono e patirono solo le popolazioni di riviera attorno al Tanaro, Belbo, Bormida, Po. Si gonfiò ad esempio da scoppiare anche il Sesia nell'Alto Vercellese. A Borgosesia la gente del popoloso quartiere Isola, basso di faccia al Sesia e pullulante di abitazioni e aziende, fu invitata a sgomberare in fretta e furia sotto un cielo plumbeo e con le acque del fiume che ribollivano e da un minuto all'altro potevano uscire e spaccare tutto.

Ma erano richieste platoniche che ricevevano risposte platoniche o addirittura non ne ricevevano affatto. E la situazione restava invariata. Anzi, peggiorava. Come Dio volle nel novembre scorso la grande paura per Borgosesia e dintorni passò. Il Sesia per una volta ancora perdonò. Ma l'idea d'essere ormai costantemente in pericolo, esposta alle prime bizze meteorologiche con case e aziende e vita in gioco, per la gente continuò. E continua ancora a inseguirla. Alle elezioni d'aprile cambiò l’amministrazione comunale, e il nuovo sindaco, Corrado Rotti, scoprì tra le carte numerose richieste d'intervento d'assestamento del fiume Sesia fatte dal predecessore al Magistrato del Po senza alcun successo.

Tutto era caduto nel vuoto. All'inizio di giugno, con lettera indirizzata al Magistrato del Po di Parma, a quello d'Alessandria e al prefetto di Vercelli, Mendolla, il sindaco chiese quindi per l'ennesima volta interventi.

Due settimane dopo: il sindaco spedisce una seconda lettera. “Le condizioni del Sesia sono al limite del delittuoso, una piena anche di modeste condizioni può generare una tragedia”. Ciò però che aggiunge il sindaco ripetendo che gli interventi oltre che doverosi sono urgentissimi non risulta l'abbiano fatto altri: "E' evidente che ‑ dice ‑ in difetto dell'intervento, personalmente codesto Magistrato sarà responsabile di ogni accadimento" … “Con ciò riteniamo che il Magistrato del Po debba essere chiuso. E senza troppe storie: chiuso. La sua inutilità è stata largamente dimostrata: da noi e ovunque …”

 

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Articolo 3 - Appalti pubblici: non c’è trasparenza -

 

Dal “Giornale” del 20 maggio 1992 – articolo della Redazione

ROMA (g.s.) – Ogni anno la torta degli appalti pubblici vale 34 mila miliardi di lire. La metà di questi lavori viene assegnata con procedure totalmente discrezionali, distribuite ad personam senza alcuna gara, tanto che non si conoscono né i partecipanti né gli aggiudicatari. E’ questa la sconcertante conclusione della ricerca, che ha ormai cadenza annuale, condotta dall’AMI, l’associazione delle medie imprese operanti nell’edilizia, presentata ieri dal presidente Paolo Gatti De Gasperi.

In piena tangentopoli milanese l’Ami denuncia, con forza e determinazione, i metodi “. “assolutamente legali” di questo scandalo. “La concussione non è solo amministrativa, ma è anche legislativa perché tutto ciò avviene nel rispetto formale della legge”, ha detto De Gasperi. Ed ha aggiunto: “All’impresa che non vuole cedere alle tentazioni di un mercato improntato alla più sfrenata discrezionalità, non resta che partecipare alle sole gare indette con sistemi trasparenti, cioè 3.600 miliardi all’anno su oltre 34.000 di appalti”.

Circa la metà delle opere pubbliche è distribuita senza alcuna gara ed è costituita da programmi straordinari, emergenze, concessioni unitarie dirette. Ma anche i bandi pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale non sono privi di ombre, poiché il 51 per centoviolano il bando-tipo, il 23 per cento contengono anomalie, solo il 26 per cento è formalmente regolare. Inoltre, secondo l’Ami, l’aggiudicazione a chi offre il prezzo più basso (unico sistema davvero trasparente) è utilizzata solo per il 5 per cento della spesa, mentre per oltre il 43 per cento si utilizza il sistema di aggiudicazione cosiddetta “più vantaggiosa” e il 33 per cento riguarda trattative private. Di questa diffusa irregolarità è, secondo l’associazione, parzialmente responsabile anche il vertice dell’Ance, che non ha assunto soluzioni opportune.

Le medie imprese hanno duramente attaccato l’associazione nazionale dei costruttori. “E’ necessario ripristinare – ha affermato il presidente Paolo Gatti De Gasperi – una vera rappresentatività delle associazioni di categoria ed in primo luogo dell’Ance, dove da tempo regna ormai un oligopolio governato da poche grandi associazioni territoriali”. Secondo l’Ami, l’Ance è infatti un’associazione di associazioni in cui le imprese non hanno voce diretta. Il risultato è un’Ance “bloccata che bakbetta riforme di facciata”.

L’Ami propone, per risanare il sistema, che tutti i lavori finanziati direttamente o indirettamente con denaro pubblico debbano essere sottoposti a gare formali il cui bando deve essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Nessun appalto deve essere mandato in gara senza un progetto definitivo e le gare devono essere indette con asta pubblica. Deve inoltre essere vietato, secondo l’associazione, l’accorpamento degli appalti per categorie di opere e devono essere drasticamente ridotte le trattative private e il sistema dell’offerta più vantaggiosa che,offrendo ampi margini di discrezionalità alle amministrazioni pubbliche, non garantiscono alcuna trasparenza.

 

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Articolo 2 - Un autorevole suggerimento rimasto inascoltato:

“Appalti, 7 Regole per la trasparenza”        

Dal “Giornale” del 13 maggio 1992 – articolo di Lorenzo Acquarone:

Professore di diritto amministrativo – Senatore della Repubblica

 

Le vicende delle tangenti su­gli appalti pubblici, svelate dalle inchieste giudiziarie di Milano, pongono sul tappeto un problema non pia dilazionabile: quello di dettare regole nuove per l'affidamento dei pubblici appalti tali da rendere più difficile, se non proprio impossibile, l'inquinamento dell'esecuzione di opere pub­bliche.

Non conosco gli incartamenti processuali e, comunque, il confine tra concussione e corruzione è già terribilmen­te difficile da individuarsi su piano astratto e teorico. Certo che la normativa vigente, che ha consentito le ruberie e le truffe, è tornata comoda a politici ed amministratori disonesti, ma non è stata sgradi­ta a troppi imprenditori.

Lasciando comunque ai magistrati penali e contabili il loro compito, mi pare indispensabile avanzare qualche proposta, semplice e chiara.

In questo spirito, vorrei for­mulare subito alcune proposte di modifica alla legislazio­ne vigente (che in alcune parti risale al 1865), riservandomi di presentarle al più presto in sede parlamentare con l'au­spicio che su di esse si esprimano quanti hanno a cuore la moralità della pubblica am­ministrazione e sono consapevoli che l'attuale sistema ha fatto lievitare i costi di un'ope­ra pubblica quasi al doppio, se non oltre, di identica opera privata.

1)                      Il nostro sistema, prima con la busta segreta, poi con la media delle offerte, ora con la quasi automaticità della valu­tazione delle offerte anomale, ha sottratto la formazione del prezzo dell'opera pubblica al mercato e lo ha rimesso, un tempo, alla pubblica ammini­strazione, ed ora – almeno di fatto – alle imprese concorren­ti. In questa situazione è evidente che, da un lato, il prezzo può essere artificialmente aumentato (con spazio e per tan­genti e per maggiori utili imprenditoriali) e che, dall'altro, vengono facilitati gli accordi tra le imprese.

Bisognerebbe imporre sem­pre il sistema dell'offerta eco­nomicamente più vantaggio­sa, con largo ricorso al criterio classico del massimo ribasso e dichiarando anormalmente basse soltanto offerte che non reggano ad alcuna giustifi­cazione. Al riguardo mi pare pretestuosa l'opinione (pur largamente diffusa tra im­prenditori seri) che – cosi facendo –si favorirebbe l'avven­turiero che, pur di aggiudicar­si l'appalto, è disposto ad offri­re prezzi stracciati. Non mi pare difficile trovare strumenti preventivi e sanzionatori ido­nei a frustrare operazioni di tal genere.

2)                      Per eliminare usi distorti di discrezionalità, bisognereb­be precisare bene il concetto di «offerta economicamente pia vantaggiosa» evitando che sia rimessa ad arbitrarie valutazioni. L'offerta econo­micamente più vantaggiosa dovrebbe essere in via di prin­cipio quella del massimo ri­basso e, nei pochi casi in cui altri criteri rendano effettiva­mente più vantaggiosa un'of­ferta che presenti un prezzo più elevato, essi dovrebbero essere indicati preventivamente con la massima preci­sione eliminando comunque i cosiddetti miglioramenti tecnologici le cui valutazioni, dif­ficilmente sindacabili, si pre­stano a troppi, non infondati, sospetti.

3)                      Per contenere i costi nell'ambito di quanto preventivato, occorre ridurre le va­rianti (e le conseguenti perizie suppletive) solo ai casi di effet­tiva, conclamata evidenza de­rivante da casi certi di forza maggiore.

4)                      Premessa indispensabile di tutto quanto sopra che l'appalto avvenga con rifer­imento a progettazioni vera­mente esecutive, che – in linea generale – non abbisognino di varianti. Poiché le nostre am­ministrazioni non sono at­tualmente in grado di proget­tare alcunché, bisognerebbe far ricorso a progettazioni esterne (avvalendosi di socie­ di ingegneria o di conces­sionari di progettazione e di­rezione lavori) effettuate da soggetti estranei sia all'esecu­zione dell'opera sia all'affida­mento dei lavori. I progetti do­vrebbero essere in qualche modo garantiti finanziariamente (eventualmente come forme di assicurazione) in modo che le varianti dipen­denti da errori o incompletez­za di progettazione ricadano sugli autori del progetto.

5)                      Ridurre effettivamente, e non solo sulla carta, le ipotesi di affidamento di opere pub­bliche a trattativa privata, dando – nei pochi casi in cui essa appare indispensabile –la massima pubblicita a tale accadimento.

6)                      Modificare l'attuale siste­ma macchinoso di pagamen­to a stati di avanzamento,por­tando semplicità nel paga­mento delle opera eseguite.

7)                      Ridurre i casi di iscrizioni di riserve e, comunque, prevedere che esse siano pro poste immediatamente e decise, anche da collegi arbitrali, in termini brevi e perentori dal mo­mento della loro proposizione.

Si possono certamente trovare altre vie ma ho l'impres­sione che anche quelle sopra indicate siano già di notevole efficacia.

 

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Articolo 1 - Un monito per restaurare la legalità violata:

“…C’è solo da darsi da fare perchè la catastrofe non ci schiacci tutti…”  

            Da “Avvenire” del 10 maggio 1992 – del Cardinale Carlo Maria Martini,

                                                                                              Arcivescovo di Milano

           

Da “Avvenire” del 10.05.1992 – di Carlo Maria Martini

La Nota pastorale della Commissione ecclesiale Giustizia e pace dell'ottobre scorso dal titolo «Educare alla legalità» si presentava come espressione della «viva preoccupazione dei Vescovi per una situazione che rischia di inquinare profondamente il nostro tessuto sociale se non viene affrontata con tempestività, energia e grande passione civile» (Introduzione). Parlando poi delle condizioni per un'autentica legalità richiamava «la necessità che i vari poteri dell' organizzazione statuale non sconfinassero dei loro ambiti istituzionali e che la loro funzione di reciproco controllo non fosse elusa mediante collegamenti trasversali tra coloro che vi operano, perché appartenenti a partiti o a gruppi di pressione o di potere» (n. 5). In seguito richiamava più specificamente quella forma di nuova criminalità che volge a illecito profitto la funzione di autorità di cui è investita, impone tangenti a chi chiede anche ciò che gli è dovuto realizza collusioni con gruppi di potere occulti e asserve la pubblica amministrazione a interessi di parte» (n. 6).

 I recenti scandali di Milano ripropongono l'attualità di questi moniti e della energia e grande passione civile», che i Vescovi invocavano come necessaria per affrontare una situazione che oggi sentiamo tutti drammatica e di giorno in giorno più preoccupante. Purtroppo ciò che oggi emerge a Milano non è se non uno specchio e un segnale di una assai più vasta realtà che era andata aggravandosi da parecchi anni e per la quale non erano mancate le analisi, le denunce, gli inviti accorati a cambiar rotta prima che fosse troppo tardi.

Come muoversi in questo frangente da parte di chi ha a cuore il bene comune e, pur senza anticipare il giudizio della magistratura né colpevolizzare nessuno prima che venga giudicato, sente tuttavia che ci si trova davanti a svolte civili e politiche di estrema gravità e urgenza?

Come muoversi in particolare da parte della comunità cristiana, che deve saper leggere ogni evento alla luce del mistero dell’iniquità ma anche insieme del mistero della redenzione che Dio offre a una umanità fragile e per questo bisognosa di essere continuamente richiamata alle sue più alte responsabilità e confortata con la forza dello Spirito Santo?

Valgono innanzi tutto alcune osservazioni generali. II fatto che si attui come una sorta di «ribellione morale», che emergano nell'opinione pubblica un rifiuto e un disgusto per tutto quanto succedeva da anni senza che si potesse mai sapere a fondo la verità è un fatto positivo. Si doveva pure, in Italia, cominciare in qualche luogo a far chiarezza rispetto ai «si dice», alle espressioni rassegnate e allusive di chi parlava di inquinamento crescente nella gestione della cosa pubblica senza che si riuscisse mai ad andare al di la di generalità, di cui si era dissertato in sede teorica appaiono alla luce del sole, permettono di guardare in faccia il problema, di coglierne la gravità e la pervasività, di esorcizzare un incubo che da tempo pesava sull'animo di molti e di far emergere quelle forze sane che finora gemevano in una sorta di rassegnata impotenza.

E’ dunque un momento di purificazione, una reazione di rigetto, che caratterizza un corpo sociale malato ma ancora desideroso di lottare e di guarire. Occorre continuare nell'azione di scoperta e di smascheramento dei meccanismi perversi e delle loro cause, andando fino alle loro radici. Non basta infatti colpire quei delitti contro il codice penale che la cronaca porta alla ribalta, ma occorre andare a fondo nei vizi del sistema e/o del costume, come i favori di qualsiasi tipo elargiti a spese della funzionalità delle istituzioni: ad esempio dare lavoro in determinati enti solo a chi ha una data tessera, selezionare ditte fornitrici sulla base di criteri diversi da quelli del «merito» obiettivo, far «gonfiare» posti di lavoro inutili per sistemare persone raccomandate da questo o quel partito, emarginare persone oneste perché non hanno la qualificazione politica richiesta, ecc.

Il regime basato sull'occupazione partitica delle istituzioni e delle aziende pubbliche non regge più. Occorre una decisa svolta innovatrice, come una «palingenesi» dei partiti attraverso una franca ammissione di colpe non solo di chi si è lasciato trovare con le mani nel sacco ma anche di chi sapeva e taceva.

Al di là di queste osservazioni generali e venendo a quarto può essere fatto da ciascun cittadino e in particolare dai membri della comunità cristiana, a prescindere da specifiche soluzioni di carattere tecnico o politico, segnalerei i punti seguenti.

  1) - E’ importante anzitutto che si sostenga il coraggio civico di chi indaga e di chi collabora a far luce su tutti gli atti criminosi sopra ricordati, anche soffrendone danno. Chiarezza innanzitutto e fino in fondo!

  2) - Nel contempo bisogna sostenere la necessità di un attento discernimento da parte dell'opinione pubblica per non fare di ogni erba un fascio e giungere a delegittimare come tali le istituzioni. Risanare non significa rendere inoperose o impotenti le realtà istituzionali, che trascendono gli interessi di questa o quella parte politica perché sono bene prezioso di tutta la comunità. C'è bisogno di obiettività e di senso di responsabilità in tutti, e anche di quella umiltà di chi pensa anzitutto a riformare se stesso e contribuire alla riforma di quanto gli compete piuttosto che scagliare in ogni occasione la prima pietra.

 3) - Occorre dare, per questo, sostegno ai politici e amministratori onesti, che non mancano, perché si sentano incoraggiati e sostenuti nella loro azione. Va fatto spazio a persone nuove, che abbiano competenza e onestà, perchè si assumano responsabilità gravi e complesse senza temere di entrare in un campo minato e difficile. Non basta stare alla finestra per commentare e criticare. Occorre scendere in strada per un'azione responsabile, ciascuno secondo le proprie competenze e possibilità

 4) - Occorre esigere dai partiti che facciano una coraggiosa e radicale opera di rinnovamento delle persone e delle regole. Se il logorio delle istituzioni è cominciato di qui, è di qui che deve iniziare l'autocritica severa e lucida, senza tentare di nascondere colpe o coperture. Solo quei partiti che sapranno farlo si renderanno nuovamente credibili. In particolare il partito che si richiama all'ispirazione cristiana senta la responsabilità di un radicale rinnovamento di metodi e di persone che consenta ai giovani di continuare a sperare nella possibilità di un servizio politico disinteressato ed eticamente motivato.

 5) - Insieme sarà necessario che tutti si impegnino per una riforma delle norme istituzionali, a partire dalle necessarie riforme elettorali, per la revisione delle regole interne dei partiti e per la definizione di regole per il servizio pubblico che diano garanzie di meglio resistere al degrado che sempre minaccia la vita politica.

 Ma noi sappiamo molto bene che tutto ciò rimane parola che risuona all'esterno se non si punta al rinnovamento morale della persona. Per questo l'azione pastorale della Chiesa darà un vero contributo al rinnovamento della vita del Paese se aiuterà a prendere coscienza del male che è stato compiuto o lasciato che si compisse, chiamando a convertirsi e ad abbandonare il vecchio modo di fare politica ed esortando chi è compromesso col vecchio sistema a lasciar libero il campo a chi vi si é opposto e a quanti altri sono desiderosi di impegnarsi con spirito di servizio. Che cosa questo rinnovamento comporti come quadro futuro è difficile prevederlo. Siamo certamente in un periodo di transizione e occorre anche far fare spazio al nuovo. Ciò avverrà più facilmente se si incoraggerà l'azione creativa e responsabile del laicato e se si continuerà ad avviare i giovani alla conoscenza della dottrina sociale della Chiesa. Come si è fatto ad esempio in questi anni nelle «Scuole per l'impegno socio-politico», ma per troppo breve tempo per poterne già cogliere i frutti.

  Come cristiani sappiamo che un profondo rinnovamento del cuore è opera della grazia di Dio e della preghiera. In momenti come questi, in cui si rischia il naufragio morale e istituzionale, il ricorso a Dio con cuore sincero e contrito si impone per chiunque senta che c'é una speranza che può venire solo dall'alto. Occorre educare a guardare ai beni ultimi dell'esistenza umana. La concentrazione sui beni immediati, anche legittimi, e sui mezzi per ottenerli con strumenti efficaci, staccata da uno sguardo di fede sui fini ultimi, finisce nell'idolatria dei mezzi. E' urgente un'educazione al discernimento, che si attua solo in una visione «escatologica» della storia umana. Viviamo nell'attesa del Regno e del ritorno del Signore. Vivere come se avessimo qui una dimora stabile (cfc Ebrei 13,14) significa a un certo punto lasciarsi imprigionare dal successo politico e dalla bramosia di possedere. Le circostanze presenti rendono questa predicazione cristiana quanto mai attuale.

  Solo a queste condizioni sarà possibile insistere efficacemente su quegli imperativi che risuonavano nelle ultime pagine del documento «Educare alla legalità»:

«L'azione politica, da strumento per la crescita della collettività non si degradi a semplice gestione del potere, né per fini anche buoni ricorra a mezzi inaccettabili. La politica non permetta che si incancreniscano situazioni di ingiustizia per paura di contraddire le posizioni forti. Si tagli l'iniquo legame tra politica e affari»

  Non vi sarà più oggi chi dice che tali moniti erano catastrofici o allarmistici. C'é solo da darsi da fare perchè la catastrofe non ci schiacci tutti, si salvino i beni essenziali del Paese e l'amarezza e lo sconforto presenti lascino posto alla speranza. Se davvero lo si vuole, il riscatto è ancora possibile.

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Articolo  Zero – Da un discorso sulla “Questione morale”,

fatto da Enrico Berlinguer nel 1981, ma attuale più di allora.

 

I partiti non fanno più politica. I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi.

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente... Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano.

I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni.

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità.
Quando si chiedono sacrifici al Paese e si comincia con il chiederli ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

 

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