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Rassegna stampa:
La Corruzione della Repubblica Italiana
Spunti di riflessione su un fenomeno in evoluzione:
“Mani pulite” è solo un ricordo; Tangentopoli vegeta e prospera; Il Paese si sfascia e s’impoverisce.
Ogni giorno la cronaca giudiziaria ci informa di “appalti truccati” e di “gare pilotate”; ci parla di Corruttori e di Corrotti: di ogni genere e professione; di ogni schieramento politico; di dentro e fuori le istituzioni; da Nord a Sud del Belpaese.
Durante la prima Repubblica è nato il Comitato Trasversale del Malaffare. Che nel corso della seconda è cresciuto e si è organizzato. Gestisce allegramente immense risorse pubbliche; si muove con “Direttive europee”; crea strutture amministrative parallele; si dota di nuove leggi nazionali; si rafforza e si perfeziona; è diventato un Sistema; che ormai opera “nel rispetto della legge”. Per adesso non c’è nessuno che voglia fermarlo. Nella terza repubblica, poi si vedrà…
I Politici non hanno tempo: sono presi dalla loro stessa esistenza; devono garantirsi presenza, consenso, sussistenza ed anche “la pensione”. E devono procurarsi i finanziamenti occulti, “necessari alla politica”, attraverso questo “Sistema”.
A distanza di un quarto di secolo, risuona attualissimo l’allarme lanciato nel lontano 1981 da Enrico Berlinguer sulla questione morale: “I Partiti di oggi non fanno più politica… Sono soprattutto macchine di potere e di clientela… Gestiscono interessi, i più disparati… talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune…” Ed ancora: “La questione morale non si esaurisce scovando ed arrestando dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione… La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di soffocare in una palude”.
I Partiti di oggi (2007) fanno anche di peggio: la democrazia si è perfettamente "impaludata", e sta emanando l’ultimo respiro.
Antonio Di Pietro continua ad agitare la spada degli ormai improbabili “Valori” d’Italia, ed a inveire contro i malfattori, ma nel frattempo il suo dicastero, nel gestire gli appalti pubblici, usa le stesse leggi che produssero quella “Dazione Ambientale” da lui stesso scoperchiata negli anni 80-90; leggi ancora più perfezionate per lo stesso scopo. – Leggi che consentono, stimolano e impongono il Malaffare. – Leggi che riducono la trasparenza, ed aumentano la discrezionalità di chi amministra. – Leggi che mortificano la competitività soggettiva e la capacità organizzativa delle imprese. – Leggi che vanificano la libera concorrenza e promuovono la formazione dei Clan di appartenenza: A.T.I., Consorzi di imprese e consorterie varie. – Leggi che consentono il perpetrarsi all’infinito dell’abuso d’ufficio, che peraltro non è più reato, e forniscono impunità e strapotere a chi amministra. – Leggi che non tutelano più il bene pubblico, il cui furto non è più perseguibile d’ufficio ma solo su querela di parte: cioè querela dello stesso amministratore che ha la responsabilità del bene e che magari ne “gestisce” l’indebita appropriazione. Leggi immorali e mistificatorie, sempre più adatte per consentire l’allegra gestione delle risorse e la spartizione della torta Italia…
La corruzione di una Repubblica nasce dalla proliferazione delle leggi” (Tacito)
La Giustizia, per scarsità di mezzi e processi arretrati, è assai malandata, …ed anche resa un po’ impotente dalle leggi di cui sopra. In Basilicata, poi, gli inquirenti sono troppo impegnati ad indagarsi tra loro, o ad inseguire massoni e fantasmi, lenoni e vallette; richiamati forse dalle luci della ribalta, sono in perpetuo “abuso di fatti privati” in atti d’ufficio; fregandosene, però, altamente delle migliaia di reati commessi dal Comitato Trasversale del Malaffare. Il tutto avviene, naturalmente, sotto la copertura garantita dall’Organo di autogoverno; così come sostiene Domenico Longo nel suo interessante pamphlet, dal titolo: “C.S.M. - Comitato di Sostegno ai Magistrati” edito da “L’altra Voce” (tel 0824 97 16 80; fax 0824 06 01 01)
(www.vergogna-italiana.org/libroinchiesta.htm)
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Segue una raccolta di articoli di stampa degli ultimi 25 anni, raccolta sintomatica del fenomeno in evoluzione: - consigli e moniti rimasti inascoltati; - concussione e corruzione legislative; - gestione scellerata del territorio; - il gioco amministrativo delle “Tre carte”; - operazioni spartitorie degli anni 80-90; - abusi, raggiri e carognate amministrative; - l’uso privato delle pubbliche risorse; - il sopravvento dei topi.
Attenzione: ho voluto inserire e chiudere la rassegna con il seguente Articolo 21, anche se non tratta gli argomenti sopra elencati (alluvioni, appalti, detriti e tangenti) perché lo scenario dei rifiuti in Campania, descritto dallo scrittore Erri De Luca (2007), richiama alla mente il monito lanciato da Carlo Maria Martini (1992). Articolo 1
La “palude” istituzionale che “soffoca la democrazia” – paventata da Enrico Berlinguer nella sua “Questione morale” (1981) Articolo Zero – si è già realizzata.
Ma di questo passo – di manfrina in manfrina, di consulenza in consulenza, di emergenza in emergenza, di affare in malaffare – alla fine, il tutto (istituzioni comprese) si ridurrà in una montagna di monnezza. Ci sarà insomma un’immane catastrofe, sotto la quale finiremo schiacciati Tutti, così come paventava il cardinale Martini nel 1992, …e i topi avranno il sopravvento.
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Sommario, in ordine cronologico inverso:
Articolo 21 – Alla fine i topi avranno il sopravvento:
quando il tutto sarà ridotto in monnezza
Dal Corriere della Sera del 23.05.2007 – di Erri De Luca
Articolo 20 – Truffe miliardarie lungo i fiumi: la Parte lesa,
la Parte danneggiata, la Giustizia malandata:
Dal settimanale “Il Resto” del 12.05.2007 – di Nicola Piccenna
Articolo 19 – L’uso privato di risorse pubbliche:
Belze-Bubbico sulla Via della Seta
Dal Corriere della Sera del 26 aprile 2007– di Carlo Vulpio
Articolo 18 – Ombre sull’Italia:
intervista al pm Luigi De Magistris
Da “l’Unità” del 1 aprile 2007– di Sandra Amurri
Articolo 17 – Il PIZZO Nazionale (negli appalti):
prima causa d’impoverimento del Paese
Dal settimanale “Il Resto” del 31 marzo 2007– di Nicola Bonelli
Articolo 16 – Un fiume di soldi sperperati per sistemare il Basento:
il rischio alluvioni in aumento nel Metapontino
Da “la Nuova Basilicata” del 28 febbraio 2006 – di Giuseppe Cariglia
Articolo 15 – Sistemazioni-rapina del 2003-05 nei fiumi di Basilicata:
interventi ad hoc per “sistemare” il pubblico denaro
Da “Giornale della Sera” del 2 settembre 2005 – di Nicola Bonelli
Articolo 14 – Gestione scellerata del territorio:
aumenta il rischio idraulico in Pianura Padana
Dalla “Gazzetta di Sondrio.it” del 30 ottobre 2004 – di Nicola Bonelli
Articolo 13 – Le stramberie del WWF Italia
Da “La Voce di Mantova” del 16 aprile 2004 - di Nicola Bonelli
Articolo 12 – Le Beffe della Protezione Civile
Circolare ufficiale dell’agosto 2003.a Ministeri, Prefetture ecc.
Articolo 11 – Alluvioni e fiumi in secca:
due aspetti dello stesso problema
Da “Quarry & Construction” dell’agosto 2003 – di Nicola Bonelli
Articolo 10 – Rischio fiumi: Bertolaso lancia l’allarme
Da “La Stampa” del 23 luglio 2003 – di Fabio Poletti
Articolo 9 – Alluvione 2000: interventi di somma urgenza;
Appalti e Tangenti in “trattativa privata”
Da “La Stampa” del 12 giugno 2003 – di Lodovico Poletto
Articolo 8 – Sistemazioni-fantasma del 1988-90 in Basilicata:
grandi Operazioni spartitorie
Da “la Nuova Basilicata” dell’1 aprile 2000 – di Nicola Bonelli
Articolo 7 – Una carognata amministrativa regionale:
al fine di soffocare la legalità
Da “La Nuova Basilicata” del 24 febbraio 1999 – di Nicola Bonelli
Articolo 6 – Alluvioni ’94: “ricompaiono” i detriti in alveo;
se ne appalta la rimozione di milioni di metri cubi
Da “La Stampa” del 5 novembre 1995 – di V. Tess.
Articolo 5 – Alluvioni ‘94: gli alvei ostruiti e i fiumi esondano,
“ma non ci sono detriti in alveo”
Dal “Giornale” del 10 maggio 1995 – di Vittorio Mathieu
Articolo 4 – Alluvioni devastanti del 1994: un grido di protesta
da parte dei sindaci “Quegli Uffici sono da sopprimere”
Da “il Giornale” della fine 1994 – di Beppe Gualazzini
Articolo 3 – Un grido d’allarme da parte delle imprese:
“Concussione-corruzione legislativa”
Da “il Giornale” del 20 maggio 1992 – della Redazione
Articolo 2 – Un autorevole suggerimento rimasto inascoltato:
“Appalti, 7 Regole per la trasparenza”
Da “il Giornale” del 13 maggio 1992 – di Lorenzo Acquarone
Articolo 1 – Un monito per restaurare la legalità violata: “…C’è solo
da darsi da fare perchè la catastrofe non ci schiacci tutti…”:
Da “Avvenire” del 10 maggio 1992 – di Carlo Maria Martini
Articolo Zero – La Questione morale – di Enrico Berlinguer - 1981
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Articolo 21 – Alla fine i topi avranno il sopravvento:
quando il tutto sarà ridotto in monnezza
Dal Corriere della Sera del 23.05.2007 – articolo di Erri De Luca
II banchetto dei topi e lo spettro dell'epidemia. I fuochi placano la paura.
E la politica non c'è. Quanta pazienza deve avere un cittadino per trattenersi dallo scendere in strada e dare fuoco al tanfo irrespirabile?
Ardono fuochi, ma non di guerriglia. Per le strade di Napoli cento fiamme consumano gli avanzi, lasciati in strada privi di raccolta. Certo è una mossa fuorilegge appiccare fuoco in luogo pubblico, ma sotto le tutele di quale legge sta chi si ritrova da giorni sotto casa un cumulo di resti the marciscono, i topi the banchettano, lo spettro dell'epidemia col primo caldo estivo? Quanta pazienza è chiesta a un cittadino, quanta mansuetudine deve avere per trattenersi dallo scendere in strada e dare fuoco al tanfo irrespirabile? E’ istintivo e legittimo il bisogno di purificare con le fiamme il cadavere impuro della merce che sfiata la sua decomposizione sotto la finestra davanti al portone. Meglio il fuoco, meglio i pompieri, i loro idranti che placano per un poco la peste apparecchiata. Napoli è stata l'ultima città d'Europa ad avere un'epidemia di colera, nel 1873.
I cento fuochi della città esalano il suo abbandono, mentre la Campania rifiuta i suoi rifiuti.
Ne ha diritto. Nessuno ti può imporre a domicilio la spazzatura altrui. Nessun potere può costringerti a discarica. Ma è possibile che non si possa rendere uno stoccaggio di rifiuti urbani sicuro e desiderabile come un casinò? Per esempio: offrire in cambio dell'ospitalità un'esenzione parziale delle tasse, una decurtazione della bolletta energetica, un ospedale, un impianto sportivo, perfino un casinò. Si deve imporre la spazzatura? Non la si può invece offrire con incentivi e garanzie? Una discarica ben corredata di vantaggi non sarebbe all'improvviso una leccornia?
Il Sud non si fida di nessuna promessa, di nessun dirò, farò. Sa per esperienza da che feudalesimo politico è governato. E’ Sud di sudditanza, non di cittadinanza. E gli si vuole imporre una schifezza da subire e basta? Nei fuochi di Napoli e nei blocchi furiosi ma civili dei piccoli comuni minacciati, ci sono due ragioni e un solo torto. Quello di Stato che agisce per decreti, per catene di comando che ignorano l'arte della persuasione e della contrattazione. Prima di imporre: offrire. Prima di decidere: consultare. Prima di scavare discariche: sanare il territorio e metterlo in sicurezza dalla dispersione di residui tossici. Dov’è finita la politica in questo Paese? Quando si è persa l'intelligenza di chi per professione sapeva mediare e dividere? I governanti sempre più spesso si urtano contro una opposizione unanime di popolo, dalla Val di Susa in giù. Questo dipende da un’imbecillità di comando politico, non certo dalla sana e sacrosanta dinamica sociale di chi contrasta con ragioni da vendere. Proprio la Val di Susa è un capolavoro di arroganza da una parte e di passione civile dall'altra.
Ci si lamenta che la politica sia diventata una casta di privilegiati. Ben venga la casta e i privilegi, se ha il merito dell'intelligenza e della competenza indispensabile. Che importa se il nostro personale pubblico è il più pagato d'Europa, se le auto blu scorrazzano le amanti? Purché facciano bene il mestiere per il quale sono pagati. Ma no: essi, gli impoltronati pubblici, sono la più approssimativa classe dirigente mai apparsa finora in Italia. Incapaci di intendere e volere la parola politica.
Certo l'Italia democristiana produceva meno rifiuti. Eduardo in una sua commedia usciva di casa con un pacchettino legato al dito dicendo: questa é tutta la spazzatura». Altra Italia, viaggiava per emigrazione, non per turismo. Progettava, pensando al Sud come questione meridionale. Oggi, ogni minima faccenda, come quella dei rifiuti, è elevata a rango di emergenza. Oggi la parola emergenza sta a giustificare ogni fallimento di programmazione e previsione. Politica, addio.
Quanto tempo questo Paese deve rimpiangere una classe capace di governo?
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Nota. Di questo passo – di manfrina in manfrina, di consulenza in consulenza, di malaffare in malaffare, di emergenza in emergenza – alla fine i Topi avranno il sopravvento su tutto, e non solo in Campania. Quando il tutto sarà ridotto in monnezza, naturalmente.
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Articolo 20 – Truffe miliardarie lungo i fiumi:
La Parte lesa, la Parte danneggiata e la Giustizia malandata
Dal settimanale “Il Resto” del 12 maggio 2007 – articolo di Nicola Piccenna
Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire… e peggior cieco di chi non vuol vedere. Per i magistrati che lavorano nelle Procure della Repubblica, invece, non è questione di volere ma di potere. Essi possono anche non vedere e non sentire, ignorare o sottovalutare le ipotesi di reato sottoposte alla loro “conoscenza”, ma ne devono (prima o poi) rendere conto. È infatti nel solco del dettato costituzionale che il Codice di Procedura Penale stabilisce l'obbligo dell'iscrizione “nell'apposito registro” di ogni notizia (ipotesi) di reato che giunga alle orecchie del Procuratore della Repubblica, dei suoi sostituti e, finanche, di qualsivoglia agente che svolge ruoli di Polizia Giudiziaria. E se non fosse ancora sufficientemen-te chiaro, interviene il Codice Penale a stabilire le sanzioni per quel magistrato che, avendone notizia, non impedisce oppure non persegue un reato.
Fin qui tutto chiaro, troppo chiaro. Al punto che gli innumerevoli casi di inerzia, negligenza e neghittosità, capitati presso l’Autorità Giudiziaria di Matera, suscitano alquanto stupore. Qui sovente si assiste, a seconda dei casi, ad archiviazioni alquanto sbrigative e sconcertanti, oppure al protrarsi per anni di un procedimento, ben oltre la chiusura formale delle indagini stesse, senza dar corso all'azione penale. Ed accade tutto questo senza che la cosa scandalizzi o turbi alcuno. Senza che nemmeno i magistrati più solerti abbiano a dolersene.
Ma il tutto con un limite, un piccolo e semplice stop: finché qualcuno non segnali la cosa. Attribuendo, così, al fatto la nuova “dignità” di notizia di reato e riportando il ragionamento al punto di partenza. Ed è ciò che è emerso per alcune delle vicende segnalate alla Procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta “Toghe Lucane”: magistrati lucani che si sottraggono al loro dovere, e trasformano l'obbligo dell'azione penale, in un libero arbitrio. Come è accaduto nel seguente caso: a dir poco singolare.
In data 6 marzo 2000, Nicola Bonelli da Tricarico invia una denuncia-esposto, con oggetto “Le sistemazioni idrauliche fantasma della Regione Basilicata”, alle varie autorità competenti: Procura della Repubblica di Matera, Comando Regione CC di Basilicata, Procura regionale della Corte dei Conti, Ministro dell’Ambiente, Presidente della Giunta regionale ed agli organi di stampa; esposto in cui descrive due “sistemazioni fluviali” da 7,5 miliardi di lire ciascuna, appaltate nel tratto di fiume Basento tra Campomaggiore e Salandra. Il Bonelli sostiene che di quelle due sistemazioni ne era stata realizzata soltanto una; la quale era stata collaudata due volte: da due diverse commissioni collaudatrici; e che quindi erano state pagate entrambe le sistemazioni appaltate; pur essendone stata realizzata, ripeto, soltanto una. In pratica si è pagato due volte per lo stesso lavoro. Sette miliardi e passa di lire in più del dovuto. L'ipotesi di reato è chiara: associazione per delinquere, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico, falso in atti materiali, abuso d'ufficio ed altre amenità similari. Le reazioni dei vari destinatari della suddetta denuncia furono le seguenti.
1) – In data 1 aprile 2000 “la Nuova Basilicata” pubblica integralmente la denuncia di Bonelli, occupando un’intera pagina e dando risalto alla notizia. Ne riporto testualmente un passaggio significativo dell’articolo: “In pratica entrambi i lavori appaltati -per sistemare 25 chilometri di fiume- furono collaudati utilizzando due volte quei 5 chilometri realizzati. A quanto pare, gli unici ad essere veramente sistemati furono i 15 miliardi di lire.”
2) – In data 7 marzo 2000 la stessa denuncia viene registrata presso la Procura di Matera tra gli “Atti non costituenti notizia di reato” (?). E in data 16 marzo (9 giorni dopo), evidentemente senza fare alcuna indagine, il PM Dr Giovanni Leonardi, “non ravvisando alcun danno all'ambiente”, dispone per “l’archiviazione” (procedimento n. 250/2000/45). Ho provato a rileggere quattro volte l'esposto di Bonelli: nessun riferimento (neanche implicito) a danni ambientali. Perché il Dr. Leonardi invece di indagare sui 7 miliardi pagati impropriamente si concentra su fantomatici danni ambientali? Probabilmente, trattandosi di “sistemazioni fantasma”, avrà pensato che non possono aver causato alcun danno concreto. Giustamente (???)
3) – Sulla stessa denuncia e per disposizione del Comando regionale dei carabinieri, la Compagnia CC di Tricarico svolge la sua indagine e con nota Nr. 64/61-3 del 29.08.2000, comunica alla Procura di Matera: “in data 7 agosto 2000 perveniva l'esposto-denuncia a firma del sig. Bonelli Nicola, il quale denunciava illeciti penali circa lavori di sistemazioni idrauliche relativi al fiume Basento nel tratto compreso tra Campomaggiore e Salandra. Il denunciante, convocato presso questi uffici, confermava quanto denunciato ed in particolare evidenziava la discrepanza di spesa tra i lavori collaudati ed i lavori effettivamente eseguiti”. La nota dei carabinieri si concludeva: “alla luce di quanto sopra, al fine di poter accertare eventuali illeciti, si prega codesta A. G. di voler vagliare la possibilità di nominare un perito-consulente in grado di poter meglio lumeggiare in ordine alle vicende denunciate”. La nota dei CC genera presso la Procura il procedimento n. 1051/2000/45 del 5.09.2000, ad opera del PM, D.ssa Rosanna M. Defraia. La quale, forse perchè “lumeggiata” da luce propria, senza nominare consulenti e senza fornire alcuna motivazione, in data 13.09.2000 dispone per l’archiviazione.
4) – presso la Corte dei Conti, la denuncia-esposto di Nicola Bonelli finisce nel Procedimento n. 90/2000. L’inchiesta dura quattro anni e passa di mano in mano dei tre Procuratori Regionali avvicendatisi nello stesso periodo: nel 2000 il Dr. Alberto Avoli apre l’inchiesta; nel gennaio 2001 il Dr Agostino Basta conferisce l’incarico di consulente tecnico all’Ing. Vincenzo Caracciolo, del Corpo Forestale dello Stato, il quale accetta l’incarico e presta giuramento. Ma poi, nel settembre 2001 - chi sa per quale ignoto motivo - cede l’incarico al collega Ing. Giuseppe Zinnari, non per decisione della Procura ma per designazione della direzione generale del Corpo Forestale. (???) Nel gennaio 2002 Zinnari presenta la sua Relazione. Nella quale liquida la faccenda del doppio pagamento della sistemazione idraulica nel fiume Basento (2 x 7,5 miliardi di lire), definendola una semplice e banale “sovrapposizione contabile”. (???) Passano altri due anni, durante i quali il Dr Basta “passa la palla” al Procuratore Dr Michele Oricchio. Il quale, sposando in pieno la tesi dell’ing. Zinnari, nel marzo 2004 dispone per l’archiviazione. Quanto alla critica del Bonelli circa la “folle politica regionale sulla manutenzione dei corsi d’acqua”, politica che secondo lo stesso Bonelli, “provoca immensi danni erariali”, il Dr Oricchio dichiara: “ la scelta regionale di procedere a costose opere di sistemazione idraulica – anziché ottenere lo stesso risultato attraverso il periodico prelievo di materiali inerti – è una discrezionalità amministrativa non sindacabile”. Afferma il Bonelli: “Evidentemente al buon Oricchio dei danni erariali non gliene frega niente. E allora viene da chiedersi: ma a quali conti guarda questa Corte dei Conti?”.
5) – In data 7 giugno 2000 l’allora Vice Presidente della Giunta Regionale, Dr Vito De Filippo, querela il Bonelli per diffamazione: per “aver falsamente denunciato insussistenti illeciti”, procurando “una evidente lesione all’onore ed alla reputazione dell’Ente Regione”. Ed afferma tutto questo, dopo aver sentito elusivamente, gli stessi uffici coinvolti nell’appalto, direzione e collaudo dei lavori in questione. I quali uffici, molto disinvoltamente, riferendosi alla denuncia, dichiaravano: “è del tutto falso quanto in essa riportato”. In pratica, è come chiedere al ladro se è vero che ha rubato.
A seguito di questa querela, presso è in corso la Procura di Matera il procedimento n. 2082/00: avviato dal PM Dr Raffaele Miele il 23/08/2000; concluso dalla D.ssa Paola Morelli il 23 settembre 2003, con rinvio a giudizio del Bonelli.
A tutt’oggi, di rinvio in rinvio, il dibattimento su quest’ultimo procedimento non è ancora iniziato. Dice Bonelli: “Dopo sette anni dalla querela, sono tuttora in (fiduciosa) attesa di giudizio per poter illustrare, sillabario alla mano, i particolari della famigerata truffa da 7,5 miliardi di lire, commessa a danno della Comunità lucana. Sono particolari di grossolana evidenza che però sono sfuggiti a tutti gli Inquirenti sopra elencati. La prossima udienza è stabilita per il giorno 10 ottobre 2007. Spero nella presenza del Presidente Vito De Filippo (la cosiddetta parte lesa) e di quanti cittadini lucani vorranno assistervi (la parte danneggiata), per conoscere e capire. Avrò modo di spiegare la prassi regionale di rapine e truffe commesse lungo i fiumi. Prassi che ha consentito, con il descritto sistema: fai un lavoro, te ne pago due, di sistemare 500 miliardi di lire negli anni 86-90. Prassi che si giova e non poco della legittima discrezionalità amministrativa, decretata dal Procuratore Dr Michele Oricchio della Corte dei Conti. Prassi consolidata e tuttora in funzione (1), grazie anche e soprattutto ad una Giustizia distratta, cieca e malandata. Che sta per “andata a male”: come il pane con la muffa, il vino diventato aceto, il pesce che puzza. Roba da buttare, insomma.”
Nota (1) Ad esempio: le due recenti Sistemazioni-rapina nel torrente S. Nicola di Nova Siri, da 900.000 euro, su cui sta indagando (si fa per dire) la Corte dei Conti.
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Articolo 19 – L’uso privato dei Fondi pubblici:
Belze-Bubbico sulla Via della seta
Dal Corriere della Sera del 26 aprile 2007 – articolo di Carlo Vulpio:
L’ex governatore Filippo Bubbico e il caso dei 20 miliardi di lire, destinati a un allevamento di bachi da seta mai decollato.
La Via della seta, in Basilicata, è una magia che trasforma gelseti incolti e fantomatici allevamenti di bachi da seta in soldini veri. Pazienza se poi le magie riescono sempre a metà e come vedremo, pur non essendo mai stato prodotto un filo di seta, pura o mista, i soldini (fondi UE per 20 miliardi di vecchie lire) sono stati lo stesso incassati fino all’ultimo centesimo.
E’ questione di formule. Se in Cenerentola si trasformano zucche in carrozze e sorci in cavalli bianchi con un semplice Bibbidi-Bobbidi-Bu, in questa storia è bastato un piccolo correttivo: Bibbidi-Bobbidi-Bubbico, anzi Bibbibo-Bubbico, ed ecco un esercito di millepiedi pronto a produrre seta.
Bibbibo e Bubbico stanno per Filippo Bubbico (Ds), attuale sottosegretario allo Sviluppo economico. Due cognomi (il primo è inventato) per una persona sola. Il sottosegretario, nonché ex “governatore” della Basilicata, ecco l’inghippo, risultava essere Bibbibo quando faceva il presidente del consorzio “Seta Italia” e contemporaneamente era Bubbico quando faceva il presidente del consorzio “Seta Basilicata”. Che sono i due consorzi che hanno gestito i denari dei fondi europei.
Dove siano andati a finire questi soldi era ed è noto. Lo sapevano i magistrati lucani, che hanno archiviato denunce senza nemmeno aprire le indagini. E lo sanno i magistrati di Catanzaro, che quelle vicende lucane hanno invece rispolverato ed esaminato.
Le aziende, vere e finte, che hanno ottenuto contributi europei nell’ambito del sottoprogramma 4 “Sviluppo della gelsibachicoltura”, rientrante nei programmi di “Miglioramento delle produzioni tipiche del Mezzogiorno e sviluppo di colture alternative”, si trovano in diverse regioni italiane (ragion per cui è sorto il consorzio “Seta Italia” presieduto da Bibbibo). Ma in Basilicata sono finiti circa 4,5 miliardi, cioè quasi un quarto della somma complessiva sborsata dalla UE (ragion per cui è sorto il consorzio “Seta Basilicata” presieduto da Bubbico).
Di questi 5 miliardi, circa 600 milioni di lire sono stati intascati dalla persone fisiche di Rocco Luigi Bubbico, padre del sottosegretario, e Antonio Clemente, suocero del sottosegretario, entrambi affascinati dall’idea di una Via della Seta tutta lucana, anzi tutta in famiglia. Di seta però, come abbiamo detto, nemmeno un filo. Gelseti e serre per i bachi sono lì, incolti e abbandonati. I contributi UE, invece tutti riscossi. Ultima “rata”, a dicembre 2001. Ma proprio la rata che avrebbe dovuto chiudere l’affare è all’origine della riapertura del caso, in quanto, ipotizzandosi la truffa aggravata, il reato non è prescritto.
Così Filippo Bubbico, già indagato a Catanzaro per abuso e truffa, in relazione a diverse operazioni del presunto “comitato d’affari” lucano nella sanità e nei finanziamenti europei a villaggi turistici, adesso deve rispondere anche per i soldi mai arrivati ai bachi da seta cui erano destinati.
“Questa idea era un nostro progetto, e poteva rivelarsi un’ottima iniziativa – dicono i fratelli Pierpaolo e Rocco Nobile, ingegnere e agronomo, ex compagni di partito di Bubbico e, come lui, di Montescaglioso. Ma a Filippo dei bachi non fregava nulla, lui ha solo sfruttato il progetto per farsi pubblicità in un momento di flessione politica e tutto è andato in malora. Certo i soldi li abbiamo presi tutti, ma nonostante questo molti di noi ci hanno anche rimesso”.
In ogni caso, un altro grande spreco di denaro pubblico. Con il quale veniva pagato anche un consulente (circa 300 milioni l’anno) del calibro di Andrea Freschi, che nessuno sapeva chi fosse, ma che aveva il vantaggio di essere stato imposto a se stesso (il politico Bubbico lo raccomanda al presidente del consorzio “Seta Italia”, Bibbibo) come il nipote del “governatore” campano Antonio Bassolino.
Raccontano i fratelli Nobile che quando chiedevano a Filippo Bubbico ragione di tutti quei soldi a Freschi, lui rispondeva: “Eeeeh, nun me facite parlà”. Invece il PM di Catanzaro, Luigi De Magistris, confida che Bubbico parli e che per esempio spieghi, oltre a tutte le altre vicende che lo vedono coinvolto, perché i due consorzi “Seta Basilicata” e “Seta Italia” da alcuni anni non presentino i bilanci, sebbene non siano né chiusi, né in liquidazione. O che racconti di quelle “consulenze sui progetti per ottenere i contributi per i bachi da seta che lui e suo fratello Luigi, entrambi architetti, si facevano pagare attraverso regolari fatture dai fratelli Nobile. “Il 75 per cento di 83 milioni di lire – dice Rocco Nobile -, cioè 62 milioni, senza che loro abbiano fatto nulla. Visto che l’agronomo ero io”.
I bachi ormai erano morti prima di nascere. Ma per Bubbico, mollato Bibbibo al suo destino, si apriva un’altra e ben più morbida Via della Seta: già sindaco, diventa assessore regionale alla Sanità, e poi “governatore” regionale, senatore e infine sottosegretario alla Sviluppo. “Si, il suo”, dicono in paese.
Filippo Bubbico, si mormora qui, è di umore nero. Ma ostenta calma. E a uno dei suoi più implacabili censori, Nicola Piccenna, tra i “grandi accusatori” in questa inchiesta sulla Basilicata, ha mandato a dire: “Io non querelo”. Che può essere un segnale di pace. O chissà. Diavolo di un Bubbico, criptico come un Belzebubbico.
Nota. Qualche giorno dopo, riferendosi alle suddette accuse, il Sottosegretario Filippo Bubbico ha così replicato: “…si tratta di un progetto che mi ha visto impegnato molti anni fa in una dimensione privata, e non ha nulla a che fare con gli incarichi politici e istituzionali che ho assunto successivamente… Mi sento assolutamente tranquillo... Spero nei tempi rapidi della giustizia”.
Forse il nostro Campione (della politica lucana) vuole farci intendere che lo spreco dei fondi pubblici, come quello sopra descritto, se fatto in privato, non è più un reato. Forse da ciò nasce la sua “tranquillità”. Oppure deriva dalla conoscenza dell’andazzo della Giustizia regionale. La quale riesce ad archiviare ogni cosa; a far prescrivere i reati; a garantire l’impunità ai colpevoli; ed a vanificare ogni autentica speranza di vera giustizia.Un fatto comunque è certo: con l’attuale incarico di Vice-Ministro con delega al CIPE, Belze-Bubbico potrà disporre di centinaia di miliardi (di euro) di fondi pubblici, …e potrà fare di tutto e di più. Basta che di quei fondi ne faccia un “uso privato”. Beata Basilicata, isola felice e miracolata: una volta terra di boschi, lupi e pastori; ed ora anche di Grandi Collettori di fondi pubblici.
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Articolo 18 – Ombre sull’Italia:
intervista al pm Luigi De Magistris
Da l’Unità dell’1 aprile 2007 – di Sandra Amurri
“Qui a Cantanzaro indagati e indagatori vanno a braccetto”
Il p.m. De Magistris: perchè mi hanno levato l’inchiesta?
Io ho agito correttamente, in Procura clima molto pesante.
IL PALAZZO di Giustizia di Catanzaro di sabato pomeriggio è deserto, desolato come l’umore di Luigi De Magistris che le sue inchieste sui cosiddetti “colletti bianchi” hanno trasformato in uno dei p.m. più “bersagliati” d’Italia. Oltre 15 interrogazioni parlamentari firmate da 56 deputati del centro-destra, ispezioni inviate dall’ex Ministro della Giustizia Castelli che continuano nell’era Mastella per scandagliare il suo lavoro tanto da fargli dire “ sono socialmente pericoloso”. Un fuoco incrociato iniziato nel 2000 e che fino a pochi giorni fa ha fronteggiato restando nel più rigoroso silenzio. Ma quando ha appreso che il suo Capo, il procuratore, Mariano Lombardi (il cui figlio acquisito, Pierpaolo Greco, candidato per FI alle comunali, è socio di Pittelli) aveva avocato a sé l’indagine “Poseidone” sui presunti illeciti nella gestione dei finanziamenti dell’UE – dopo che proprio de Magistris aveva inviato un avviso di garanzia al senatore e coordinatore regionale di FI Giancarlo Pittelli per associazione a delinquere, riciclaggio e violazione della legge Anselmi sulle logge segrete ma senza avvisare il suo superiore – il pm ha ritenuto che la misura fosse colma. E per la prima volta sfoga la sua rabbia. Napoletano, sposato con due figli, non ancora quarantenne, De Magistris del nonno porta il nome e la professione – giudice di Corte d’Appello che si è occupato tra l’altro del processo Cirillo – e anche un ricordo. Un timbro: “Cav. Dr. Luigi De Magistris, sostituto procuratore del Re”: “Sono già pronto in caso di svolta autoritaria...” esclama.
Vuol dire che lo Stato di Diritto corre dei rischi?
“E’ in serio pericolo ma bisogna salvarlo. Ma non mi faccio sfiorare dalla tentazione di appendere la toga al chiodo di fronte ad una decisione così profondamente ingiusta, perchè posso dimostrare in tutte le sedi istituzionali di aver operato correttamente.”
Ma perchè le è stata tolta l’indagine?
“Questo l’ho scritto e non rispondo. Di certo è la prova che l’indagine aveva raggiunto un livello altissimo dimostrando anche che il sistema giudiziario non è estraneo al sistema di potere”.
Intende che la magistratura fa parte di quel sistema corruttivo che le sue indagini delineano?
“Non ritengo che ne sia estranea”.
Vuol dire che nei salotti bene di Catanzaro indagati e indagatori vanno a braccetto?
“Basta frequentarli per verificarlo. Io non li frequento”.
Perchè i nemici li ha in casa?
“Posso rispondere che il più delle volte mi sono dovuto guardare più da chi avrebbe dovuto essere scontato che stesse dalla mia parte: dalla parte dello Stato...”.
Qual è il contesto che emerge dalle sue inchieste?
“La gestione delle risorse pubbliche – UE, Stato, Regione – avviene di frequente attraverso centri di potere costituiti da ambienti criminali, istituzionali, imprenditoriali e occulti con una forte trasversalità. Attraverso la costituzione di società necessarie per l’investimento dei fondi non garantendo lo sviluppo, l’occupazione, generando un blocco sociale, perchè sono sempre i soliti noti che ricevono gli incarichi e i finanziamenti...”
Cosa intende per poteri occulti, la massoneria?
“Quando si dice massoneria non si deve necessariamente pensare al grembiulino e al compasso ma anche a comitati d’affari, a lobby che sono in grado di condizionare la pubblica amministrazione, la politica, l’economia, la gestione degli appalti”.
A cui apparterrebbero anche i magistrati? Un palazzo dei veleni più che della giustizia, dunque.
“Sicuramente è un luogo dove si respira un clima molto pesante. Mentre quando cammino per strada colgo sguardi di condivisione, ascolto parole di incoraggiamento per il mio lavoro. Ci sono tanti calabresi onesti che chiedono alle istituzioni la pratica della legalità non nelle parole ma nei fatti. Io non ho mai ricevuto solidarietà dalle istituzioni”.
“Ti delegittimano, ti isolano e poi ti uccidono”. Parole di Falcone e Borsellino la cui foto è dietro le sue spalle...
“La passione per la mia professione, che non ha nulla di eroico, mi fa sopportare l’aggressività della delegittimazione e fa tacere la paura”.
Di lei hanno detto: è un magistrato incontrollabile.
“Se per incontrollabile si intende un magistrato non condizionabile, allora lo sono”.
Poi De Magistris dice: “Devo andare, è sabato, se anche stasera non rientro per cena mia moglie mi uccide... e quante persone farebbe felici...”
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Articolo 17 – Il PIZZO Nazionale:
causa d’impoverimento del Paese
Dal settimanale “Il Resto” del 31 marzo 2007 – di Nicola Bonelli
In omaggio al coraggio dei tanti Giovani calabresi e siciliani, che si vanno mobilitando per contrastare le mafie locali, e per opporsi al pagamento del pizzo, vorrei spiegare come e dove nasce il padre di tutti i Pizzi: quello imposto dal Comitato del Malaffare Nazionale attraverso l’allegra gestione della Spesa Pubblica; il pizzo prelevato dagli Appalti Pubblici: di opere, forniture e prestazioni varie; preteso da una Politica malata e sprecona; gestito da una Burocrazia corrotta e famelica; tollerato da una Giustizia inconsistente ed a volte collusa. Il Pizzo che cresce a dismisura per soddisfare le “crescenti esigenze”; che sottrae risorse a beni comuni e servizi, basilari e indispensabili; che soffoca con nuove tasse l’attuale popolazione; che grava sulle generazioni future con un Debito pubblico in aumento; che impoverisce il Paese, ad eccezione dei Malfattori, naturalmente.
Il tutto avviene – secondo un Oscuro Disegno – nella logica dell’emergenza. Che, quando non arriva naturalmente, la si crea con artifizi e stratagemmi. Tali da innescare le procedure d’appalto della somma urgenza, o della gestione commissariale; tali da vanificare ogni controllo previsto dalla gestione ordinaria.
Partendo da quel ch’è accaduto e tuttora accade in Basilicata, descrivo gli strumenti legislativi di questo Disegno, nonché le sedi istituzionali dove si decidono strategie e tattiche, “Accordi di programma” e diavolerie simili: tutti rivolti alla spartizione delle pubbliche risorse. La cabina di regia è nel C.I.P.E. (Comitato Interministeriale della Programmazione Economica): una specie di Governo Parallelo, inventato dalla prima repubblica in sostituzione del vituperato Sottogoverno di una volta, attraverso il quale – si ricorderà – avveniva allora la spartizione della torta.
Due clamorosi esempi di allegra gestione effettuate dal CIPE negli anni ottanta sono senz’altro le due Delibere: del 6 febbraio 1986 (Gazzetta Ufficiale n. 71 del 26.03.1986) e del 12 maggio 1988 (Gazzetta Ufficiale n. 144 del 21.06.1988). Con le quali furono stanziati dei fondi destinati allo sviluppo: Fondi F.I.O. (Fondi Investimento Occupazione), per circa 11.000 miliardi di lire (di cui 500 miliardi per la Regione Basilicata) che non produssero un solo posto duraturo di lavoro.
Esaminando le suddette delibere, si ha la dimostrazione di come si inventa l’emergenza: si approvano interventi multimiliardari senza uno straccio di progetto, e si stabilisce l’avvio dei lavori entro 120 giorni, pena la revoca del finanziamento. In tal modo scatta l’urgenza, e la “necessità” di ricorrere alla “procedura dell’Appalto concorso”, disciplinata dall’art. 24 - primo comma - lettera b), della legge 584/77; con il metodo dell’offerta “economicamente più vantaggiosa”.
E’ una norma che prevede l’aggiudicazione della gara sulla base di una ”serie di elementi di valutazione”, tra cui il minor prezzo, unico elemento oggettivo, che però conta poco (o niente) a confronto degli altri elementi: tutti fantasiosi, pretestuosi e soprattutto discrezionali. E’una norma che permette di affidare i Lavori a chi chiede il prezzo più alto. Quindi è “vantaggiosa”, ma non per l’Ente pubblico, bensì per l’Impresa aggiudicataria, che in tal modo riesce a realizzare utili fino all’80%. Per colmo, non si usa più la contabilità dei Lavori; che vengono liquidati “a corpo” e non “a misura”. Così si evita ogni effettiva verifica sulle opere realmente eseguite.
Si tratta insomma di un diabolico marchingegno inventato da Tangentopoli che - grazie alla discrezionalità consentita - sottrae di fatto la gara alla libera concorrenza; fa lievitare a dismisura il costo delle opere; consente di pilotare la gara a proprio piacimento; e regolamenta il patto non scritto tra le parti contraenti; patto che suona all’incirca così: “Ti affido l’appalto per una spesa di 100 (anche se l’opera ne vale 20) a condizione che di quei 100 me ne ritorni almeno 40”.
E’ una specie di gioco di prestigio che trasforma la gara d’appalto in una partita al “mercante in fiera”, in cui l’opera da realizzare è soltanto un pretesto: una “base” per costruirci l’Operazione spartitoria.
In questo modo, il “Grande Appalto” di opere pubbliche diventa una grande tavola imbandita: c’è posto per tutti, e l’importo dell’appalto viene commisurato non più al costo dell’opera ma al numero e all’appetito dei commensali. L’alto margine di guadagno prodotto, oltre che garantire un lauto “ritorno per il committente”, consente di “soddisfare” ogni acquiescenza e di “tacitare” ogni resistenza. Il banchetto di solito è organizzato dalle Grandi Imprese: per carità, tutte aziende al di sopra di ogni sospetto. Ma tra i commensali ci deve essere necessariamente (tra cottimisti, fornitori, progettisti, consulenti, subappaltatori etc…) anche chi è disposto ad emettere fatture false. Senza le quali non è possibile costituire fondi neri… e distribuire mazzette.
Ovviamente, per chi già dispone di fondi neri, tutto diventa più facile. E così ogni Grande Appalto diventa un’ottima occasione per riciclare denaro sporco. Dal connubio tra queste due esigenze: tra Chi pretende tangenti e Chi ha fondi neri da ripulire, nasce il sodalizio tra Amministratori pubblici e Clan mafiosi.
E’ un matrimonio d’affari tra due soggetti, apparentemente contrapposti tra loro (Stato e Antistato), che però hanno un forte bisogno l’uno dell’altro. Altro che infiltrazione della Mafia negli appalti pubblici.
La stessa norma, si badi bene (sotto altro nome ma con identico marchingegno), muove i pianeti di Forniture, Prestazioni, Servizi, Pulizie, etc… ad Enti pubblici.
Grazie a questa norma scellerata, i suddetti 500 miliardi di lire – Fondi FIO spesi in Basilicata negli anni 80 per “Sistemazioni idrauliche” lungo i fiumi lucani – produssero opere semi-fantasma di cui è difficile trovarne traccia; opere liquidate “a forfait”; realizzate a metà ma pagate per intero; o pagate due volte. Furono insomma delle truffe miliardarie: organizzate, avallate e “collaudate” dalla Burocrazia regionale; ed impunemente consumate nella consapevole indifferenza dell’Autorità Giudiziaria e della Corte dei Conti.
Sulla stessa falsariga si continua tuttora: vedi Accordo di programma del 28.07.2003, tra CIPE e Regione (DGR 1383/2003), con il quale sono stati stanziati e dilapidati altri 25 milioni di euro lungo i fiumi lucani, con vere e proprie “rapine” come quella commessa per la “Sistemazione del torrente S. Nicola di Nova Siri”.
Riferendosi alla serie di appalti degli anni 80 in Basilicata, l’allora deputato On. Nicola Savino di Potenza, in una interrogazione parlamentare (n. 5-01750 del 13.10.1989), esprimeva tra l’altro la seguente inquietante preoccupazione: “l’adozione del metodo della contabilizzazione “a corpo” e non “a misura”, per quanto legale, rende tanto superficiali i controlli da consentire guadagni illeciti, i quali possono innescare processi di degrado sociale… e fenomeni di criminalità diffusa”. E difatti, dopo qualche anno (1992) esplose lo scandalo di Tangentopoli. Dove fu proprio questa norma a “regolare” gli accordi intercorsi tra tanti “Mariuoli” che produssero la diffusa “Dazione ambientale” scoperta dal pool “Mani Pulite” e dal Magistrato Antonio Di Pietro, a cominciare dalle Pulizie del Pio Albergo Trivulzio.
Dopo quel terremoto questa norma era andata in disuso, ma poi ricomparve con la legge 109/1994 (art. 21). Tornata di nuovo in ombra per qualche incidente tangentizio, è stata di recente dissotterrata col Decreto legislativo n. 163 del 12.04.2006 (art. 83), perchè “imposto” da una Direttiva CE. A quanto pare, sfruttando la “copertura” europea, si riesce a camuffare le “porcate” legislative nazionali in “Leggi ispirate dall’Alto”. Non so dove ci porta l’Europa, ma una cosa è certa: la norma in questione disonora il Parlamento italiano. E’ destabilizzante più di cento Brigate rosse.
Consentire l’uso di questa norma ai tanti Gaglioffi annidati nella struttura pubblica, è come fornire un grimaldello ad uno scassinatore. Anzi, è come consegnare le chiavi di un condominio a dei ladri d’appartamento.
Per ironia della sorte ora tocca proprio al Ministro Di Pietro (II°) applicare questa assurda norma nella gestione dei Lavori Pubblici. E mentre continua ad agitare, a chiacchiere, la spada degli improbabili “Valori” d’Italia, non si accorge che, nella pratica corrente del suo dicastero, fornisce l’alimento alle Grandi Malefatte: applicando appunto questa norma nei Grandi Appalti Nazionali. E’ auspicabile che se ne renda conto e si adoperi per abrogarla. Che non si limiti ad usare il naso del Poliziotto (come fece il Di Pietro I°) alla ricerca perpetua di malfattori. Che usi piuttosto la testa del Politico. E che riesca a individuare e neutralizzare gli oggettivi strumenti usati dal Malaffare: le Leggi, appunto.
E’ altresì auspicabile (la speranza è sempre l’ultima a morire) che il Parlamento provveda a ripristinare, e con più rigore, il reato di “Abuso d’Ufficio”, da cui si genera l’Arroganza-menefreghismo-strapotere della Burocrazia, nonché il vergognoso lassismo della Magistratura ed il conseguente Sfascio del Paese. E provveda a smantellare la miriade di Strutture parallele, a cominciare dal CIPE, nate nella logica della spartizione del potere gestionale, e scevre da ogni responsabilità.
Per un futuro migliore, per il loro futuro, è sperabile infine che i Giovani prendano coscienza anche di questi problemi, e che si mobilitino per debellare lo Spreco e l’Immoralità (istituzionale). Due mostri che si inseguono e si alimentano a vicenda; e che distruggono la Democrazia. Il Potere li usa per rafforzarsi, creando sudditanza, servo-assistenza e voto di scambio; e mira a legalizzarli: approvando leggi immorali e mistificatorie come quella sopra descritta. La Società li subisce perdendo cittadinanza e possibilità di sviluppo. Nel contesto che ne segue prevale il Malcostume; si mortifica la Dignità; non c’è spazio per la Legalità. E così via, verso la morte dello stato di Diritto. Dopo di che arriva la giungla …ed alla fine rimaniamo fregati TUTTI.
P.S. – Leonardo Sciascia amava ripetere che l'arma, più efficace per combattere e vincere la mafia, è la Legge. A quanto pare, chi ha veramente capito il concetto è la Controparte, che si è fatto le leggi su misura per imporre il suo Sistema. Nel mondo dei Grandi Appalti, la norma in questione ha il valore di un vero e proprio Comandamento: “VIETATO NON RUBARE”. E solo chi rispetta tale regola può entrare nel giro.
Sono le leggi il vero piccone usato dall'Antistato per demolire, mattone dopo mattone, lo Stato democratico. Sono le leggi a consentire la massima discrezionalità e lo strapotere a Coloro che gestiscono la cosa pubblica, ed a trasformarla in Cosa loro. Sono le leggi a permettere una sempre più Allegra gestione delle risorse, a fornire gli strumenti per truffe e rapine, ed a garantirne l’impunità.
La cronaca giudiziaria ci informa ormai ogni giorno di appalti truccati e pilotati, di arresti di politici, amministratori, impresari e giudici, sorpresi “con le mani nel sacco”. E’ un fenomeno che si espande a vista d’occhio sul territorio nazionale.
Inseguire i Malfattori – senza neutralizzare le norme truffaldine che consentono di gestire le risorse a loro piacimento: senza controllo (senza contabilità) e senza dover rispondere dei risultati – serve solo a produrre “alternanza e rotazione” tra i Soggetti. Ma il Malaffare non si ferma. Anzi, ci costa ancora di più.
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Articolo 16 - Un fiume di soldi sperperati per sistemare il Basento:
il rischio alluvioni in aumento nel Metapontino
Da “la Nuova Basilicata” del 28 febbraio 2006 – di Giuseppe Cariglia
La mancata attività estrattiva nel Basento alla base delle continue esondazioni. Il corso d’acqua lucano è stracolmo di materiale inerte che ostruisce la sezione di deflusso e rende gli alvei pensili.
Con l’arrivo della stagione delle grandi piogge, si ripresenta puntualmente il problema delle esondazioni del fiume Basento in particolare, che oltre ad arrecare notevoli danni economici al comparto agricolo del metapontino, mette a rischio l’incolumità delle popolazioni dell’area. Lungo 148 chilometri, è ormai un corso d’acqua che sta morendo. Infatti molti scarichi abusivi riversano elementi inquinanti direttamente nell’alveo del fiume, mentre i lavori di irreggimentazione delle acque hanno creato lungo lo stesso forzature ambientali con gravi conseguenze sull’ecosistema. Peraltro, alcuni siti industriali che si attestano lungo le sponde del fiume, a causa di alcuni incidenti, hanno inferto duri colpi alla vita del corso d’acqua, aggravando una situazione oggi al limite del collasso.
Tante le denunce in tutti questi anni per fermare (come affermano in molti) un disegno che mirerebbe a rendere difficile ogni forma di manutenzione preventiva e gratuita (ed anche remunerativa per la pubblica amministrazione) dei corsi d’acqua, cioè l’attività estrattiva fluviale (nel 2003 in Basilicata sono state rilasciate una trentina di concessioni estrattive), per subentrarvi con il sistema degli appalti pubblici e con interventi onerosi. La prova lampante di questo connubio, tra appalti pubblici e certi interessi privati, è da ricercare nell’ultima assegnazione alla Basilicata tra gli anni ’80 e ’90 dei Fondi Fio. Lavori per diverse centinaia di miliardi per le sistemazioni idrauliche nei fiumi lucani di cui, come è ben visibile, non si conoscono i benefici.
Non vorremmo che anche con l’ultimo cospicuo intervento finanziario approvato dalla giunta regionale (8 milioni di euro) si traduca in opere e non in uno spreco di denaro pubblico. Certo è che il fiume Basento (ma non solo), è stracolmo di materiale, le sezioni di deflusso ostruite e gli alvei pensili ed a costante rischio d’esondazione. Ma si continua a negare l’evidenza. Si tacciono e nascondono le situazioni di pericolo pregresse, al fine di poter sostenere, quando arriva il disastro, che quel materiale vi è giunto con le ultime piogge. D’altronde, come ormai da anni siamo abituati a notare, dove ci sono interessi, anche i fiumi (in questo caso il Basento ne è un esempio tangibile), sono di grande aiuto: cancellano tracce delle opere malriuscite ed anche quelle non eseguite, ma contabilizzate e retribuite. E purtroppo ogni volta che piove, la scena puntualmente si ripete. Il fiume, con l’innalzamento degli argini avvenuto anni addietro che non fa altro che assecondare l’esondazione, si riempie, straripa ed invade i terreni adiacenti.
Il letto naturale si espande, sommerge qualsiasi forma di vita vegetale e distrugge, come è accaduto nei giorni scorsi, la secolare agricoltura della pianura del metapontino. Occorre, perciò, intervenire al fine di salvaguardare questo fiume cui la Basilicata rimane legata non solo per motivi economici, ma anche per motivi storici e culturali. Non è possibile assistere ulteriormente al suo degrado e allo scempio. Il patrimonio storico di questo fiume presenta, peraltro, tutte le condizioni per l’istituzione di un parco fluviale, con decreto del Ministro per i beni culturali e ambientali, sentiti la Regione, gli enti locali e le varie associazioni ambientaliste interessate. I tempi per l’istituzione del parco fluviale del Basento appaiono ristrettissimi trattandosi di salvare dalla morte un fiume ormai in agonia.
Speriamo, prima che sia troppo tardi, che il buonsenso prevalga e faccia pulizia di molte ambiguità venute fuori in tutti questi anni, al fine di restituire più serenità agli agricoltori e alle popolazioni del Metapontino.
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Articolo 15 - Sistemazioni-rapina del 2003-05 in Basilicata:
interventi ad hoc per “sistemare” il pubblico denaro
Da “il Giornale della Sera” del 2 settembre 2005 – di Nicola Bonelli
Una questione importante – concernente il pubblico interesse nella gestione dei fondi per le sistemazioni fluviali – torna d’attualità nelle recenti delibere della Giunta Regionale di Basilicata. Mi riferisco all’articolo comparso su “la Nuova” del 20 luglio scorso – “Fondi per sistemare il Basento” – che riferendo delle recenti delibere approvate su proposta dell’Assessore Francesco Mollica, analizza i due interventi di sistemazione fluviale: nel torrente S. Nicola (Nova Siri, Mt) e nel fiume Basento (Calciano, Mt).
L’articolo commenta le premure dell’assessore che a suo dire avrebbe avviato degli “importanti investimenti per la difesa del suolo”. Ma alcune semplici osservazioni sembrano dimostrare l’esatto contrario: si spende denaro pubblico laddove si potrebbe incassarlo! Sono soldi stanziati dal C.I.P.E. e fanno parte di un fondo di 25 milioni di euro, destinato, da apposito “Accordo di programma Quadro” del luglio 2003 a “Lavori” di questo genere. Per come vengono spesi, sarebbe più giusto definirli: “Fondi da sistemare nel Basento”. Essendo soldi dello Stato, c’è da augurarsi un intervento del Governo – oltre che della Corte dei Conti – per arrestarne lo spreco. Ho esaminato i progetti: redatti dall’ing. Antonio Losinno, approvati dall’ing. Donato Grieco dell’Ufficio Infrastrutture di Matera, e supervisionati dal Dirigente gen.le ing. Aniello Vietro. Conosco lo stato dei luoghi e posso dire che entrambi gli interventi potrebbero realizzarsi a costo zero per la P.A.. Descrivo qui di seguito gli interventi in questione.
Torrente S. Nicola: Delibera n. 1547 del 18.07.2005(presenti tutti gli Assessori, assente il Presidente Vito De Filippo): “Lavori di ripristino officiosità idraulica del torrente S. Nicola, agro di Nova Siri, importo 330 mila euro”, approvata nella seduta del 18.07.2005.
L’intervento riguarda il tratto medio del corso d’acqua, a partire da 3 km. a monte della s.s. 106. Vi è prevista “l’apertura della savanella” (sezione di deflusso) – per una larghezza di 40 metri, profondità di 3,5 metri, e lunghezza di 2.500 metri – che comporta l’asportazione dall’alveo di 140 mila metri cubi di materiale. Ecco alcune incongruenze del progetto:
a) l’obiettivo dichiarato è il “ripristino dell’officiosità idraulica”, ma tra i suoi elaborati non esiste uno straccio di verifica della portata idrica. Non si comprende perciò da dove scaturisca il dimensionamento della sezione proposta: 140 mq. Sezione che – con la pendenza longitudinale propria del 2%, e con un tirante idrico di 2,5 metri – potrebbe contenere una portata di 1.000 mc/s: portata di un fiume con bacino da 1200 kmq. (come il Basento); esagerata per un torrentello con 60 kmq. di bacino, qual è appunto quello in questione;
b) da notare, inoltre, che il tratto terminale del torrente, compreso tra la s.s. 106 e la foce, ha una sezione di soli 65 mq. ed una pendenza dello 0,6%; lo stesso ponte della 106 ha una luce di soli 24 metri; può quindi transitarvi una portata massima di 200 mc/s. Per cui, perché aumentare la sezione di monte, che può già contenere 500 mc/s, quando quella di valle ne contiene meno della metà?;
c) il torrente in esame è una tipica fiumara calabra: un greto con tanta ghiaia ma senza una goccia d’acqua; ghiaia depositata in modo uniforme per lungo e per largo e non come dice il progetto “in notevoli accumuli che deviano il flusso idrico” (che non esiste) “e provocano consistenti erosioni” (anch’esse inesistenti); e soprattutto non è vero che l’erosione stia “interessando un attraversamento viario di grande utilità… per cui si è reso necessario intervenire”. Il ponte dell’unica strada che attraversa quel tratto di torrente – una strada poderale larga 4 metri e lunga 6 chilometri, a partire dal cimitero di Nova Siri – è un’opera di recente costruzione: robusto e ben fondato; è alto 4 metri; ha una luce complessiva di 100 metri e non presenta alcun segno di erosione; inoltre, la sottostante sezione d’alveo potrebbe contenere 2.500 mc/sec.: le portate del Basento e del Sinni messe insieme.
Ma se l’intervento finanziato dalla Regione non ha niente a che vedere con le reali esigenze idrauliche del S. Nicola, quale potrebbe essere la sua vera utilità? Certo, la quantità di materiale da asportare ha un valore di mercato non trascurabile. Pensando poi agli altri 170 mila mc asportati nello stesso tratto con intervento analogo, circa due anni fa (Delibera n. 1388/2002, per altri 427 mila euro di soldi pubblici), si raggiunge un bel cumulo di inerti.Considerato l’attuale fabbisogno di inerti, non ci sarebbe niente di male: se servono gli inerti bisogna pur trovarli da qualche parte; e ben vengano dal S. Nicola se la soluzione è compatibile, come nel nostro caso, con la tutela ambientale. Tutto potrebbe rientrare in una normale attività di “estrazione di inerti”, e non di altro.
Il punto della questione però è un altro. La cosa assurda di questo intervento (e di quello precedente) sta nel fatto che la Regione, proprietaria di quel materiale, decide di immetterlo gratis sul mercato, ed in più offre un regalo da 330 mila euro a chi se lo aggiudica. Praticamente, non essendo previste altre opere oltre la savanella, l’impresa aggiudicataria dell’appalto non dovrà spendere un solo euro: basterà trovare qualche ditta interessata, cui cedere il materiale a titolo gratuito; la quale in cambio del materiale eseguirà i lavori di scavo della prevista savanella, asportando semplicemente dall’alveo il materiale, e ringraziando per il dono. E così: l’importo lordo aggiudicato diventa un netto ricavo incassato. Ma quale “Investimento per la difesa del suolo”, tanto decantato dall’Assessore Mollica. Qui si tratta di un concorso a premi alla Bonolis,con tanto di Pacco-regalo messo in palio, per il più fortunato. Con tante grazie e… riconoscenze, verso chi gliel’ha donato.
Il materiale di cui sto parlando (una vera e propria risorsa mineraria) è lo stesso materiale che si trova in abbondanza in tutti i fiumi lucani: idoneo alla produzione di inerti; richiesto dagli impianti del settore; ed oggetto delle concessioni estrattive di competenza del Dipartimento Ambiente. Il quale di norma (legge reg. n. 12/1979) dovrebbe autorizzarne la rimozione, ma alle seguenti condizioni: il materiale viene ceduto in sito; la Regione ne |