Rischio idraulico fluviale:

(cause naturali e mistificazioni amministrative)

 

   Sommario:

    1.  Rischio idraulico in Pianura Padana;

    2.  Tra le cause di un’esondazione fluviale;

    3.  Crollo di ponti e difese spondali;

    4.  Fiumi in secca e falda acquifera;

    5.  Casse d’espansione lungo l’Arno;

    6.  Il caso emblematico di Lodi;

   

 

1. Rischio in Pianura Padana.

(per analogia, in tutte le pianure fluviali)

L’Acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridurre la terra in perfetta sfericità, s’ella potesse… Così descrive, Leonardo da Vinci, il processo d’erosione del suolo: processo naturale, tra quelli che incidono sull’evoluzione morfologica della crosta terrestre. Ogni volta che piove, l’azione meccanica dell’acqua asporta dai rilievi uno strato di terra, per gravità lo trascina a valle, e quivi lo deposita laddove si quieta. In questo modo, e col tempo, spiana le montagne e forma le pianure. La pianura padana, ad esempio, si è formata, nella sua larghezza e lunghezza, grazie all’apporto solido proveniente dai rilievi, e quindi trasportato e depositato, per migliaia di anni, dal fiume Po. Tanto da formare l’attuale terra ferma, laddove prima c’era il mare.

Tutto questo è potuto accadere fino a quando il fiume era libero di divagare per l’intera larghezza della pianura stessa. Cioè quando questa era sgombera dalla presenza dell’Uomo (e delle sue cose), che allora viveva di caccia e pastorizia ed abitava nelle grotte in montagna. Ma poi, sin dagli albori della civiltà, con l’insediarsi in pianura, l’Homo sapiens ha dovuto far fronte al disordine naturale ed al libero divagare del fiume. Si è dato una serie di regole per disciplinarne le acque. Ha inventato il concetto di alveo, entro cui farle scorrere: per salvaguardare il territorio, l’agricoltura ed i propri insediamenti. Per millenni, perfezionando quelle regole, ha vigilato affinché il fiume assolvesse alla sua primaria funzione, che è quella di drenare le acque del proprio bacino idrografico. Da qui i concetti di “Portata idrica”, “Sezione di deflusso”, “Governo idraulico”, “Polizia idraulica”, “Reticolo idrografico”, “Assetto del Territorio”…Il tutto regolato dal R. D. n. 523 del 1904 (testo unico sulla disciplina delle acque) e dalle successive leggi.

Nell’ultimo trentennio questi concetti e regole sono andati in disuso. La parola disciplina è una bestemmia. “I fiumi devono evolvere secondo natura”, si sente dire. E’ vietata la regimazione degli alvei. Non si parla più di pulizia, bonifica, manutenzione… ma si usa la “rinaturazione” (?), la “riqualificazione” (?).

L’articolo 96 del citato R. D. 523/1904 recita: sono lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche: …le piantagioni che si inoltrino dentro gli alvei dei fiumi, torrenti rivi e canali, a costringerne la sezione normale e necessaria al libero deflusso delle acque…”. Questa ed altre erano le regole che, nell’era della ragione, imponevano la pulizia degli alvei. Ora invece, nell’era del dio “Ambiente” – in cui si guarda all’albero come a un feticcio, e guai a chi lo tocca anche se nasce e si sviluppa laddove può provocare disastri e lutti – negli alvei fluviali si è sviluppata una tale vegetazione, di alberi di alto fusto, da trasformare i fiumi in veri e propri boschi, che fanno da sbarramento e costringono le acque ad aprirsi altre vie.  

 Si ignora inoltre il problema dell’erosione del suolo: dei milioni di mc di detriti alluvionali… che ad ogni pioggia arrivano a valle… che si accumulano, si stratificano… e riempiono gli alvei fluviali. Ed è ciò che sta accadendo in tutte le pianure fluviali, ed anche in Pianura Padana. Dove l’enorme accumulo di ghiaia e sabbia – formatosi in questi anni d’incuria e di abbandono – ha trasformato i “lussureggianti” fiumi in tante fiumare calabre, che straripano d’inverno e vanno in secca d’estate. Il Sesia… il Trebbia… l’Enza… il Ticino… il Seveso… l’Adda… il Piave… il Tagliamento… e lo stesso Po, non hanno più la sezione di deflusso adeguata alle corrispondenti portate di massima piena. Sono ostruiti, pensili ed a rischio d’esondazione: anche con modeste portate idriche.

La situazione evolve verso il peggio: aumenta l’erosione del suolo e, con esso, aumenta l’apporto di sedimento alluvionale. Ma gli Organi preposti: l’AIPO, l’Autorità di bacino ed Altri, non ne tengono alcun conto. Nei vari rapporti delle ultime alluvioni non si fa alcun cenno alla portata solida delle piene, ed al suo deleterio effetto sulle sezioni di deflusso. Eppure i detriti, che durante le passate alluvioni hanno invaso campi, case e strade, li abbiamo visti tutti; come i tanti accumuli formatisi lungo gli alvei, sono ancora visibili dappertutto. Ignorandone l’esistenza, si ignorano anche gli effetti che ne derivano. La loro presenza restringe la sezione di deflusso e devia la corrente, provocando l’erosione delle sponde, lo scalzamento delle difese spondali e di ogni opera presente, compreso le pile e spalle dei ponti.

Vi sono diffuse situazioni critiche; situazioni pregresse di alvei ostruiti, che però vengono ignorate e sottaciute, per poter sostenere – ogni volta che ne deriva un disastro alluvionale – che “si tratta di una imprevedibile calamità naturale” e che quel materiale vi “è giunto con le ultime piogge”. Si inventano cause risibili dell’evento, come “l’aumento della velocità di corrivazione”, e si batte sul solito ritornello della “eccessiva escavazione in alveo”. S’imbrogliano le carte, insomma. A quanto pare, oltre al problema alluvione, in Pianura Padana esiste un secondo Problema, grave forse più del primo, rappresentato proprio dai Tecnici ufficiali.

Il rischio più grosso, in caso di esondazione, è che il fiume cambi il suo corso; che abbandoni l’alveo esistente e se ne crei un’altro sulla pianura adiacente, seguendo una maggiore pendenza. E’ già accaduto più volte in Pianura Padana. E’ noto il caso di qualche secolo fa del fiume Tanaro, il cui vecchio corso proseguiva da Cherasco verso sinistra e confluiva nel Po a Carmagnola, ma in occasione di una piena, deviò a destra e si aprì l’attuale varco che passa per Asti ed Alessandria, e sfocia nel Po a Bassignana. Potrebbe tuttora accadere. Il Trebbia, ad esempio, potrebbe divagare sul territorio e la città di Piacenza, e poi confluire nel Po più a valle, insieme al Nure. Lo stesso Po potrebbe cambiare il suo corso, da Piacenza alla foce, dove l’alveo procede con una pendenza vicina allo zero (12 cm per km).

Oltre l’innalzamento dell’alveo, quella parte di materiale che va a depositarsi verso la foce, facendola protendere verso il mare, allunga lo sviluppo del corso d’acqua e ne riduce ulteriormente la pendenza; si riduce quindi la velocità e s’innalza il livello idrico; aumenta il rischio di tracimazione, e di deviazione.

Tutto questo fa presagire una Grande Catastrofe. Incombe il pericolo di vita su intere popolazioni. Il territorio rischia di essere sommerso non solo dall’acqua ma anche da uno strato di terra e ghiaia. Il rischio, ripeto, è reale e altissimo. E potrebbe essere facilmente rimosso: tornando a dragare gli alvei; rimuovendo l’enorme accumulo di materiale formatosi negli ultimi trenta anni; ripristinando in tal modo le sezioni di deflusso. La soluzione è alquanto semplice e, sotto l’aspetto economico, non richiederebbe alcuna spesa. Anzi, produrrebbe delle notevoli entrate erariali. Risolverebbe inoltre, per diversi anni, il fabbisogno di inerti, occorrenti per i Grandi Lavori avviati e da avviare in tutta Italia. Ma si continua ad  ignorare, sia il problema che la soluzione, e, sulla spinta pressante del fabbisogno eccezionale di inerti, le Regioni stanno  programmando l’apertura di altre Cave fuori alveo, in un territorio già ridotto peggio di una gruviera… Siamo al massimo della follia istituzionale.

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2. Tra le cause di un’ esondazione fluviale.

La funzione primaria, ripeto, cui assolve un corso d’acqua – ai fini della sicurezza del territorio – è quella di drenare le acque piovane del proprio bacino idrografico. Tale funzione di drenaggio dipende dall’efficienza del reticolo secondario: affluenti, canali e fossi di scolo, che riescano a confluire le proprie acque nel corso principale; e dalla capacità di questo ultimo di contenere quelle stesse acque e di farle defluire verso il punto terminale di sbocco: il mare, un lago o un bacino artificiale. 

La capacità di deflusso di un fiume (portata) è determinata dalla capienza del proprio alveo e dalla sua pendenza longitudinale; - viene espressa in metri cubi al secondo; - e risponde alla regola dell’Idraulica: Q = A x V. Dove Q è la portata, A la superficie della sezione trasversale dell’alveo; V, la velocità.

La velocità della corrente dipende innanzitutto dalla pendenza longitudinale dell’alveo, ma anche dal suo indice di scabrezza, cioè dall’insieme degli ostacoli ivi presenti e dalle irregolarità superficiali del fondo e delle pareti: tutti elementi che oppongono resistenza al moto della corrente stessa. Influisce inoltre, sulla velocità, l’andamento planimetrico del corso d’acqua: un corso sinuoso, fatto di anse e meandri, è molto più “lento” di un corso rettilineo. L’insieme di questi fattori rappresenta l’indice di scabrezza e viene indicato, nelle formule d’Idraulica, con il coefficiente K.

Con il variare delle suddescritte condizioni, possono variare uno o entrambi i fattori “A” e “V”, ed ovviamente variare la portata “Q”. Pertanto, in un corretto piano di prevenzione, andrebbe controllata la sezione di deflusso, e confrontata con la portata delle rispettive e ricorrenti piene, statisticamente note.

E’ una verifica che andrebbe effettuata periodicamente, specie dopo un’esondazione, per capire anche se lo straripamento è stato causato dalla eccezionale portata di piena, o piuttosto da una riduzione della originaria capacità di deflusso dell’alveo stesso. Riduzione che può verificarsi (e spesso si verifica) con il formarsi di un accumulo alluvionale, che ostruisce la sezione e quindi riduce il fattore A”; oppure con l’inserimento di una briglia (che abbassa la pendenza longitudinale) o con lo svilupparsi di vegetazione in alveo: entrambi causa di riduzione del fattore V”.

Andrebbero inoltre controllati i numerosi sbarramenti o briglie di ritenuta esistenti lungo i tronchi fluviali di pianura: briglie realizzate per derivazione d’acqua o per altro, ma senza badare al loro effetto sul regime idraulico. Nei tratti in cui la pendenza è già minima (intorno all’uno per mille), l’inserimento di una briglia azzera la pendenza e quindi la velocità per un lungo tratto; provoca ristagno e, in caso di piena, rigurgito idraulico ed innalzamento del livello idrico.

La briglia, inoltre, provoca nel lungo periodo anche l’innalzamento del fondo alveo del tratto di monte. La quota di soglia di una briglia rappresenta il nuovo livello di base della parte di bacino che si estende a monte. Per livello di base, si intende la quota del punto terminale, verso il basso, del profilo longitudinale di un corso d’acqua o di un suo tronco. Al proprio livello di base, com’è ovvio, deve raccordarsi il profilo dell’acqua, nel senso che deve in ogni caso esservi una pendenza, sia pure limitata, che permetta comunque lo scorrimento dell’acqua stessa fino a tale livello. E’ evidente che il nuovo livello di base (la briglia appunto) innesca una fase di rimodellamento morfologico del bacino sotteso.

Questo è quanto ad esempio sta accadendo lungo il Po, a monte della traversa “isola Serafini”, nei pressi di Piacenza. La quale traversa – che innalza in quel punto di 7 metri la quota di deflusso – rappresenta il nuovo livello di base del bacino sotteso. A questa nuova quota va raccordandosi,  innalzandosi, il tratto di monte del fiume Po, e quindi dei punti di confluenza dei suoi affluenti. Ne consegue l’innalzamento degli alvei dei: Trebbia, Olona, Lambro, Ticino, Scrivia, Tanaro… e dei relativi reticoli idrografici. L’esondazione del Ticino e l’allagamento di Pavia nel 2000 sono senz’altro la conseguenza di questo processo di innalzamento.

L’altro fattore che riduce fortemente la velocità della corrente è la vegetazione presente in alveo. Vegetazione che si sviluppa soprattutto nei tratti terminali dei corsi d’acqua, fino a formare dei veri e propri boschi, che offrono una tale resistenza al passaggio dell’acqua, un vero e proprio tappo, tanto da costringerla a trovarsi un’altra via. In caso di piena, il rigurgito idraulico provocato da tale condizione innalza il livello idrico e provoca lo straripamento. Cito due recenti eventi alluvionali, verificatisi soprattutto a causa della folta vegetazione presente in alveo:

1) – Allagamento della piana del Metapontino, in Basilicata, per esondazione dei fiumi Basento, Bradano e Cavone, nel novembre 2004;

2) – Allagamento della piana della Baronia, in Sardegna, per esondazione del fiume Cedrino, nel dicembre 2004.

Accomunate dalla stessa sorte, il Metapontino e la Baronia hanno subito la recente calamità, che non è del tutto naturale, come si vuol far credere, ma è per buona parte conseguenza della inettitudine degli Organi ufficiali, preposti e “competenti”. I quali – in totale spregio delle tante leggi (leggi non solo antiche ma anche moderne: legge 183/89; D.P.R. 14.4.1993; art. 5 legge 37/94; art. 2 legge 365/2000), e godendo dell’automatica copertura della descritta follia “ambientalista” (cap.1) – disattendono alla più elementare e inderogabile delle operazioni, indispensabile per la sicurezza del territorio e per la pubblica incolumità: la Pulizia degli Alvei fluviali.

Ad ogni evento di piena, ad ogni straripamento, quindi, andrebbero verificati, e possibilmente ripristinati, i valori di A e V, e con essi l’originaria portata Q dell’alveo fluviale. Da parte degli Organi ufficiali, invece, si ignora ogni verifica del genere e sbrigativamente si pensa ad innalzare argini. Si asseconda in tal modo il processo di innalzamento degli alvei; ed il rischio d’esondazione viene solo traslato verso monte ma non eliminato. Si altera il naturale rapporto altimetrico tra fiume e pianura, ed in caso di piena, con il livello dell’acqua più alto rispetto alla pianura adiacente, s’innesca il fenomeno di sifonamento: l’acqua fuoriesce dal fiume attraverso il subalveo, passando sotto gli argini. Tutti ricorderanno il fenomeno dei “fontanazzi”, durante le ultime piene del Po. Inoltre, in caso di esondazione, sono proprio gli argini ad impedire il rientro dell’acqua in alveo. Ed è proprio questo particolare – cioè la difficoltà del rientro – che rende ancora più disastrose le esondazioni nei fiumi pensili ed arginati.

Oppure si ricorre alle casse d’espansione, dette anche aree di esondazione. Per la loro realizzazione si sottrae del prezioso territorio all’agricoltura, ma, per quanto grandi possano essere, non potranno mai contenere l’enorme quantità d’acqua (centinaia di milioni di mc) che in poche ore può fuoriuscire da un fiume come il Po, con portate da 10.000 mc/sec. Ma poi, con un alveo ostruito per centinaia di chilometri, che in caso di piena può esondare – ed esonda in mille punti lungo il suo corso – che cosa si fa? Si fanno mille casse d’espansione, oppure, molto più sensatamente, si amplia e ripristina la sezione di deflusso?.

L’altro rimedio a cui si ricorre è la ricostruzione dei ponti. La si propone anche laddove l’opera esistente è in buono stato; ed anche se la sua ricostruzione è inutile ai fini della messa in sicurezza del territorio. Come ad esempio sta accadendo in questi giorni ad Alessandria, a Casale Monferrato ed a Lodi, dove, oltre l’ostruzione e restrizione delle sezioni di deflusso (causa principale), l’altra causa delle passate esondazioni non sono certo stati i rispettivi ponti urbani, ma le briglie poste a valle degli stessi. L’effetto sul fattore “V”, di quelle briglie, è facilmente verificabile: visibile in ogni momento anche ad occhio profano. Si può difatti notare un ristagno lacuale che  si propaga su un lungo tratto fluviale, a monte di quelle briglie. E’ intuitivo, oltre che matematicamente dimostrabile, che, in caso di piena, quel ristagno, che rivela bassissima velocità, provoca l’innalzamento del livello idrico e quindi l’esondazione. Ai disastri di Alessandria-1994, di Casale Monferrato-2000 e di Lodi-2002, ha di certo contribuito la presenza delle briglie nei tratti urbani. Basterebbe demolire quelle briglie e la situazione migliorerebbe già di molto. La costruzione di nuove opere, però, costa (e paga) molto di più della manutenzione di quelle esistenti, o della demolizione di qualcuna di esse errate. Da qui evidentemente la preferenza della lobby degli appalti verso la ricostruzione di ponti e di altre opere, previo l’abbandono dell’esistente.

Questa scellerata politica ha ridotto tutte le pianure fluviali ad altissimo rischio idraulico. Chi vi abita convive con il perenne incubo dell’alluvione: nella certezza ch’è solo questione di tempo… e di nubi che passano sul proprio territorio.

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3. Crollo di ponti e difese spondali

Gli accumuli di materiale in alveo rappresentano un pericolo anche per le opere ivi presenti: sia in caso di massima piena che in periodi di magra. Nel primo caso, la riduzione di luce sotto i ponti non consente il deflusso dell’onda di piena: il ponte fa da sbarramento e, anche se costruito a regola d’arte, può essere spazzato via.

Nel lungo periodo di medio-magra, invece, la presenza degli accumuli devia la corrente verso le sponde e restringe la sezione di deflusso. Ne consegue un incremento (locale) della velocità dell’acqua che provoca l’erosione e l’incisione del fondo alveo. Il quale assume, a ridosso di difese spondali e di ogni opera presente, la caratteristica sezione a V: l’acqua erode il fondo alveo, scava in profondità, fin sotto le fondazioni, scalzando e insidiando la stabilità delle opere stesse.

E’ un fenomeno, questo, che evolve al peggio e in modo irreversibile. Com’è noto, la corrente assume differenti velocità – nei diversi punti della sezione trasversale – a seconda della profondità dell’alveo e cioè dell’altezza (carico) della corrente. Proprio a causa degli accumuli formatisi in precedenza, si ha maggiore profondità verso le sponde e minore verso il centro. Per cui, sia il carico che la velocità della corrente sono più alti presso le sponde che verso il centro dell’alveo. Ne consegue il perpetrarsi di entrambi gli opposti fenomeni: Erosione in prossimità delle sponde; Sedimentazione nella fascia centrale dell’alveo. Il persistere di situazioni simili rappresenta spesso la vera causa dell’improvviso crollo di ponti e difese spondali.

Sono situazioni “ambigue”, molto diffuse nei fiumi sovralluvionati, e caratterizzate dalla presenza dei due noti fenomeni fluviali: 1) Sedimentazione e conseguente innalzamento dell’alveo per gran parte della sua larghezza; 2) Erosione e conseguente abbassamento nella restante parte del fondo alveo (come sopra descritto). La presenza simultanea dei due opposti fenomeni, di cui per giunta il primo è la vera causa del secondo, si presta a facili equivoci: in buona o malafede. Per cui quei tronchi fluviali vengono spesso definiti “in erosione” e “in abbassamento”. Mentre in realtà sono in forte sedimentazione ed innalzamento.

La mancata pulizia, per decenni, degli alvei fluviali, crea un ulteriore pericolo per i ponti. In tutto quel tempo l’accumularsi del sedimento forma degli isolotti; che si coprono di vegetazione e vi crescono alberi d’alto fusto. Con l’arrivo della piena, gli alberi vengono sradicati e trascinati a valle. Vanno a incastrarsi sotto le arcate dei ponti, formandovi un vero e proprio sbarramento, che può essere spazzato via, dalla stessa piena, insieme al ponte medesimo.

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4. Fiumi in secca e falda acquifera

Con l’accumularsi del materiale e l’innalzarsi degli alvei, salta anche il delicato equilibrio tra fluenza superficiale e falda acquifera sommersa, cioè fra quei due vasi comunicanti il cui interscambio garantisce la perenne vitalità del fiume, anche in periodi di siccità. La falda acquifera della pianura padana, è una freatica libera, che si alimenta, da un lato, delle acque che percolano dai rilievi, dall’altro attinge dalle correnti superficiali degli affluenti del Po (oppure cede loro parte della sua acqua: a seconda della diversa prevalenza fra i due livelli); scorre e funziona come un fiume: defluisce seguendo la maggiore pendenza in direzione dello sbocco, che per lo più avviene nello stesso fiume Po.

Una volta esisteva un perfetto equilibrio tra le acque circolanti in superficie (in alveo) e quelle sotterranee (del subalveo). Avveniva un continuo interscambio tra loro e capitava che il fiume alimentasse la falda o/e che venisse da essa alimentato. Da questo equilibrio scaturiva la perenne vitalità dei fiumi padani, dove in pratica vi era una consistente portata d’acqua, anche in tempo di siccità prolungata. E ne scaturiva, nel contempo, una certa stabilità del livello della falda acquifera.

Adesso non è più così: in periodi di magra, la residua portata idrica dei fiumi non scorre più in superficie ma si infiltra nel deposito alluvionale presente in alveo – che nel caso del Po e dei suoi affluenti raggiunge anche 2-3 metri di spessore – e da qui si disperde nella falda del subalveo. Di conseguenza i fiumi vanno in secca e la falda acquifera tende a risalire.

Durante l’estate 2003 il Po è andato in secca come una fiumara. La stessa secca si è notata lungo l’Adda, il Seveso ed il Ticino, ma la falda acquifera dell’Interland milanese – che viene alimentata (anche) dagli stessi fiumi – non ha risentito affatto della siccità. Anzi, il suo livello continua a risalire. Il che vuol dire che gran parte della portata di magra sparisce dalla superficie e s’immerge nella falda acquifera: innalzandone il livello, e mandando in crisi le infrastrutture sotterranee. Creando, per esempio, grossi problemi alla Metropolitana milanese. I fiumi hanno perso la tradizionale navigabilità: il sistema idroviario padano-veneto è in stato comatoso. Ed il grande Po, da importante via d’acqua d’Europa, in estate si riduce in una misera pozzanghera. Non è escluso che, fra qualche estate, si debba assistere allo scenario paradossale, dei fiumi in secca, con a fianco i terreni allagati.

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5. Casse d’espansione lungo l’Arno

L’Autorità di Bacino del fiume Arno è la più convinta assertrice dell’utilità delle “Casse d’espansione”. Il suo recente Piano ne prevede una diecina, per una capacità complessiva di 100 milioni di mc, la cui realizzazione comporta l’occupazione di 1.100 ettari di terreno, ed una spesa di 210 milioni di euro. “Casse”, che vengono proposte, e propagandate dalla stampa, ”per raccogliere le acque dell’Arno e salvare Firenze dall’alluvione”.

A far bene i conti, è da notare intanto che – ammettendo una profondità utile di 4 metri di tali “casse”: compresa tra la quota del piano campagna (livello massimo) e 4 metri sotto (livello minimo), considerato che sotto tale livello c’è già l’acqua del subalveo – occorrono 2.500 ettari di terreno (e non i 1.100 previsti) per contenere 100 milioni di mc di acqua. Inoltre, la loro realizzazione comporterebbe lo scavo e l’asportazione di 100 milioni di mc di materiale. Sembra quasi un “piano di apertura di nuove cave fuori alveo”. Difatti, coincidenza vuole che la più grande di quelle previste: la “cassa di espansione dei Renai, da 16 milioni di metri cubi” – che comporta l’occupazione di 180 ettari di territorio nei comuni di Firenze, Signa, Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio – nasce proprio in una zona caratterizzata dalla presenza di numerose cave fuori alveo.

Ma dico io, visto che bisogna comunque togliere tutto quel materiale, invece di realizzare tanti “contenitori” esterni, perché non aumentare la capacità dell’alveo. Asportando gli stessi 100 milioni di mc (forse anche meno), dal suo interno; allargandolo e/o abbassandolo, a seconda del caso, per uno sviluppo di 200 km circa, si avrebbe non solo quella maggiore capienza voluta, ma anche una maggiore capacità di deflusso: più adeguata alle massime portate dell’Arno. Tra l’altro, un’operazione simile si autofinanzierebbe con il ricavato stesso del materiale utilizzabile; e si eliminerebbe il rischio idraulico: senza occupare 1.100 ettari di prezioso terreno, e senza sprecare 210 milioni di euro.

Piuttosto, andrebbero controllate le condizioni di deflusso del tratto a valle di Firenze. Qui la pendenza si riduce notevolmente. Riducendosi quindi la velocità, occorrerebbe una più ampia sezione d’alveo per mantenere gli stessi livelli idrici. Se, al contrario, esistono restringimenti della sezione (per ponti stradali o depositi alluvionali), o briglie di ritenuta (che riducono ulteriormente la pendenza e quindi la velocità del flusso), questi sono concausa di rigurgito idraulico, e di innalzamento del livello idrico per un lungo tratto a monte. Il rigurgito, in un corso d’acqua, equivale all’ingorgo su una strada: una strettoia di cento metri può provocare chilometri e chilometri di autocolonna.

Probabilmente è stato proprio un rigurgito, verificatosi a valle di Firenze, a provocare il disastro del 1966. Osservando, infatti, il tratto urbano dell’Arno, in alcune foto di quel evento, si nota: 1) – che lo specchio d’acqua in alveo, con massima piena, presenta un aspetto di relativa quiete, caratteristica di una “corrente lenta”; 2) – che il livello della piena prosegue con un andamento uniforme, cioè non presenta salti in corrispondenza dei vari ponti, neanche a Ponte Vecchio, la cui struttura rappresenta una forte ostruzione d’alveo.

Tutto questo induce a credere che l’innalzamento del livello idrico (e conseguente straripamento lungo il tratto urbano) fu allora causato, non tanto (o non solo) dall’aumento della portata idrica proveniente da monte, quanto dalla carente capacità di deflusso esistente a valle di Firenze. Pertanto, prima di pensare a delle inutili “casse d’espansione”, andrebbero migliorate le condizioni nel tratto di valle, …se lo scopo è quello di salvare Firenze, e non di aprire altre cave fuori alveo.

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6. Il Caso emblematico di Lodi

Colpita duramente sull’intero territorio dall’alluvione 2002 (foto 2), dopo due anni la città di Lodi aspetta ancora che gli Organi competenti provvedano a mettere in sicurezza il territorio. Ma l’AIPO, l’AdB, la Regione e la Provincia sono latitanti. Anzi all’AIPO di Parma non risulta nemmeno che nel 2002 Lodi sia finita sott’acqua. Dietro una spocchia che diventa sempre più spessa, negli Uffici pubblici si nasconde una carenza strutturale spaventosa: di contatto con il territorio, di conoscenza dei problemi e di capacità progettuale delle soluzioni.

In questo vuoto istituzionale diventa gioco facile l’inserimento di Studi Tecnici privati. Studi con etichetta universitaria, autorevole e rassicurante, che però affrontano il problema guardando con un occhio alla soluzione e con l’altro alla parcella che ne potrà scaturire. Afflitti da questa forma di “strabismo”, questi Studi a volte partoriscono delle grandi cavolate. Ed è ciò che sta accadendo a Lodi, dove un rinomato Studio tecnico privato ha proposto, pare di sua iniziativa, un progetto “per la messa in sicurezza del territorio”. L’AIPO non ne sa niente ma il Comune lo sponsorizza ad occhi chiusi; lo difende da ogni critica e non permette nemmeno di visionarlo. Pensando a Lodi, “città d’arte e di cultura”, viene da chiedersi da dove nasce questo oscurantismo. E sorprende il comportamento “defilato” dei tanti Tecnici del posto, nonostante gli accorati appelli di Domenico Ossino, del Comitato Alluvionati cittadino.

Quanto al progetto, non è certo una grande idea, o da persone responsabili, proporre d’innalzare gli argini in un tratto limitato di un corso d’acqua (nel tratto urbano di Lodi) – con conseguente innalzamento dei livelli idrici – senza curarsi del peggio che ne deriverebbe per i tratti di valle e di monte, dove peraltro vi è già stata l’esondazione nel 2002. Come dire: salviamo il centro di Lodi …e del resto chi se ne frega…; e senza peraltro tener conto che l’acqua che potrà fuoriuscire dal tratto di monte, finirà comunque sull’abitato di Lodi… e che, con l’innalzamento dei livelli idrici aumenterà l’allagamento, per risalita della falda, per rigurgito di fogne e canali, all’interno dello stesso abitato.

L’altra assurdità è il previsto allargamento dell’alveo in corrispondenza del ponte urbano, con l’aggiunta di una campata al ponte stesso. Si vuole in pratica allargare l’alveo dove è già largo 150 metri, e non nei tratti critici (a monte ed a valle di Lodi), dove l’alveo, ostruito da enormi accumuli di sedimento alluvionale, si restringe sotto i 60 metri; cioè dove in effetti si è verificata l’esondazione del 2002. L’insieme degli interventi prevede comunque una spesa di 15 milioni di euro: forse il vero obiettivo progettuale.

Il rapporto ufficiale della piena “2002” parla di una portata di 1.600 mc/sec. Da un calcolo di portata effettuato nei suddetti tratti critici, larghi 60 metri, risulta che vi può transitare una portata massima di 800 mc/sec. Da ciò si deducono due certezze: 1) che nel 2002, metà di quei 1.600 mc/sec sono fuoriusciti dall’Adda; 2) che, per contenere una portata simile, nelle suddette “strettoie”, bisogna raddoppiare la sezione d’alveo.

In prossimità del ponte urbano, invece, il problema non sta nell’ampiezza dell’alveo, ma nella sua pendenza longitudinale. Il recente inserimento di una briglia ha ridotto la pendenza di questo tratto dal 3 per mille allo 0,1 per mille, con conseguente riduzione della velocità, ad 1/3 di quella originaria.

Secondo la citata regola dell’Idraulica: Q = A x V (v. cap. 2), riducendosi ad 1/3 il fattore V, occorrerebbe il triplo di A per mantenere, entro gli stessi livelli idrici, la medesima portata Q: bisognerebbe cioè allargare l’alveo di 300 metri e non solo dei 16 metri, come prevede il progetto in questione. Demolendo invece la briglia si ripristina il fattore V originario e si abbassa lo zero idrometrico (v. allegato). Da calcoli idraulici risulta, con certezza matematica, che con l’abbattimento di quella briglia si avrebbe – in caso di piena con portata di 2.200 mc/sec. – un abbassamento di oltre due metri del livello idrico, rispetto alla situazione attuale.

Quanto al recente “crollo della sponda a Caccialanza”, è stato senza dubbio causato dalla presenza dell’enorme accumulo di materiale che ingombra in quel tratto i 2/3 dell’alveo; che ne riduce la larghezza ad appena 40 metri; e che costringe la corrente sotto la sponda sinistra, provocando l’incisione del fondo alveo fino a 5-6 metri di profondità, e quindi lo scalzamento e il crollo della difesa spondale. Si tratta di situazioni frequenti nei fiumi sovralluvionati (v. cap. 3) …e di crolli annunciati. Vi sono diverse situazioni simili nel tratto d’Adda da Cassano a Lodi e tutte facilmente individuabili: di fronte ad ogni accumulo di materiale in alveo – ed al conseguente restringimento dell’alveo attivo – vi è certamente una sponda in procinto di crollare. Se si interviene in tempo – riportando il filone della corrente verso il centro alveo e riempiendo le depressioni al piede delle sponde – si può evitare di dover ricostruire le difese spondali.  

In conclusione, spero che i Lodigiani si accorgano e fermino il dissennato spreco previsto dall’intervento in questione; che non permettano di erigere argini, il cui effetto non salverebbe la città dalle esondazioni, ma ne peggiorerebbe le conseguenze; che non permettano di devastare l’antico ponte urbano; e che decidano di ripristinare la sezione di deflusso, dove veramente occorre. Quanto alla briglia, va assolutamente demolita. Da una foto storica si rileva chiaramente che, senza quella opera, il profilo del fondo alveo si abbasserebbe, in corrispondenza del ponte, di circa due metri. L’eventuale intervento che si rendesse necessario per la stabilità del ponte, andrebbe circoscritto intorno ai piloni, lasciando libere le luci, e senza influire sul regime idraulico.    

Vorrei inoltre far notare che il rigurgito idraulico provocato da quella briglia si propaga verso monte per un lungo tratto fluviale. Per cui, qualunque approccio o iniziativa verso il problema “Adda” va affrontato non da Comuni singoli ma in accordo con gli altri Comuni rivieraschi: in una visione generale del problema stesso.   

Consiglierei infine di guardare al punto di confluenza con il Po. A mio avviso nel tratto terminale dell’Adda vi sono gli stessi problemi di pendenza e velocità: causati dall’innalzamento dell’alveo del Po. Se anche lì dovesse ad esempio risultare che la capacità di deflusso rimane sotto gli 800 mc/sec, si deve dedurre che, con il ripetersi di una piena da 1.600 mc/sec si avrebbe in poche ore un’esondazione di oltre 50 milioni di mc d’acqua, sul territorio adiacente al tratto terminale dell’Adda. A meno che non si intervenga anche sul fiume Po.

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                                                                                               (Fontamara)